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Back In Time

Back In Time: MARK LANEGAN – Whiskey For The Holy Ghost

Mark Lanegan

Beh, non c’è nient’altro che io possa fare”. E quindi diventa inutile chiedersi, come in The River Rise, se valga la pena provare a cavalcare la piena di questo fiume impetuoso, selvaggio, scrigno di piaceri e pericoli in ugual parte. Mr. Mark si ritrova quasi senza accorgersene già nel bel pezzo di questi flutti, ignaro a sé stesso e di ciò che lo aspetta, ma proprio per questo è egli stesso fiume, padrone e preda di uno stato di allucinazione intenso di spunti impensabili e di presagi.
E in quel suo stesso fiume poteva andare a finire il master di questo capolavoro, non fosse stato per l’intervento provvidenziale (ma mai diffidare delle coincidenze) di san Jack Endino, nel doppio ruolo di fonico e badante al seguito di un Lanegan fuori dalla grazia di Dio, nel bene e nel male. E in quell’accordo insistito di chitarra già risiede tutto il potenziale di trascendenza che questa perla nasconde, e si capisce già che sarà un viaggio di rigenerazione.

E ancora la metafora dell’acqua che travolge e trasforma, e che ci costringe a prenderne parte ricompare in Borracho, capace addirittura di inondare il deserto dell’anima. Di questo periodo Lanegan dirà: “All’epoca del mio secondo disco avevo cominciato a fumare erba, la quale mi ha portato a realizzare cose che non avrei mai neanche pensato di fare“.

Ma da un vizio a un altro una partita non a scacchi, ma a giri di whiskey, alla morte non si nega, in un turbine di sensi di colpa, inebriamento e dannazione che suona travolgente come questo pezzo, catartico come un orgasmo sfiancante, al vetriolo come la voce di questo cavaliere di ventura sfatto e disperato.

Mark Lanegan

La rabbia e la disperazione si rivelano però ben presto delle trappole, per quanto intriganti. E siamo per fortuna quasi fuori dalla retorica del nichilismo, che tanto ha agitato le notti di quel fenomeno chiamato grunge. Ecco perché è tempo di lasciare questo luogo di passione e struggimento che chiamiamo casa, tanto caro e attraente, ma che ci allontana dalle magnifiche sorti e progressive (leggasi: costruirsi una solida carriera e reputazione da songwriter, libero dai cliché). E spezzare l’incantesimo con un brano in tono maggiore è quello che ci vuole.

Carnival è un paradiso artificiale. È la cronaca di un viaggio allucinato, surreale, dove si avvistano “donne dallo sguardo spento, che si aggirano come ipnotizzate” che ti seguono nel circo dei mostri, dove volgi la schiena al fantasma che ti porti appresso perché troppo spaventoso da sfidare a viso aperto (ma ci scappa che gli offri un drink). Meglio curarsi con la medicina giusta e continuare a girovagare in questo baraccone, scherzo della natura fra gli altri, ballando “al suono del diavolo e del suo violino”, se il Principe ci consente la menzione.

Di trip in trip, stavolta è un usignolo a lasciarci cavalcare, come fossimo dei novelli Atreyu all’opera su un libro scritto di nostro pugno, magari con la compagnia di un buon bicchiere e di una sigaretta consumata. Lanegan raggiunge vette liriche eccellenti, e poco importa cosa sia stato a guidare la sua mano. “Non sono né qui né da un’altra parte. È soltanto paura […] di aver scavato un buco troppo profondo”. Profondo come il magone che un pezzo del genere ti apre dentro.
Un occhio va sempre rivolto alla tradizione e Mark sa bene quanto sia importante, come quando in Pendulum fa uso della metafora biblica del Padre e del Figlio per rivolgersi per estensione a tutti i diseredati e derelitti sulla terra: “Non ho un posto o un’epoca che senta miei; Padre, non mi importunare ora: sono stanco come solo un uomo può essere”.

Un album che è anche una parata di stelle della galassia alternative (sfilano tra gli altri J Mascis, Dan Peters dei Mudhoney e Tad Doyle) e in cui entra dentro di tutto: dove l’avete risentito un Lanegan azzardare un falsetto, come in El Sol qui?

Non ho ricordi concreti di come quest’album sia entrato a far parte della mia vita. Sospetto, o mi piace pensare, che sia stato in un periodo in cui le cose andavano bene, almeno in superficie, ma qualcosa si agitava altrove. E lui si è insinuato nella piaga, ma senza stragi né rivoluzioni, ma come un’ombra. Che si insinua e ti si appiccica addosso, più lunga e più ampia di te, che ti rivolge la parola, e a volte parla per te, in una lingua che non ricordi di aver imparato, di cui sai ripetere le parole ma non le riconosci. Ma ti sta bene, vivere questa vita doppia, di cui riesci a tenere le redini solo in parte, vittima e grato di sapere che fluttui in una crisi meravigliosa. Alla tua, sacro fantasma.

Mark Lanegan

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