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Les Big Byrd – Iran Iraq IKEA

2018 - PNKSLM Recordings
indie / pop / psych

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Tracklist

1. Geräusche
2. I Tried So Hard
3. A Little More Numb
4. Pink Freud
5. I Fucked Up I Was a Child
6. I've X-ed Myself From Your World
7. Eon
8. Interlude
9. Mannen Utanfö


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C’era una volta un enorme Gesù spaziale, dai cui occhi divampavano raggi laser capaci di disintegrare navicelle aliene. Qualche anno dopo, la Statua della Libertà decide che è il momento di strapparsi gli occhi e donarli a fedeli elicotteri per ricognizione. Che razza di universo è mai questo? Cosa significa tutto ciò? E io che diavolo ne so. Chiedetelo ai Les Big Byrd.

Punta di diamante della sempre più fiorente scena psych-rock scandinava, gli svedesi Les Big Byrd tornano a far parlare di sé con un nuovo intrigante LP, il cui titolo è tutto un programma: “Iran Iraq IKEA” (PNKSLM Recordings). La band – in attività da ormai quasi 10 anni e con un corpo stabile non nuovo al panorama internazionale (Caesars, Fireside, Fontän, Smile, Teddybears, Viagra Boys) – si era fatta conoscere nel 2014 con l’album di debutto “They Worshipped Cats” (A Recordings), un eccellente compendio di krautrock, kosmish e psichedelia arrivato dalla lontana Scandinavia alle orecchie di molti anche grazie alla sponsorship del buon vecchio Anton Newcombe (Brian Jonestown Massacre). In questo secondo capitolo, registrato stavolta con l’aiuto di Pete Kember (Sonic Boom, ex membro di Spaceman 3), frontman Joakim JockeÅhlund e compagni decidono di affiancare alle tanto amate ritmiche motorik e agli iconici delay senza fine dei ritornelli dal retrogusto eighties, una scelta che appoggia la romantica virata dei testi verso orizzonti più maturi e malinconici.

In “Iran Iraq IKEA” ce n’è davvero per tutti i gusti: da emozionanti melange di krautrock ed electro-disco-pop (Geräusche, Eon) a cavalcate motorick acide e dall’attitudine garage (I Tried So Hard), da ipnotici echi acustici (Pink Freud) a splendide ballate in lingua originale (Mannen Utanför). Non mancano nemmeno gli episodi più radio-friendly (A Little More Numb, I Fucked Up I Was A Child), che riescono nella difficile impresa di mescolare a ritornelli estremamente catchy testi di un’onestà disarmante, perlopiù centrati sul tema della presa di coscienza. “A little less fun. A little less dumb. A little more numb.” è difatti la realizzazione ultima del non-più-così-giovane Jocke, un boccone amaro che l’audience sulla trentina farà fatica a mandare giù. Maledetti Les Big Byrd. Nel complesso, tra ritmiche incassate, progressioni synth e ampi sospiri wah-wah tornano alla mente non solo Can, Kraftwerk, Neu! e Stereolab, ma in qualche modo anche New Order, Silver Apples, Ride e Spiritualized.

Insomma, i Les Big Byrd hanno tutte le carte in regola. Il verdetto? L’ennesimo centro per il quartetto di Stoccolma: un disco godibilissimo, per amanti dell’abile citazionismo in stile “vecchia Europa” e del malinconico esistere. Vi piace perdervi nello space-rock dei Wooden Shjips? Vi intrigano gli esperimenti psichedelici di Kikagaku Moyo e Föllakzoid? Vi si drizzano le orecchie per il nu-kraut di Beak e Cavern of Anti-Matter? Vi fa sorridere l’ironia degli MGMT? Beh, è giunto il momento di dare una chance anche ai Les Big Byrd. Promesso: non ve ne pentirete.

 

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