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Back In Time

Back In Time: MILLENCOLIN – Same Old Tunes (1994)

Millencolin

Fondamentalmente, non eravamo pronti per un disco come “Same Old Tunes”. Non perchè sia un album irrinunciabile, no. Il fatto è che è un disco che, nel bene o nel male, ha segnato l’inizio di un’epoca. È un disco importante. Non eravamo pronti perchè quella musica, quel punk rock, eravamo abituati ad ascoltarlo all’americana. In Europa ci è nato, ma è negli Stati Uniti che ha avuto il suo maggior sviluppo musicale, negli anni ’90. Questo è un dato innegabile. Come è innegabile il fatto che i Millencolin abbiano colto l’assist dato dalle uscite di quell’anno, il 1994, per pubblicare il loro lavoro di debutto. “Same Old Tunes”, appunto. Un album con un titolo che non si convaceva, però, ad un debutto. Non erano le solite storie e soprattutto non erano i soliti suoni. “Same old tunes” inoltre non avrebbe dovuto intitolarsi così. Originariamente fu scelto come titolo “Tiny Tunes”, ma la band di Örebro incontrò non pochi problemi di copyright causati nientemeno che dalla Disney e fece retromarcia.

Nel 1994 videro la luce “Dookie” dei Green Day e “Smash” degli Offspring, e io avevo tredici anni. Anagraficamente, non potevo risalire alla storia di questi dischi, ma mi ricordo che quando iniziai a girare con i miei compagni di classe, ascoltavamo Sepultura e Sex Pistols, al massimo. Quel genere, soprattutto fatto in Europa, ci era del tutto alieno. Forse troppo delicato, ma sostanzialmente sconosciuto. Non era facile, in effetti, concepire che brani come Chiquita Chaser, che sembra un pezzo ska, lento, senza fiati, potessero sfociare in assoli o ritornelli più nerboruti. È innegabile, allo stesso modo, però, che per esempio Disney Time e Leona abbiano segnato l’inizio di un’epoca: il loro merito fu quello di gettare le basi per un genere capace di non scimmiottare in tutto e per tutto l’hardcore melodico più famoso, quello fatto neli USA e di ottenere, almeno inizialmente nel Vecchio Continente, un seguito di fans a loro modo “specializzati”. Chi seguiva i Millencolin e andava ai loro concerti, era consapevole del fatto di aver intrapreso un percorso indipendente e anomalo, rispetto alla particolare tendenza europea degli anni ’90, indirizzata alla riscoperta del punk inglese e all’hardcore old school. Canzoni quali House Of Blend e Da Strike, poi, permisero, grazie alla loro basilare differenza di stili e contenuti, di andare a cogliere l’interesse del pubblico che andava a formarsi in modo trasversale: una vera e propria pesca a strascico che aveva la sua forza in suoni grezzi ma al tempo stessi ballabili ed orecchiabili, accompagnati da una sezione vocale efebica e dotata di una spontaneità subito tangibile.

Grazie ai Millencolin ci si poteva differenziare sin da subito da chi andasse in discoteca o da chi, soprattutto, non ascoltava musica. Era una forma embrionale di ribellione che affiorava nelle strade grazie ad una facilissima diffusione tramite le radio e i circuiti appartenenti alla cosiddetta “sottocultura”. La brufolosa ribellione di House Of Blend, che con le sue accattivanti parole ridondanti “All the talk about the one day plan hasn’t got to me only my memories can make me feel free!” idealizza i pensieri che un sedicenne dell’epoca poteva elaborare quotidianamente, si accompagna così perfettamente con la scolastica leggerezza di canzoni ska-core come Take It Or Leave It e Fazil’s Friend.

Same Old Tunes”, uscito per Burning Heart Records – etichetta che vide però la sua definitiva proclamazione a portabandiera del punk-rock europeo con le uscite di Satanic Surfers, No Fun at All e Hives – divenne un punto di riferimento per chi, investito dall’ondata di facile fruibilità musicale spinta da gruppi come Nofx e Lagwagon, riuscì a trovare una valvola di sfogo dei propri interessi anche in Europa, iniziando così, finalmente, a sentirsi parte integrante di una vera e propria “scena” che recriminava il suo posto nell’ambito della musica indipendente mondiale. Soprattutto in Italia, dove all’epoca si era (giustamente) ancora legati alla vecchia scuola del punk nostrano e dove l’impegno politico la faceva ancora da padrone, nelle scelte musicali di studenti e giovani, i Millencolin furono ben presto snobbati e considerati troppo preda del disimpegno da chi ascoltava punk-rock. Opinione giusta, ma che alla lunga non si rivelò per nulla appagante, diventando la principale causa dell’emorragia negli interessi e nel supporto a livello locale, soprattutto da parte di gruppi che nacquero anche nel nostro Paese in seguito allo sviluppo, in Svezia come in Germania e in Francia, di una vera e propria sottocultura devota allo skate, alle feste e al punk-rock veloce, ovviamente.

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