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Giardini Di Mirò – Different Times

2018 - 42 Records
post-rock

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Tracklist

  1. Different Times
  2. Don't Lie
  3. Hold On
  4. Pity The Nation
  5. Failed To Chart
  6. Void Slip
  7. Landfall
  8. Under
  9. Fieldnotes

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In quella che è a conti fatti l’annata più ricca ed interessante dell’ultimo quinquennio quanto ad uscite discografiche nel panorama italiano, non poteva certo mancare la firma pesante dei Giardini Di Mirò, tornati con “Different Times” a colmare un vuoto lungo quasi 7 anni, dai tempi dell’ultimo e tiepido “Good Luck”.

Il nuovo album della band di Cavriago poggia su due diverse dimensioni, una più orientata alla rivisitazione cosciente del luminoso passato, l’altra decisa a tracciare il solco di un futuro prossimo che possa materializzarsi nel segno di umori diversi. Abbandonata quella scorciatoia alt-pop che sembrava dover goffamente caratterizzare la produzione dei nostri nei primi anni 10, l’atmosfera generale torna sui binari di un post-rock ampio, evocativo ed estatico. D’altronde, i Giardini Di Mirò quella materia l’hanno sempre saputa maneggiare come nessun altro in Italia, e la necessità di ridefinire standard e gerarchie raccontando al tempo stesso la storia di una splendida eccezione nostrana ad un pubblico nuovo si è fatta negli anni sempre più pungente.

E basterebbe la title-track per comprendere quanto ci siano mancati davvero i Giardini Di Mirò: malinconica, sognante, ma al tempo stesso luminosa ed inclusiva, è un perfetto esempio di come il post-rock possa esistere oggi senza suonare manieristico e superfluo. Nei suoi 8 minuti di durata ci sono tutti i tratti programmatici di una cifra stilistica che, se non è propriamente nuova, è sicuramente differente e sa inglobare e far funzionare più caratteri, su tutti quelli della ballata crepuscolare e romantica: se Don’t Lie (con Adele Nigro, aka Any Other) fatica a lasciare una traccia indelebile, diverso è il finale offerto dalla successiva Hold On che, con la voce di Robin Propper-Shepard (Sophia, God Machine), regala i momenti più intensi, glaciali ed emozionanti di tutto il lavoro.

In un disco che ha nelle collaborazioni e nell’approccio collettivo un aspetto sicuramente decisivo e distintivo, fanno capolino anche lo spoken di Glen Johnson (Piano Magic) – nell’aliena e metallica Failed To Chart –  e l’anima scura, versatile e poliedrica di Daniel O’ Sullivan, che puntella la conclusiva Fieldnotes, in chiusura di un viaggio che non scivola nei momenti meno ispirati (Pity The Nation, Under) e si eleva in quelli più illuminati, dimostrando la classe sopraffina ed obliqua dei GDM nel destreggiarsi tra filamenti di shoegaze (Void Slip) e rumoristica (Landfall).

Necessario, rassicurante, ma al tempo stesso fresco e propositivo, “Different Times” segna un nuovo convincente inizio per i Giardini Di Mirò. Bentornati.

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