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Sharon Van Etten – Remind Me Tomorrow

2019 - Jagjaguwar
indie pop / folk / songwriting

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Tracklist

1. I Told You Everything
2. No One's Easy to Love
3. Memorial Day
4. Comeback Kid
5. Jupiter 4
6. Seventeen
7. Malibu
8. You Shadow
9. Hands
10. Stay


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Avevamo imparato a conoscere Sharon Van Etten esattamente dieci anni fa, quando debuttava sulla lunga distanza con “Because I Was In Love” e apriva un crescendo culminato con “Are We There“, un album di rara e intensità, capace di mettere d’accordo critica (Rolling Stone l’ha definito, senza mezzi termini, uno degli album più belli del secolo) e pubblico e di consacrarla definitivamente come tedofora del folk a stelle e strisce. Se i primi quattro dischi hanno mantenuto una certa continuità, incasellandosi cronologicamente per bellezza e compiutezza, sarebbe stato forse fin troppo semplice conservare una formula sì vincente, ma che sembrava aver raggiunto l’apice del proprio potenziale.

Sharon Van Etten torna, a cinque anni di distanza dal disco che sostanzialmente l’ha consacrata, con un lavoro sempre ammantato di sad folk, ma più elettronico, forse più ambizioso, di sicuro più complesso e variegato, specialmente rispetto a quanto ci aveva abituati. La cantautrice ha scelto il momento giusto per fare un passo oltre la propria comfort zone: quasi un volerci e volersi sfidare, con una prova che forse non svela la sua grandezza al primissimo approccio, ma che conferma la sensibilità e l’ispirazione dell’artista originaria del New Jersey.

Non è tanto l’opener I Told You Everything a raccontare quel cambio di coordinate che in prima battuta potrebbe quasi spiazzare: il pezzo è dominato dalla voce e da un piano grave e funereo, uno schema fondamentalmente già conosciuto, vicino ad Are We There e alla produzione precedente. Se si fa un passo oltre, però, si scopre che non è più la chitarra l’elemento centrale nella tessitura delle trame della Van Etten, ma sintetizzatori carichi di tensione, organi pulsanti e un pianoforte sempre raffinatissimo. Accanto a tutto ciò, si apprezza l’intensità dei droni che, unita a qualche distorsione, disegna traiettorie sicuramente inimmaginabili alla vigilia, come quelle simil-bristoliane di Memorial Day, sempre comunque immerse in quelle atmosfere noir che non possono fare a meno di contraddistinguere il sound dell’artista nata a Clinton. Ma non è l’unico passaggio in cui sono rinvenibili tracce di trip hop: ne troviamo, infatti, anche se ridotte a mera eco, anche nella conclusiva Stay o sciolte in un leggero soul in You Shadow.

Anche in questo nuovo orientamento, è molto difficile trovare qualcosa che non sia pienamente a fuoco. No One’s Easy To Love è, in ordine di ascolto, il primo brano potenzialmente spiazzante per chi ha conosciuto Sharon Van Etten qualche anno fa: il tappeto sonoro è elettronico, ruvido, insolitamente scricchiolante (badate bene: l’aggettivo vorrebbe descrivere l’effetto sonoro, non il risultato finale, che è invece molto positivo), mentre testo e voce conservano il solito senso di angoscia. Uno degli snodi principali è quello rappresentato dai tre brani centrali, ovvero i singoli, fra loro molto diversi ma tutti testimoni di nuove e precise scelte stilistiche: prima una sorta synth-goth nella maestosa Comeback Kid, poi una minimale e sofferta Jupiter 4, dalle cui maglie però penetrano fili di luce (“baby, baby, baby I’ve been waiting, waiting, waiting my whole life for someone like you”), quindi “Seventeen”, con un piano evocativo e carico di pathos che suggerisce un battito di cuore accelerato, e con tanti elementi di contorno a ricamare un pezzo idealmente vicino allo Springsteen più scuro.

I due brani che mancano all’appello sono da annoverare tra i più ispirati del lotto, pur mostrando ancora differenze strutturali enormi: Malibu è una ballata che mantiene un impianto scarno per quasi tutta la sua durata, ma che ricorda il Bowie di fine anni settanta non appena accenna a schiudersi. Hands, al contrario, esibisce un’impalcatura più complessa, con un’elettronica densa e claustrofobica, carica di effetti, di rumori di fondo, caratterizzata da saliscendi musicali ed emozionali realizzati con una grazia disarmante. “Remind Me Tomorrow” cambia qualcosa anche in termini di liriche, mai così profonde, ottimiste e luminose: dentro c’è l’esperienza di madre, c’è l’amore, c’è la tempesta, ma stavolta c’è anche la quiete.

Remind Me Tomorrow” rappresenta, sotto tanti punti di vista, un vero e proprio nuovo inizio per Sharon Van Etten. Cambiare era certamente un rischio, ma accartocciarsi su qualcosa che aveva già conosciuto la sua migliore espressione sarebbe stato controproducente. E così, oggi, la ritroviamo diversa, la ritroviamo madre e più serena, anche oltre i confini del più classico folk. Ma la ritroviamo uguale, nel dispensare musica e liriche emozionanti, a sciorinare bellezza, rendendo più che mai urgente il suo riconoscimento nel gotha del cantautorato degli anni dieci. Bentornata, Sharon.

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