Impatto Sonoro
Menu

Back In Time

Back In Time: THE ROOTS – Phrenology (2002)

Era la torrida estate del 2003, quella dell’ondata di caldo asfissiante che fece registrare la bellezza di 18.000 decessi. Guadagnatomi la licenza media, per mettermi qualche soldo in tasca avevo trovato impiego (rigorosamente in nero) in un autolavaggio. Il lavoro era monotono, i clienti non propriamente affabili e il capo seguitava ad esprimersi a monosillabi, alterandosi molto se non veniva compreso. Ad aggravare la scarogna climatica e lavorativa, contribuiva una radio perennemente accesa. Credevo una canzone più irritante di Asereje, il tormentone dell’anno precedente, non fosse umanamente concepibile. Invece eccoti serviti in una sola volta DJ Francesco, Paolo Meneguzzi, Chihuahua, gli Eiffel 65 e tutta una serie di aberranti sottofondi da autoscontro che ho fortunatamente rimosso.

Un solo brano tra quelli in alta rotazione era in grado di alleviare il fastidio cui erano quotidianamente sottoposti i miei timpani. Aveva un ritmo semplicissimo eppure irresistibile e un ritornello che una volta orecchiato era impossibile scordare. Inoltre al microfono c’era uno dei rapper più cazzuti che avessi mai sentito. Diamine, quella sì che era musica!

Il primo acquisto cui destinai le poche decine di euro di paga settimanale, fu proprio il disco che conteneva suddetta hit. Fiducioso di potermi crogiolare in un’oretta di piacevoli ibridi rap/RnB lo introdussi nello stereo e… Venni mandato gambe all’aria dalla deflagrazione di Rock You! , rap al cardiopalma su una base che dà tutta l’idea di voler riprodurre un martello pneumatico durante la disintegrazione di un blocco di marmo. Per poi sfumare in una coda di puro… Hardcore punk?! Non feci in tempo a riprendermi dalla sorpresa che la furia aveva già lasciato spazio all’incedere sornione di Sacrifice, in cui si inseriva magnificamente la voce sensuale di… Nelly Furtado?! Era tutto troppo strano. Ma qualunque cosa fosse mi piaceva, mi piaceva veramente un sacco.

Il nu metal con cui ero solito sollazzarmi, era bello che avviato sul viale del tramonto, fatto che dischi orrendi come “Results May Vary” avrebbero reso inequivocabile. Lo spazio dedicato al rap in Italia, praticamente si riduceva a 50 Cent e al pezzo di Busta Rhymes con Mariah Carey. Con palinsesti così avari di novità interessanti, l’incontro coi Roots rappresentò la proverbiale manna dal cielo. Già l’idea di una live band fieramente hip hop, che componeva e suonava il proprio materiale ricorrendo con parsimonia all’uso di campionamenti e librerie, mi esaltava non poco. Sapeste che due marroni tutte le volte che ci si trovava a parlare dei propri ascolti, dovere controbattere allo scemo di turno che se ne usciva con: “Ma il rap non è mica musica!”. Una tale naturalezza nel passare da un registro all’altro poi, a momenti mi commuoveva.

Operando in maniera analoga a specialisti della commistione quali Beastie Boys e Prince, la band capitanata da Black Thought e Ahmir “?Love” Thompson approntava un succulento zibaldone in cui il classico groove in quattro quarti, veniva mandato alla scoperta di molteplici universi sonori. Non ci si deve fare ingannare dall’immediatezza di The Seed (2.0), rielaborazione di un brano dell’ospite Cody Chesnutt: “Phrenology” è un disco complesso e ricco di contenuti. A partire dal titolo che fa riferimento a una pseudo scienza con la pretesa di misurare l’intelligenza degli individui in base alla forma del cranio, utilizzata per legittimare il razzismo nel XIX secolo.

Dieci anni di carriera e difficoltà ad affermarsi vengono ripercorsi nella lunga Water, dedicata all’ex membro Malik B, allontanato per i suoi problemi con la droga. Nella parte rappata il beat è ridotto all’osso, inizia poi una coda ambient atta a rievocare l’inferno della tossicodipendenza. I debiti con l’old school vengono saldati con Rolling With Heat, in compagnia di un Talib Kweli in super forma, ma soprattutto Thought @ Work. Un vero e proprio “assolo di microfono” del frontman, con la band intenta a riprodurre Apache della Incredibile Bongo Band, brano indissolubilmente legato alla storia dell’hip hop, mentre un sample dei Beatles fa capolino qua e là. Morbide pennellate di soul addolciscono Break You Off, con uno splendido arrangiamento di archi e tastiere che poggia sul beatbox di Rahzel, e Complexity, con un’incantevole Jill Scott.

Stralci di strutture proprie a generi quali techno e drum ’n bass, vanno ad intersecarsi in questo dedalo di influenze che sembra volere risalire il corso della black music, fino alle sue radici ancestrali affondate nella poliritmia africana. Il gran finale affidato al poeta Amiri Baraka (ma attenzione che dopo ci sono due bellissime tracce nascoste) ci riporta dalle parti di Gil Scott-Heron e del jazz elettrico. Un vivido racconto delle periferie a maggioranza nera, abbandonate a sé stesse in un’America più che mai divisa dall’elezione di George W. Bush.

Fa quantomeno sorridere leggere sedicenti esperti avventurarsi in lodi sperticate circa l’impegno sociale profuso da Kendrick Lamar nei testi di “DAMN”. Non che siano completamente campate in aria ma se c’è qualcuno che negli anni ha fornito una narrazione delle vicissitudini degli afroamericani, scevra da facile retorica e che ha sempre preferito la riflessione alle trovate sensazionalistiche, sono proprio questi signori di Philadelphia. Davanti a una discografia magnifica come quella dei Roots, non c’è veramente Pulitzer che tenga.

Piaciuto l'articolo? Diffondi il verbo!

Articoli correlati