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Interviste

Intervista ai MASSIMO VOLUME

Massimo Volume

(foto di Simone Cargnoni)

I Massimo Volume sono tornati finalmente con il nuovo album “Il Nuotatore” (qui la nostra recensione), uscito ad inizio febbraio su 42 Records. Abbiamo scambiato quattro chiacchiere con Emidio Clementi e Vittoria Burattini per saperne di più su un disco atteso per troppi anni e che non ha tradito per niente le aspettative.

Tornate dopo un silenzio di sei anni, che nell’epoca culturale (e va da sé discografica) che viviamo è un’immensità, quasi un periodo che porterebbe a dimenticarsi di qualsiasi cosa, e invece pare che “Il nuotatore” sia stato accolto benissimo, atteso come se fosse necessario. Cos’è cambiato in questi sei anni? Chi sono i Massimo Volume che tornano alla luce?
Vittoria: Siamo molto contenti dell’accoglienza ricevuta da Il nuotatore. Ovviamente finché il disco non è uscito non sapevamo come sarebbe stato accolto. Considerato che siamo “sulla scena” con una proposta piuttosto ostica da tanto tempo, il rischio di diventare la solita cosa, di essere tacciati di fare sempre lo stesso disco è sempre dietro l’angolo. Il nostro impegno è stato dunque quello di tentare di diversificare il più possibile i brani tra loro. Sono legati da un filo conduttore, anche musicale, ma sono stati selezionati attraverso un “dibattito interno” molto serrato tra noi. Molto è cambiato nelle nostre vite in questi anni, e per lo meno per me sono stati anni difficili, ma molto vivi. Mi accorgo di essere entrata nel pieno della vita che scorre. Invece per quanto riguarda noi come band, credo che abbiamo bene o male raggiunto la consapevolezza di poter usufruire di uno spazio creativo, tutto nostro. Ci sono persone appassionate e sensibili che ci seguono, con cui riusciamo spesso ad avere anche uno scambio molto piacevole. Passano gli anni, è indubbio, ma il tempo creativo segue un orologio tutto suo, non tiene conto della vita, e noi abbiamo il privilegio -finché dura- di stare dentro alla nostra bolla a lavorare con la musica e con le parole. Non male per quanto mi riguarda.

In questa sorta di “trilogia del vostro ritorno” mi pare di scorgere una sorta di incupimento delle tinte nei vostri pezzi, come se lavorando di sottrazione verso una strada sempre più minimale stiate aggiungendo un carico di buio alla vostra musica. È così o è solo così che voglio “leggere” il vostro operato? È pur vero che il nuovo disco è meno scuro e scheletrico del precedente.
Vittoria: Non so dirti se -ad esempio- Cattive abitudini suoni più cupo di Da qui. Forse il più cupo di tutti i nostri dischi è Aspettando i barbari, volutamente claustrofobico anche nella scelta produttiva, nel suono. È indubbiamente vero che il lavoro di sottrazione in sala prove e in studio procede sempre in modo molto serrato.Un altro cambiamento è quello della line up. Esce Stefano Pilia e le chitarre tornano totalmente in mano ad Egle.

Quali sono le cose che lascia Pilia e in che modo avete affrontato la scrittura dei brani, in trio? Noto che, se la base ritmica è sempre più asciutta, qui sono proprio le chitarre che paiono moltiplicarsi, come in un’architettura in continua evoluzione.
Vittoria: Forse Stefano è stato in grado di “colorare” la nostra musica con delle tinte che noi non saremmo stati in grado di aggiungere. Tra le sue doti, quando suono (suonavo, a questo punto) con lui dal vivo, c’era proprio quella di riempire lo spazio, di essere musicalmente presente, anche a tratti in modo impercettibile ma costante e molto armonioso. È una persona dotata di grande musicalità. Mi mancherà, ma è pur vero che Sara Ardizzoni, entrata nella band per il live, si sta rivelando bravissima e molto interessante anche lei musicalmente parlando. Ci siamo ritrovati in trio più per caso che per scelta. Per un po’ abbiamo pensato a una nuova entrata nella band in fase compositiva, ma per un motivo o per un altro non abbiamo scelto nessuno. Ci siamo resi conto di essere in trio e che in questo modo avremmo portato a casa il disco. Non era scontato che andassimo d’accordo fino alla fine, invece è andata bene e Egle ha fatto un lavoro incredibile, di precisione quasi chirurgica.

Mi ha colpito particolarmente il tema di Una voce a Orlando, che parte da un fatto di cronaca, un attacco terroristico, ed arriva a porre l’accento sul tipo di uomo che si vorrebbe essere, come sottolinea Emidio. Da un tema spinoso e di attualità all’introspezione. Cosa lega le due cose?
Emidio: Uno legge una notizia e pensa, cosa avrei fatto se mi ci fossi trovato io in quella situazione? come avrei reagito? Poi, è chiaro, qualsiasi riflessione risente dello stato d’animo del momento. Immaginare il proprio comportamento stando seduti sul divano di casa non è mai attendibile.

C’è un passaggio della title track che ha catturato la mia attenzione e che svetta su tutto il resto: immaginare il mondo coperto da un velo, un velo che nessuno ha il coraggio di scostare, ma una volta che si alza il vento vediamo cosa vi era celato ed è peggio di quanto immaginavamo. Cos’ha visto Emidio a questo punto? Come ha percepito il mondo che già non sembrava luminoso nella sua immaginazione? Perché è “peggio di quello che temevo”?
Emidio: Nel racconto c’è uno sviluppo drammatico preciso. E’ una domenica di sole, ci si diverte a bordo piscina insieme ai vicini. Si beve, si ride. Ma nell’affrontare il tragitto verso casa la realtà muta all’improvviso. Il protagonista non ha più certezze. I vicini cominciano a guardarlo storto. Di colpo è inverno. Nemmeno casa è più la stessa. E’ questa la realtà a cui lui cercava di sottrarsi? Il percorso di conoscenza che ha appena affrontato gli sarà utile o lo devasterà? Sono domande aperte, a cui non so dare una risposta

Da sempre l’utilizzo delle parole, di non sempre facile fruizione, è parte integrante del vostro percorso. In uno spazio temporale come quello odierno, in cui la lingua sembra flettersi sempre di più, quanto è importante mantenere il centro focale sulla nostra lingua, nella sua forma più, diciamo così, corretta? Com’è cambiato, secondo voi, negli anni il suo uso nella musica italiana, che sia essa alternativa o meno?
Vittoria: È una domanda molto difficile. Come nel passato, la lingua viene usata (“flessa”) nei modi più disparati, interessanti o banalissimi. Non credo che l’uso della lingua nella musica italiana sia cambiato più di tanto. Cambiano gli stili, ma se uno è bravo, che faccia rap, trap, che parli e basta o che canti meravigliosamente, se sa fare quello che fa, il messaggio arriva. Certo, la nostra è una realtà particolarmente legata alla letteratura, quindi ovviamente fa della lingua il suo punto focale, e proprio per questo la nostra musica può risultare difficile.

Qualche giorno fa mi è capitato di vedere su YouTube la puntata di MTV Kitchen in cui in cucina si avvicendavano Manuel Agnelli ed Emidio. A parte il tuffo al cuore, parlando di Frank Zappa disse che non gli piaceva troppo l’ironia nella musica. È ancora così? Ha rivalutato Zappa oppure ancora non gli piace?
Emidio: Sinceramente da allora non mi è più capitato di ascoltare un disco di Zappa, ma il suo oscillare tra ironia e demistificazione alla lunga mi annoia. Detto questo non conosco nemmeno così bene la sua musica da spingere più in là la mia critica

Sempre riguardando il video di cui sopra ho ragionato sul fatto che “Club Privè” quest’anno taglia il traguardo delle 20 primavere. In vent’anni cambia tutto ed è naturale che sia così. Cosa siete contenti di esservi lasciati indietro e cosa invece vorreste recuperare? Come vivete oggi quell’album? Se in uno specchio atemporale e immaginifico ci fossero riflessi “Il nuotatore” e “Club Privè” come ne descrivereste le differenze?
Vittoria: come al solito non ci accorgiamo mai dei compleanni dei nostri dischi. Mi sembra pazzesco che siano già passati vent’anni!
Abbiamo registrato Club Privè -a chi ha seguito le vicende della band la cosa è abbastanza nota- in un momento di crisi interpersonale tra di noi. Quando ce lo chiedono diciamo sempre che all’epoca per noi la band era tutto, e forse pretendevamo troppo dalla band stessa. Fatto sta che dopo quasi dieci anni gomito a gomito (gli anni lenti della gioventù, tra l’altro) non ci sopportavamo più. Siamo andati a Milano in studio perché andava fatto e perché tenevamo al disco come a tutti gli altri che abbiamo registrato. Però c’era un’aria stanca tra noi, anche se non so se nel disco si sente. È un disco che contiene brani più riusciti e brani decisamente meno. Siamo credo quindi contenti di esserci lasciati indietro proprio quella pretesa tipicamente giovanile di volere troppo, di voler controllare tutto troppo, anche. Non credo di aver voglia di recuperare granché di quel periodo, ma non perché lo rinnego, ma semplicemente perché è stato, è passato. Forse, ecco, un paio di serate al Link di un tempo fino alle dieci della mattina dopo aver suonato tutta la sera (avevamo la sala prove al Link, furono anni piuttosto selvaggi), ecco, forse quelle me le rivivrei volentieri. Però con l’energia di quel tempo là, non con quella di ora.
Per rispondere alla tua ultima domanda: la differenza tra Club Privè e Il nuotatore sta nella consapevolezza. Credo che la maturità ci abbia reso più sicuri dei nostri mezzi, più disposti a difendere le nostre idee e il nostro metodo produttivo. Credo che nel Nuotatore questa cosa si percepisca, mentre forse si percepisce un po’ meno in Club Privè

Massimo Volume

(foto di Simone Cargnoni)

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