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Massimo Volume – Il Nuotatore

2019 - 42 Records
post punk / songwriting / spoken word

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Tracklist

1. Una voce a Orlando
2. La ditta di acqua minerale
3. Amica prudenza
4. Il nuotatore
5. Nostra Signora del caso
6. L’ultima notte del mondo
7. Fred
8. Mia madre & la morte del gen. José Sanjurjo
9. Vedremo domani


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Cari Mimì, Vittoria ed Egle, vi scrivo. O almeno, vorrei farlo. Perché una recensione è forse troppo poco, e pleonastico dire che avete – di nuovo – scritto e suonato un album che s’inciderà senza se e senza ma nella mia testa, nelle mie ossa ma, soprattutto, nel mio cuore. Ogni volta sin dal giorno che vi ho scoperti, come sempre per caso perché la mia gioventù in musica è spesso stata questo, è come rinascere. Ogni maledetta volta che annunciate il disco, e ora che devo scriverne mi tremano le mani, perché sì, perché il territorio delle parole è vostro, mi sento d’invaderlo, ma lo faccio ugualmente.

Da quando siete tornati con “Cattive abitudini” (e che ritorno, quanti tremori) e attraverso le oscure terre di “Aspettando i barbari” – che per inciso sono giunti, ma ve ne sarete resi conto – il viaggio è stato come sempre ben poco accomodante ma il paesaggio dal finestrino più indimenticabile che mai, e perché anche con “Il nuotatore” sia così è presto detto: nella vostra musica c’è dell’indispensabile. E nella musica sono incluse le storie che racconti tu, Emidio, che come fai a declamarle così, con il fervore di chi non ne usa una goccia, mentre il basso si dibatte incessante sotto le chitarre di Egle e le ritmiche asciutte di Vittoria, ancora non l’ho capito. Ma che importa, poi.

La musica, dicevo, è quel misto di oscuro post punk e l’accenno di vite che scorrono a dispetto del tempo, l’incisività delle trame melodiche, efferate e affilate pennellate d’acciaio su fogli come tele di un pittore lucido e dalla schiena dritta tenuta insieme da storie di orrori, errori, maledizioni e preghiere ad un cielo vuoto. Così sento quel che sento, e provo quel che provo, e ve lo devo dire. Ma la melodia, dicevo, è cresciuta col tempo e in questi tre album ha avuto modo di diventare un’onda e qui vi è la dimostrazione, perché cresce, dallo scarno essenziale mistero del terrore di Una voce a Orlando che si dimena tra i colpi da arma da fuoco nella consapevolezza di essere o non essere, e si gonfia come una mareggiata di lame acuminate nei ricordi d’infanzia tra incertezze nascoste di La ditta di acqua minerale, elettrica a carte scoperte (non potevo esimermi), fino alle spoglie gentili della storia cantilenata di Mia madre e la morte del gen. Sanjurjo, quel punk arteggiante scheggiato e lento, bello e salubre come ai tempi dei Wire.

Potrei cantare di come L’ultima notte del mondo tramuti da dolore tra le costole, oscura presenza chitarristica col basso sferragliante, in un monile aperto e bilanciato tra cattiveria e insaziabile delicatezza o del bilico blues-noir del soliloquio con Nietzsche di Fred, tra le calli di Venezia con te, Clementi, a incalzarlo, lui vivo più che mai e assente come sempre, spettro di altri mondi che a lui non sarebbero piaciuti, e quella frase che uccide “la verità è brutta, spaventa vederla nuda, meglio truccata o col seno di un’altra” tra i reverb come falospe in un cielo uggioso che ondeggia calmo, le percussioni jazzate e l’aria salmastra che pare di sentirla palpitare sullo specchio nero della Laguna. Parole sante, ti direi, se avessi l’ardire di santificare qualcosa. Come mi toccherebbe santificare il punkfunk (ma potrò mai dirlo, qui?) altalenante della spericolata chiusura di Vedremo domani. Ma cosa vedremo? Me lo potreste infine dire? Perché il mondo coperto da un velo de Il nuotatore, che si scopre alla prima folata di vento e che “era peggio di quello che temevo” è un anatema irresistibile.

Vi scrivo, cari Massimo Volume, per dirvi che io sono ancora qui e come me molti altri, a pendere dalle vostre labbra, ciondolando con gli occhi lucidi e quel cuore di cui sopra aperto come non mai, pronti a tornare sui nostri passi per muoverci avanti, ancora. Questa cosa io l’ho scritta di getto. Se ci avessi pensato su troppo non sarei più stato in grado di cavalcare le parole, quelle parole di cui non sono degno. Ma voi sì. Quindi non smettete di farlo perché ce n’è bisogno, oggi più che mai, di queste storie che nessuno ha più il coraggio di raccontare.

 

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