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Back In Time

Back In Time: GOOD RIDDANCE – Ballads From The Revolution (1998)

Good Riddance

Vi è mai capitato, nei mesi destinati alla fine delle temperature invernali e durante i quali, erroneamente si pensa già all’arrivo della stagione mite, di incontrare, camminando per la vostra città, parti di marciapiede ancora ricoperte da neve o ghiaccio, nonostante l’ultima precipitazione o l’ultima gelata risalgano addirittura a settimane prima? Sono vere e proprie insidie, inaspettati attimi di panico per la paura di scivolare seguiti subito dopo dalla domanda, giustificata, su come questo fenomeno possa essere possibile. La città si prepara alla primavera così come il nostro corpo, le giacche pesanti iniziano ad essere consumate e necessitano un giro in lavanderia, le giornate sono tornate a godere di una luce più prolungata e loro, le parti di marciapiede ghiacciate, sembrano non accorgersene. Rimangono lì, come imperterrite oasi, a farci ricordare che abbassare la guardia non sia un’azione degna di un comportamento responsabile.

“Ballads From The Revolution” dei Good Riddance, ventun anni oggi, è, per me, nella storia della mia cultura musicale, la parte di marciapiede ghiacciata nonostante, dai conteggi del calendario, la stagione fredda sia passata. Che io abbia edificato una metropoli tentacolare o un sobborgo, un paesino di montagna o un’affollata mèta turistica, il terzo disco dei Good Riddance ricoprirà sempre questo scomodo ma fondamentale ruolo.

Good Riddance

Lo ordinai nell’unico negozio di Novara capace di farlo arrivare in tempi umani, nell’estate del 1998. Avevo passato l’anno scolastico indenne e vagheggiavo rovinosamente tra letture scontate e sveglie pomeridiane ed ero appena stato al Teste Vuote Ossa Rotte: era tutto al proprio posto, insomma. Il commesso nonché proprietario del negozio segnò il nome sul quaderno degli ordini della settimana e mi guardò vago ma sorridente, recitando la solita frase di circostanza “Una decina di giorni lavorativi” sulla data di arrivo del disco. Lo ordinai perché i Good Riddance erano un gruppo che dovevo ad ogni costo ascoltare, dovevo fare mio. E dovevo farlo subito. Avevo letto un paio di interviste su varie riviste, i NoFx e i LagWagon li definivano dei fratelli e per me all’epoca tutto ciò che dicessero Nofx e LagWagon era legge. Dopo quel breve scambio di battute con il proprietario del negozio, rimasi a frugare ancora qualche minuto tra i CD e i Vinili usati. Nelle vetrinette, “Freedom Bondage” dei Zeni Geva era ancora lì da un paio d’anni. Trovai “Short Songs For Short Attention Spans” dei Nobodys e un inascoltabile live bootleg dei Vice Squad di cui non ricordo il titolo. Me ne tornai a casa soddisfatto e pensai a quando sarebbe arrivato il disco dei Good Riddance. Ascoltai quindi svogliatamente gli altri due dischi, li ascoltai come se dovessi farlo per compito.

L’unica loro canzone che avessi sentito sino ad allora era stata United Cigar, raccolta in una compilation Fat Wreck che tra amici ci eravamo passati per mesi, consumandola a vicenda. Il suono mi era apparso grezzo, di bassa qualità. Non mi colpirono all’istante, lo devo ammettere. Ma da una canzone, cosa si può capire? È un metro di giudizio oggettivamente accettabile? La copertina di “Ballads From The Revolution”, di cui avevo visto la foto su cataloghi e riviste, lasciava presagire un disco che sarebbe diventato epico per la mia formazione da punk di provincia.

E così fu.

Alle volte sento e soprattutto leggo dei discorsi, tra ragazzi più giovani di me, sull’appartenenza politica o sull’essere o meno attento alle abitudini alimentari. Beh, io sono diventato vegetariano grazie a “Ballads From The Revolution”. È stato innanzitutto il primo disco che avessi mai ascoltato che prendesse delle nette posizioni, una volta per tutte, su allevamenti, sfruttamento di risorse ed alternative. Waste è, ovviamente, la canzone di riferimento sull’argomento per l’intero disco. “Burn the slaughterhouses to the ground, now it’s time for us all to defend the oppressed. Meat is Murder!” sono però parole rimaste sempre in secondo piano, rispetto alle melodie più cantabili di brani come Jeannie o Fertile Fields. La prima è forse il pezzo più conosciuto e cantato dei Good Riddance mentre la seconda, in apertura del disco, mise subito in chiaro le cose per ciò che riguardava la velocità con la quale i quattro di Santa Cruz avessero intenzione di scannare definitivamente le residue rimanenze di punkrock, che avevano caratterizzato la loro produzione sino a quel momento. “Ballads From The Revolution”è stato il disco che ha fatto dare una forte svolta verso l’hardcore old school a tutti quelli che, negli anni novanta, ascoltavano punkrock o grunge. Per le idee, per l’importanza del messaggio, per la furia con cui sono suonate le canzoni, per la copertina con il soldato che fa il gesto della vittoria e la foto del booklet dove non si capisce cosa stia tenendo in mano chuck il chitarrista sotto lo sguardo attento di Sean Sellers, per il tributo finale ai Manowar, per la cover dei Kiss, per un pezzo di chiusura come Years From Now che sembra una canzone Youth Crew: “Once were friends, we’ve grown apart. When you hear this song, you’ll know it comes straight from the heart.”

E poi parliamoci chiaro. I Good Riddance venivano e vengono da Santa Cruz. A livello di immaginario collettivo, ascoltare e possedere dei loro dischi era sinonimo di seguire una scena musicale che non aveva mai avuto eguali al mondo. Il sole, lo skate, le Vans ma anche la coerenza di saper suonare del punk-rock rendendolo denso di contenuti politici. Accanto a pezzi sui rapporti personali e sull’amore (Eversmile e Slowly su tutti), appaiono schegge come State Control e Understood, capaci realmente di risvegliare coscienze dormienti. Due mesi dopo aver comprato “Ballads from the Revolution”, infatti, ordinai la loro felpa, quella con il logo bianco contornato dalle strisce rosse e, sulla schiena, una foto di Chuck in bianco e nero e la scritta “Santa Cruz Hardcore”. Mi arrivò due mesi dopo. La scritta in bianco non era in realtà come quella del loro logo, rassomigliando più che altro ad una correzione verso lo stile tribale dello stesso. La foto di Chuck il chitarrista, poi, non era posizionata perfettamente al centro, sulla schiena, ma appena sopra al sedere, e la felpa era di una taglia in più rispetto a quanto mi aspettassi. “Sono misure americane”, mi disse mia madre, che non aveva mai visto di buon occhio i miei ordini postali di capi di abbigliamento.

L’unico rimpianto è però non essermi ricordato al momento giusto della frase riportata sul libretto del disco, scritta da Russ Rankin, sul significato della parola “rivoluzione”. “I can attest that being punk at 29 is much different that being punk at 17”. O forse sì, me ne sono ricordato inconsciamente, senza andare a riprenderla fisicamente per poterla leggere. L’unica certezza è che “Ballads From The Revolution” rimarrà imperterrito lì, come un tratto di marciapiede reso impervio dal ghiaccio fuori stagione, a farmi restare umano e cercare di farmi ricordare delle convinzioni di sempre dopo un inverno passato a contemplare le intemperie. Perdendo tempo.

Good Riddance

 

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