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Stalker – Vertebre

2018 - Taxi Driver Records, Shove Records, Lanterna Pirata, E’ Un Brutto Posto Dove Vivere, Sonatine Produzioni, Dio Drone, Assurd Records, Dreamingorilla Rec
hardcore

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Tracklist

1. Tornado
2. Vertebre
3. Masonic Youth
4. Mai più


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Gli Stalker sono un gruppo che mancava. Non sto tessendo le lodi di una band per una lacuna musicale rimasta incolmabile, non sto parlando di una band per un qualsivoglia merito: è un gruppo che mancava perché ne sentivo la mancanza, perché era troppo tempo che non suonavano qualcosa di nuovo e che nessun altro gruppo suonasse così. Uno che non li ha mai sentiti non può sentirne la mancanza in quanto, di fatto, più di dieci anni fa, gli Stalker inventarono un nuovo genere. Me li ricordo live ma non ricordo dove, se a Genova coi Defdump e i Death of Anna Karina o a Milano, in Dauntaun Leoncavallo. Mi ricordo di Alberto alla voce dopo aver formato gli ormai mainstreamissimi Ex-Otago, mi ricordo di aver parlato con alcuni di loro, come ogni volta, di cosa stesse succedendo a Genova, la loro città, e di come stessero gli altri membri dei Kafka, gruppo dal quale gli Stalker hanno preso, per nascere, la più alta percentuale di musicisti. Veicolavano lo spleen attraverso movimenti disordinati, attraverso un’attitudine materialistica ed un impegno mai visti prima. Se i Kafka ci insegnarono che gli Indecision potevano anche suonare quella roba lì, così metallosa e newyorchese, a pochi chilometri da noi, infatti, gli Stalker hanno sconvolto e non poco la terminologia che aveva da sempre accompagnato il prefisso “post” nel definire il modo e l’attitudine di suonare il punkrock di una determinata band.

Ogni traccia di questo loro nuovo lavoro, appena uscito per una marea di etichette sottoforma di coproduzione, è massiccia, repleta e confortante senza essere mai ripetitiva: seguendo questa logica, “Vertebre” è valutabile come un disco hardcore. Ma c’è di più. Ci sono i graffi che ti lasciano canzoni come Masonic Youth e Vertebre, ci sono le parole del singolo di lancio Mai più, che in realtà ha più di dieci anni di vita ma che non è mai stata pubblicata sino ad ora e che ci parla dell’impossibilità di vedere l’Oceano una volta colpiti e affondati; c’è un acuto lavoro di raffinazione e meticolosità che non può essere messo in secondo piano e che si sente, invasivo, durante tutta la durata dell’album. Si passa dalle intro “alla canadese”, con arpeggi ed armonie mitigatrici, ad un suono che sembra arrivare dalla sala prove dei Morning Again di “Martyr”. Perché gli Stalker di “Vertebre” sono formati da gente come noi, “della vecchia scuola”, citando il De Palma del 1993, che non ha mai cambiato modo di pensare seppur vivendo a pieno gli anni in cui suona, la loro inutile fame e la loro mancanza di cultura.

Gli Stalker sono nati trasversali e, per un certo senso, lo sono stati anche durante la loro lunghissima assenza. Questo significa chiamarsi gruppo. In un mondo musicale indipendente italiano, dove qualora ti venga regalato qualcosa, sei automaticamente tu a diventare merce in vendita, saranno sempre i dischi come questo a far la differenza.

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