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Back In Time

Back In Time: THE CLASH – Sandinista! (1980)

The Clash

Correva l’anno 1980. Erano passati tre anni e mezzo dal debutto dei Ramones, dall’esplosione (e poco meno dall’altrettanto rapida implosione) del fenomeno punk come (sotto)cultura e nuova declinazione del garage, dalle sue evoluzioni, dal fatidico (nel vero senso della parola) incontro fra Johnny Ramone, chitarrista della band omonima che era riuscita a tracciare la strada nel genere, e Paul Simonon, già membro dei Clash, neonata formazione inglese che stava muovendo i primi passi verso il proprio debutto ufficiale, ma che ancora non si sentiva pronta a calcare un palcoscenico. Johnny Ramone, in quel giorno di luglio del 1976, disse a Simonon che la tecnica non è importante, che basta non pensarci troppo, che essere bravi musicisti non serve. I Clash tenevano due giorni dopo il loro primo concerto e esordivano nell’Aprile dell’anno successivo, quello della definitiva ascesa del genere, iniziando a contendersi la palma di band di riferimento per l’intera scena inglese coi Sex Pistols, per quanto le affinità fra le due si esaurissero nell’approccio, vista la notevole distanza sul piano musicale e tematico.

Nel mezzo, dopo il meno brillante “Give ‘Em Enough Rope“, nel quale iniziò a manifestarsi il desiderio di valicare i confini del genere, a dicembre del 1979 i Clash pubblicarono l’album che, tutt’ora, è ritenuto il loro capolavoro definitivo, quel “London Calling” a cui ormai l’etichetta punk stava troppo stretta. Musicalmente era più coerente e maturo del suo predecessore, ma le numerose esplorazioni sonore costarono le critiche dei fan della prima ora e la pesante accusa di “tradimento ideologico” ad opera dei Crass. “London Calling, però, aveva e conserva l’aura di instant classic, ebbe un notevole impatto politico all’alba della decade Thatcheriana e, inevitabilmente, rappresentò la consacrazione definitiva della band. Era un lavoro pregno anche di critica sociale quasi sempre costruens, ben lontana dal nichilismo dei Sex Pistols, la cui storia, per altro, era già arrivata al capolinea. Ma per i Clash quello fu l’annus mirabilis, il momento di maggiore ispirazione creativa e, infatti, trecentosessantatré giorni dopo “London Calling, arrivò “Sandinista!“, il capitolo più difficile, ambizioso e folle di un’intera carriera.
 The Clash

Pubblicato come album triplo (in polemica con la CBS), “Sandinista!” includeva ben trentasei brani (sarebbero trentasette se si considera Bankrobber, pubblicato come singolo durante le Sandinista! Sessions nel Regno Unito, che non trovò spazio nell’album) per quasi due ore e mezza di durata. Un’opera militante fin dal titolo, che faceva riferimento in maniera tutt’altro che implicita al Fronte Sandinista di Liberazione Nazionale nicaraguense, movimento rivoluzionario di ispirazione socialista democratica che, nel 1979, ebbe un ruolo chiave nel crollo del regime dittatoriale di Debayle e che prendeva il nome da Augusto César Sandino, eroe della resistenza nicaraguense contro l’occupazione americana degli anni trenta. Curiosamente, la scelta di questo termine come titolo fu la conseguenza del tentativo dell’allora premier inglese Margaret Thatcher di proibirne l’utilizzo. Nell’album, la parola sandinista appare solamente in un brano su trentasei, Washington Bullets, idealmente il prosieguo di I’m So Bored With The USA, contenuta nel disco di esordio di Strummer e soci.

In termini musicali, invece, “Sandinista!” rappresentava un approdo forse anche ipotizzabile dai più lungimiranti, ma di sicuro non nelle dimensioni che conosciamo. I Clash, in fin dei conti, erano ancora considerati una band essenzialmente punk ed è per tale ragione che, dopo la sua pubblicazione, storsero il naso non solo i fan della prima ora e gli irriducibili del movimento punk, ma anche gran parte della stampa di settore, che non poteva aspettarsi una tale abbondanza di generi e accolse con scarso tepore un’opera lentamente riabilitata, la cui grandezza è stata poi compresa e riconosciuta e che oggi si tende a dare quasi per scontata.

Sandinista!” avvia il suo lunghissimo percorso con The Magnificent Seven, il primo pezzo rap scritto da bianchi, dichiaratamente ispirato all’hip hop newyorkese di fine anni settanta, e con l’altrettanto sorprendente pop mieloso e iper-catchy di Hitsville UK, in un duetto fra Mick Jones e la sua fidanzata dell’epoca, Ellen Foley, in cui i Clash condannano lo strapotere delle major nel periodo in cui si infoltiva quella che iniziava a essere definita scena indie in Inghilterra. Il terzo brano cambia ancora prepotentemente registro: Junco Partner, cover di un classico r’n’b di New Orleans, scritto da James Waynes nel 1951, si addentra in ambienti dub/reggae. Il reggae troverà tanto spazio nell’album, probabilmente per l’influenza esercitata sul gruppo dal produttore e pilastro del genere Lee “Scratch” Perry, il quale aveva già collaborato alla realizzazione di Complete Control (“The Clash“, 1977).

La fase successiva è una delle più entusiasmanti della monumentale opera: prima una sorprendente parentesi disco/funky (Ivan Meets G.I. Joe), nella quale il batterista Topper Headon è la voce principale (prima e unica volta nel corso della storia dei Clash) e racconta dell’incontro fra un militare americano e uno sovietico, che si sfidano in pista da ballo, poi il rockabilly della breve The Leader, che accenna a uno scandalo sessuale in politica, quindi la straordinaria Something About England, che si spinge verso un pop punk orchestrale e contaminato di music-hall, un genere di spettacolo musicale e teatrale, popolare nell’Inghilterra vittoriana. Mick Jones qui indossa i panni del pianista e del narratore che incontra casualmente un anziano barbone, il quale gli racconta a thing or two, ovvero la storia dell’Inghilterra dalla Prima Guerra Mondiale a oggi, ma sempre dal punto di vista dei perdenti. Si resta in scenari di guerra con l’incedere dolce di Rebel Waltz, un valzer sognante in tre quarti che anticipa il travolgente swing di Look Here e la nuova immersione in ambientazioni (minimal) dub di The Crooked Beat, con Paul Simonon alla voce. Con l’assalto frontale rock di Somebody Got Murdered, ispirata dalla notizia di un omicidio in un parcheggio per futili ragioni, il post-punk liquido di One More Time e il suo remix dub quasi totalmente strumentale (One More Dub), termina il primo terzo di “Sandinista!“.

Si riparte da Lightning Strikes (Not Once But Twice), una sorta di The Magnificent Seven meno funk e più ossessiva, ma molto simile in termini strutturali, da Up In Heaven (Not Only Here), che denuncia le scarse condizioni di vita negli alloggi popolari inglesi, e dal solenne funk-rock di Corner Soul, pezzi che non avrebbero sfigurato in “London Calling“, poi dall’irresistibile e travolgente Let’s Go Crazy che scorre fra esotismi di diverso genere, da atmosfere latineggianti a percussioni afro. Il sax di Gary Barnacle, invece, domina la scena in If The Music Could Talk, suggerendo ambientazioni fra il soul e il jazz in un pezzo dall’afflato ancora reggae. Con The Sound Of Sinners e la sua feroce invettiva nei confronti della religione cristiana, i Clash si spingono addirittura in territori gospel, prima della celebre cover di Police On My Back, la cui versione originale è del guyanese Eddy Grant e fa riferimento al regime dell’apartheid in Sudafrica. Tracce di rock’n’roll classico (Midnight Log) ed elegantissimi violini nei trip ancora reggae dub dell’allucinata The Equaliser precedono di un altro snodo cruciale in “Sandinista!“, con la doppietta The Call Up / Washington Bullets. Se nella prima, il messaggio è fortemente antimilitarista, con un invito neanche troppo celato a respingere la chiamata alle armi e a rigettare la tradizione inglese di combattere per la Corona, la seconda si inerpica su melodie calypso per denunciare la storia dell’imperialismo statunitense in America Latina nel periodo compreso tra la rivoluzione cubana a quella nicaraguense, criticando aspramente l’appoggio americano ai regimi oppressivi, quindi la violenza di tutti i colori, compresa quella sovietica.

Broadway suggella la seconda parte di “Sandinista!“, dando il la a quella, se possibile, in assoluto più sperimentale, nonché l’unica con qualche passaggio un po’ meno a fuoco rispetto al resto dell’opera. Non è, però, il caso di Lose This Skin: il pezzo, composto e cantato da Tymon Dogg, amico di lunga data di Joe Strummer ed ex-101’ers (il primo gruppo del frontman dei Clash), vede il violino dello stesso Dogg assurgere al ruolo principale nella sezione ritmica. Il pezzo più rappresentativo, nella fase finale, è Charlie Don’t Surf, il cui titolo è, in realtà, una frase del film Apocalypse Now, una sorta di apologia dei vietcong, chiamati Charlie dagli americani. Dalle melodie catchy del brano che ha poi ispirato i Baustelle per Charlie Fa Surf, si passa alle sperimentazioni forse un po’ eccessive di Mensforth Hill, ovvero Something About England che procede al contrario sotto una cascata di effetti dub, alle velleità cantautorali di Junkie Slip, alla festaiola Kingston Advice e al blues vellutato e contaminato di The Street Parade. Living In Fame, poi trasforma If The Music Could Talk in un dub straripante e a risultati simili giungono i remix di Washington Bullets (Silicone On Sapphire) e Junco Partner (Version Pardner), mentre quello di Career Opportunities è un rifacimento del brano presente nell’album d’esordio, stavolta cantato dai due figli del tastierista Mick Gallagher. Ed è ancora col reggae (Shepherds Delight, composta insieme al producer Mikey Dread), stavolta strumentale e un po’ cupo, che si chiude “Sandinista!“.

Sandinista!” è uno degli album musicali più difficili e ambiziosi che siano mai stati concepiti dalla mente umana e sa compensare qualche fisiologico momento d’affanno (nel finale) con oltre due ore su livelli altissimi, che hanno spianato la strada al concetto di ibridismo, crossover, che dir si voglia. Per tanti musicofili potrà apparire blasfemia, ma un così maestoso profluvio di bellezza può legittimamente superare, seppure non di primo acchito, anche il granitico “London Calling. “Sandinista!” è un lavoro magniloquente in senso assoluto e qualcuno potrà definirlo a tratti verboso, ma il suo fascino sta anche in una ricchezza di contenuti che ha pochi eguali nel corso della storia, nel suo malcelato anelito di perfezione unito alla consapevolezza dell’impossibilità di realizzare totalmente tale slancio, perché è già difficile essere impeccabili anche su distanze molto più brevi. Al netto di tutto ciò, a nostro avviso, “Sandinista!” è un capitolo essenziale della storia della musica. Più semplicemente, un capolavoro. E, come tutti i capolavori, sfugge a qualsivoglia collocazione temporale, non ha età. È il punto di inizio di una scia imperitura che lo conserverà in tutta la sua limpidezza. Magari persino più attuale di trentotto anni fa.

The Clash

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