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M. Geddes Gengras – Light Pipe

2018 - Room 40
elettronica

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Tracklist

(Interiors)
1. Mirror
2. Subway
3. Nave
4. Chancel
5. Water study

(Exteriors)
1. Cherise
2. Irwin
3. Pinnacle
4. Vulture
5. Cherise (return)


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Diciamo che non è assolutamente facile presentare la figura di M. Geddes Gengras. Sempre che abbisogni di presentazioni, chiaramente. Il suo ruolo di compositore va oltre quello di colui che “compone” musica. Effettivamente, lui compone e basta. Solo le sue combinazioni di sintetizzatori modulari sono qualcosa di “composto”, così come le sue collaborazioni sono delle vere e proprie combinazioni, composizioni (da Greg Fox a Joe McPhee, da David Toop a Sun Araw ai Congos a William Basinski). Così come i generi che tocca (dub, ambient, techno da sottofondo, e così via).

Non è nemmeno un caso che uno dei suoi ultimi lavori si citi l’architettura (“Interior Architecture“), poiché sono delle vere e proprie costruzioni, che comunicano, che coinvolgono fisicamente l’ascoltatore. E il suo percorso sembra non fermarsi mai: le sue mosse sono pressoché imprevedibili, e le sue uscite ogni volta qualcosa di nuovo. L’ultimo “Hawaiki Tapes” aveva difatti mostrato la capacità dell’essenzialità dell’ambient rispetto ai lavori precedenti, così complessi da risultare quasi anonimi, ovvero, che non fanno sentire “la mano dell’artista” nonostante la loro complessità.

Adesso M. Geddes Gengras fa il suo passo più grande: un’ Opus Magnum di due dischi dal titolo “Light Pipe“, che esce per ROOM40 (altra mossa inaspettata, visto il suo spirito libero: entra nell’ambiente accademico e quasi autoreferenziale/elitario della label di Lawrence English), definita come la sua “opera più ambiziosa”. Il suo decimo disco costruisce (nuovamente il concetto di “composizione”) paesaggi fatti di texture e armonie. Lavorando con semplici elementi, crea spazi sonori dove le stratificazioni fluiscono in un saliscendi che riassume un senso di movimento eterno. Chiaramente, non si tratta di materiale studiato a tavolino, ma sono come sublimata, tracce lasciate “riposare” per anni che corrispondevano a performance “site specific”. E da qui il perché della suddivisione in due dischi: dimensione interna ed esterna (al parco del Getty Center e le performance a El Rey e Regent Theatres) a cui i vari suoni generati reagiscono in maniera differente.

Per cui si trovano differenti atmosfere e differenti timbri. Si parte con Mirror, vibrafoni e riverberi che scavano nell’eredità di studi old school come gli Autechre di Amber, la discesa e i fruscii di Subway, la pioggia glitch di Chancel, l’epica filtrata di Water Study, la solennità ritmica di Pinnacle, le molteplici prospettive di Irwin.  Tutti questi sono pezzi che durano oltre i dieci minuti, alcuni un quarto d’ora, altri ancora più di venti minuti, se non oltre i 25.

Ecco, forse è anche questa una grande ambizione: tenere l’ascoltatore attento, continuare a coinvolgerlo in ricerche che, se non in un contesto immersivo, sanno di ricerca da laboratorio, da addetto ai lavori dell’ingegneria sonora. Insomma, quasi tre ore di ambient che difficilmente potranno trovare un ascolto onnicomprensivo. Sicuramente l’ascolto a tappe è quasi doveroso, a meno che non stiate affrontando un lungo viaggio – e qui la mente viaggia senza dubbio, ma il vagar della mente distrae l’ascolto? – o vogliate intraprenderlo proprio con questo “Light Pipe“, difficile da decifrare e probabilmente da catalogare come summa, come un’antologia degli orizzonti di Gengras. Lunghe pagine di un libro che dovrà essere scritto ancora e ancora.

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