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Back In Time

Back In Time: LINKIN PARK – Hybrid Theory (2000)

Considerati dal popolo del metal alla stregua di una boy band coi chitarroni, se i Linkin Park hanno un merito è proprio quello di avere costituito il primo approdo verso sonorità ben più dure per una moltitudine di ragazzini. Una commistione di riff semplici e texture elettroniche, portata al successo dalle incursioni ultra melodiche di Chester Bennington. Intercettando le insicurezze tipiche dell’adolescenza meglio di chiunque altro, “Hybrid Theory”diverrà nientemeno che l’album più venduto degli anni duemila.

Sarebbe troppo facile ridurre il sestetto a una versione edulcorata dei “cugini” Limp Bizkit e Deftones. Rinunciando in partenza alle pose da bullo di periferia dei primi, mantenendone però spesso la componente hip hop prominente rispetto a quella rock, ai secondi devono soprattutto il gusto per certo pop decadentista in voga oltre una decade prima della loro venuta (Depeche Mode in primis). Pur non essendo un rapper eccezionale, il talento di Mike Shinoda si rivela proprio nel sapere orchestrare questa molteplicità di influenze dietro le quinte. Oltre a maneggiare più di uno strumento (opera sua è il celebre giro di piano di In The End), l’artista di origine giapponese crea il tessuto connettivo della maggior parte dei brani con batterie elettroniche e sequencer.

Il legame più evidente col rap bianco si palesa nella collaborazione coi Dust Brothers, storici collaboratori dei Beastie Boys, su With You. La canzone dimostra inoltre come Joseph Hahn, tra le altre cose curatore della maggior parte dei videoclip, sia un validissimo scratchatore e non una semplice esigenza di scena come i dj di altre band coeve. Prova ulteriore ne sia Cure For The Itch, routine per giradischi e campionatore che non ha nulla da invidiare a quanto proposto parallelamente da collettivi come gli X-Ecutioners o i più radicalmente hip hop Invisibl Skratch Piklz.

Come accennato in apertura, un consenso tanto ampio non sarebbe stato riscotibile senza un frontman carismatico come il compianto Bennington. Con un range compreso tra il canto sommesso e l’urlo accorato, il cantante si rivelò interprete ideale della marcata componente emotiva dei brani. I ritornelli ultra catchy dei numerosi singoli estratti conquisteranno folle di fan adoranti e gli alieneranno in eterno le simpatie degli “alternativi”.

Mentirei spudoratamente negando di ricordare a memoria più di un passaggio del disco. La verità è che nel torpore della programmazione di TRL, pezzi come One Step Closer e Papercut costituirono corroboranti iniezioni d’energia che mi spinsero alla scoperta di commistioni ben più seminali come quelle dei RATM, passando inevitabilmente dagli ignorantissimi pruriti pelvici di Fred Durst e dalla cupezza dei Korn, nonché dalla furia iconoclasta dei primi Slipknot. Benché sia risultato evidente già dal successivo “Meteora” come il gruppo non avesse poi molto da dire, oserei concludere che più che l’album, ad essere invecchiato male mostrando tutti i suoi limiti sia proprio il filone nu metal tutto.

Le accuse di giovanilismo rivolte alla band sono tanto legittime quanto sterili: stiamo pur sempre parlando della creatura di ragazzi poco più che ventenni. Ma si sa che negli ambienti musicali poche cose sono imperdonabili come il successo. A ben pensarci nell’era degli youtuber che si danno alla musica, del pop fatto male e spacciato per indie, della trap e sa il cielo di cos’altro, avercene di Linkin Park nelle camerette dei tredicenni…

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