Impatto Sonoro
Menu

Interviste

Intervista a QUENTIN SAUVÉ (Birds In Row)

Quentin Sauvé

In occasione dell’uscita del suo debutto da solista intitolato “Whatever It Takes” (qui la nostra recensione) abbiamo avuto modo di scambiare quattro chiacchiere con Quentin Sauvé. Il primo disco in solitaria del bassista dei Birds In Row – che l’anno scorso hanno dominato le classifiche della stampa di settore e conquistato spazi di rilievo con il loro album “We Already Lost The World” – è uscito ad inizio febbraio per una serie di etichette provenienti da tutto il mondo. Ne sentirete parlare nel corso dell’intervista, assieme a molto altro.

Whatever It Takes” si distanzia dal genere di musica che suoni con i Birds In Row: cosa ti ha spinto a scrivere un album come questo?

Sì, vivo nel bel mezzo di questi due tipi di musica da un po’. Ho dato vita al mio primo progetto acustico Throw Me Off The Bridge ormai nove anni fa, mentre suonavo con i As We Draw, Clavaiire, Brutal Deceiver, alcune band post-hardcore. Penso di averlo fatto un po’ per frustrazione poiché con questi progetti non potevamo girare quanto avrei voluto. Questo mi ha dato la possibilità di suonare dove e come volevo e sentivo nel profondo che era venuto il momento di comporre qualcosa di più intimo e scrivere della mia vita. Inizialmente fare tutto da solo è stato difficile, perlopiù perché questo era il primo progetto che affrontavo senza mio fratello (che suona la batteria negli As We Draw e nei Brutal Deceiver) ma anche perché essere da solo non è la stessa cosa, non hai altri punti di vista su cui fare affidamento quando hai dei dubbi, non puoi condividere le tue canzoni con altre persone sul palco, lo fai solo con chi hai davanti e se non ascoltano sei davvero solo. È stata una bella sfida e mi ci sono voluti alcuni concerti per poterne godere appieno. Alla fine ho pubblicato due album da solista, girato molto, incontrato tante persone, trasformato il progetto in una band vera e propria con amici e musicisti fantastici con cui non avevo mai suonato prima, pubblicato due EP con questo gruppo, andandoci in tour e alla fine dividendoci. A questo punto ho sentito che tutto stava collassando, ma ora so che ne è valsa la pena perché mi ha portato qui, a questo nuovo progetto. Tutto ciò che è successo nella mia vita privata, tutte le esperienze che ho fatto in tour, tutto ciò che ho imparato dalle persone coinvolte nelle passate sessioni in studio mi ha spinto verso questo disco, per ricominciare da un nuovo inizio.

Oggi i termini “folk” ed “indie” sembrano essere inflazionati: come descriveresti la tua musica?

Mi piace chiamarla “indie post-folk” ahah! Nasce da influenze che arrivano da molte band indie e cantautori folk, ma mischiata con le radici da cui provengo, ossia la scena DIY punk-hardcore, in special modo da quello che chiameremmo “post-hardcore”. Penso sia una sorta di storytelling “cinematico”, proprio come la musica post-hc. Suona come un tizio con una chitarra ed un microfono, ma con al di sotto un certo numero di strati. Quando abbiamo registrato “Whatever It Takes” abbiamo cercato di farlo suonare pieno e “largo” ma senza aggiungere troppi strumenti. Volevamo mantenere l’idea “solista” su tutto l’album ed è ciò che abbiamo fatto ma usando parecchia strumentazione. Microfoni acustici, un sacco di pedali, sintetizzatori come basso, due amplificatori per chitarra…più o meno come una sessione da band post-rock! Adesso ce la sto mettendo tutta per portarlo dal vivo da solo ahah!

Finora le reazioni a “Whatever It Takes” sono state fantastiche. Puoi spiegarci i passaggi compositivi? Quali sono i temi principali dell’album?

In realtà è piuttosto semplice: scrivo liriche e musica in parallelo. Quando improvviso sulla chitarra cerco di salvare quello che mi pare buono. Per il resto tengo degli appunti sul mio laptop e sul telefono segnando tutto quello che mi viene in mente. Poi tento di mettere assieme il tutto e cantare sui riff, infine adatto le parti di chitarra a quelle vocali finché non funzionano. A volte non sono ispirato, ma ciò che è successo per “Whaterver It Takes” è che quando gli altri membri dei TMOTB sono stato sopraffatto dalle emozioni e dalla creatività.

Questo disco parla molto di solitudine: quella che pensavo andasse bene per me quando non era così, quella che provavo lottando in una relazione, quella che sentivo in tour anche se ero circondato da persone, l’isolamento dettato dall’acufene e quello nato dal creare questo progetto da solo. Parla di depressione. A volte la chiamo “malattia”. Sto passando momenti difficili cercando di vedere il bicchiere mezzo pieno e facendo i conti con gli alti e i bassi di questa passione. Ora penso di esserne consapevole, perciò è anche una richiesta d’aiuto. Parla anche di paure, morte e paura della morte. Di quando mi spavento a causa della depressione, della paura di perdere le persone a cui tengo, la paura del fatto che potrebbero scomparire e quella che io stesso potrei scomparire. Ma parla anche di speranza, e per me è una cosa nuova. Sono consapevole del mio lato oscuro e sto facendo un primo passo verso la guarigione scrivendone. È una costante ricerca di libertà e felicità. Finché ho questo nel cuore, finché ho questa passione ho anche la forza di continuare a farlo, devo provarci e fare tutto ciò che è necessario [whatever it takes, ndr] altrimenti so che lo rimpiangerò sempre.

L’uscita di “We Already Lost The World” dei Birds In Row – e il conseguente tour – ti ha influenzato in qualche modo durante il processo di scrittura? Come ti senti a far parte di una band sempre in tour?

In realtà no perché ho registrato il mio album appena prima di quello dei BIR! Entrambi i dischi sono stati composti durante lo stesso anno. Love Is Home però è una canzone che ho scritto mentre ero in tour coi Birds In Row e parla di prendersi cura gli uni degli altri mentre si è lontani da casa. Vedo davvero la mia vita come un tour infinito, ancor di più adesso che sto promuovendo dal vivo il mio album solista. È davvero complicato e stressante ma al contempo gratificante. Viaggio per il mondo visitando posti che altrimenti non avrei mai visto, incontrando persone e culture di cui ho realizzato non saper niente. Mi piace molto avere questi due progetti paralleli, crea un buon equilibrio nella mia vita.

Ascoltando “Whatever It Takes” mi sono reso contro che i suoi aspetti elettronici e il loro rilevante contributo stilistico non sono stati il risultato di un lavoro semplice. Quali sono gli artisti e le band che ti hanno influenzato di più?

Oh sì, mi piace davvero mischiare assieme elementi acustici ed elettronici. Gli artisti che mi hanno influenzato maggiormente in tal senso sono Bon Iver, James Blake, Douglas Dare, Soap & Skin, RY X, Apparat. Mio fratello (con il quale ho collaborato per registrare e mixare) va pazzo per i Moog e tutti i tipi di synth (ne abbiamo usati parecchi nel nostro progetto As We Draw). In “Whatever It Takes”, uso un piccolo Juno su People To Take Care Of e Love Is Home, ma in alcune canzoni abbiamo aggiunto alcuni arrangiamenti di percussioni elettroniche con un Moog Mother-32, tipo per la grancassa sul finale di Dead End o in Half Empty Glass, o anche il tremolo su Disappear. Sono stato inoltre influenzato da artisti come Ben Howard, Daughter, Pinegrove, City And Colour, Half Moon Run, Phoebe Bridgers, Julien Baker e The National.

La pubblicazione del tuo album è stata orchestrata in collaborazione con un gruppo di etichette estremamente interessanti. Come ti senti ad aver ricevuto un supporto e un aiuto tanto fantastici? Quali sono i tuoi piani per il futuro?

Ad essere onesto mi sono sentito tipo…”era ora!” ahah. Era la quinta volta che mi lanciavo nell’esperienza delle “5000 e-mail per cercare un’etichetta”, ripensando alle precedenti uscite dei TMOTB. Ingo della I Corrupt (Germania) è stato il primo a dire davvero “sì, facciamolo!”, e nel frattempo ho chiesto a molti amici se volevano far parte della co-produzione, così quando è arrivata questa notizia ho chiesto a Mary della Ideal Crash (Francia) se lei volesse essere l’etichetta francese, poiché lei era già coinvolta per far uscire la cassetta. Niky della Ugly & Proud (Bulgaria) era coinvolto per quanto riguarda gli LP ed il mio caro amico Jon dei Mercy Ties (una band hc di Seattle con cui noi Birds In Row siamo stati in tour) mi ha presentato a Sean di Skeletal Lightining (USA) ed è stato coinvolto anche lui. Lui ed Ingo si conoscevano già e sono spesso al lavoro su alcune uscite. Perciò sì, è la prima volta che ho ricevuto così tanto aiuto per pubblicare un disco e sono così contento di essere riuscito a mettere in piedi questa co-produzione per il primo a mio nome. Ho atteso più di un anno intero dopo le registrazioni per far uscire finalmente “Whatever It Takes”, quindi ora il mio obiettivo è condividerlo e suonare queste canzoni il più possibile e davanti al più alto numero di persone e sempre più lontano!

Parliamo di “do it yourself”: qual è la tua opinione circa l’industria musicale? Pensi che questa cultura sia ancora viva e vegeta?

Sto ancora imparando, apprendo cose dell’industria musicale giorno dopo giorno. A volte nutro delle speranze, altre invece sono veramente irritato se non addirittura disgustato. È una vera e propria lotta, per me, ma cosa non lo è? Oltre a suonare lavoro anche come lighting designer. Lo faccio per le band, in un locale della mia città, e ho fatto esperienza avendo a che fare con realtà musicali molto diverse tra loro, dal pop mainstream fino ai tour da tour-bus delle grandi band metal, e nel mentre vado in giro nella scena DIY punk-hardcore con la mia band…sono davvero contento di aver visto tutto ciò. Penso che ci sia un lato buono ed uno cattivo in tutte le cose, così cerco di tenere la mente aperta e concentrarmi su quello che è buono per me e proseguire in quella direzione.

“Whatever It Takes” distances itself from the kind of music you play with Birds In Row: what propelled you creating this album?

Yes I’m living in between those two kinds of music for a while now. I started my first acoustic solo project “Throw Me Off The Bridge” 9 years ago, when I was also playing in As We Draw, Clavaiire, Brutal Deceiver… several post-hxc bands. I think I did it a bit out of frustration… because we couldn’t tour as much as I wanted to with these projects. It gave me the opportunity to play music and sing anywhere and whenever I wanted to, and I felt deep down that it was time for me to compose intimate stuff and write about my own life. Doing this by myself was hard at first, mostly because it was the first project I made without my brother (who plays drums in As We Draw and Brutal Deceiver), but also because being alone is not the same. You don’t have other point of views to rely on when you’re having doubts, and you won’t share your songs with people on stage with you, you will have to share them only with the people in front of you, and if they don’t listen you’re all alone for real. It was a big challenge and it took me a lot of shows before enjoying it… In the end I released 2 solo LPs, toured a lot, met a lot of people, changed the project into a full-band with awesome friends and musicians I never played music with before, put out 2 full-band EPs and toured again together, until we all parted ways. At this point I felt like everything was collapsing, but now I know it was all worth it because it got me here, to this new solo project. Everything that happened in my personal life, every experience I made on tour, everything I learnt from the people involved and from the different recording sessions, propelled me to this new record, as a start over, a fresh start.

“Folk” and “indie” seem to be such overdid terms nowadays: how would you describe you music?

I like to call it “indie post-folk” ahah! It comes from a lot of indie bands and folk singer-songwriters influences, but always mixed with my roots, with where I come from, and that’s the DIY punk-Hardcore scene, especially what we can call “post-hardcore”. I think it’s a “cinematic” story telling, like post-hardcore music. It sounds like just a guy with a guitar and microphone but with several layers underneath. When we recorded ‘Whatever it Takes’, we tried to make it sound large and full, but without adding too many instruments. We wanted to keep this “solo” feeling on the whole album, so that’s what we did but using a lot of things. Acoustic microphones, lots of pedals, octave one as bass, two guitar amps… more like a post-rock band session! Now I’m trying my best to do all of it live by myself ahah!

The response to the release of “Whatever It Takes” has been amazing so far. Can you please explain its composition steps? What are the album’s main themes about?

It’s actually pretty simple. I do the lyrics and music in parallel. When I jam on my guitar I keep the things I think are good. On the other side I’ve got a note on my laptop and my phone. I put everything that comes to my mind in it, randomely. Then I try to really write things together, and sing it on the guitar riff, then I adapt both guitar parts and lyrics together until it works. Sometimes I’m not inspired, but what happened for ‘Whatever It Takes’ is that when the other members of TMOTB left, I was overwhelmed with emotions, and so creativity as well.

This album is a lot about loneliness. The one I thought was good to me when it wasn’t, the one I felt when struggling in a relationship, the one I felt on tour even if I was always surrounded by people, the isolation created by tinnitus, and also the one created by doing this project alone. It’s about depression. I sometimes call it “sickness”. I’m having a hard time seeing my life as a glass half full, and dealing with all the highs and lows in this passion. But I think I’m well aware of that now, so it’s also a call for help. It’s about fears, death, and fear of death. When I scare myself being depressed, the fear of losing people I care about, the fear that they might disappear, and the fear that I might disappear too. But it’s also about hope, and that’s pretty new to me. I’m aware of my darkness now and I’m taking the first step toward healing by writing it down. It’s a constant search of freedom and happiness. While I still have this in my heart, while I still have the passion, I have to find the strength to keep on doing it, I have to try and do whatever it takes, otherwise I know I will always regret it.

Has the release of Birds In Row “We Already Lost The World” – and its following shows and tours – influenced you somehow during your writing process? How do feel about being a part of a non-stop touring band?

Actually it didn’t because I recorded my album just before we recorded BIR’s one! Both records were composed during the same year. But ‘Love Is Home’ is a song I wrote on tour with Birds In Row, who talks about taking care of each other while away from home. I feel like my life is a non-stop tour indeed, and even more right now as I’m touring my debut solo album. So it’s really tricky and stressful but at the same time really rewarding. I get to travel the world and play in places I thought I would never go. I get to meet people and cultures I realised I was totally ignorant about. And I really like having both projects running at the same time, it creates a good balance in my life.

While listening to “Whatever It Takes”, it is clear that electronic aspects and their relevant stylistic contribution to your record are not the result of an easy work. Which are the main artists and bands you’ve been influenced by?

Oh yes I really like mixing acoustic and electronic stuff. The artists that influenced me that way are Bon Iver, James Blake, Douglas Dare, Soap & Skin, RY X, Apparat… My brother (who I did the recording and mix with) is really into Moog and all kind of synths (we used them a lot in our project As We Draw). In ‘Whatever It Takes”, I use a small Juno on ‘People To Take Care Of’ and ‘Love Is Home’ but we added some electronic percussion arrangements with a Moog Mother-32 on some songs, like the kicks at the end of ‘Dead End’ and in ‘Half Empty Glass’, or the tremolo noise in ‘Disappear’…

Otherwise, I’ve been influenced by artists like Ben Howard, Daughter, Pinegrove, City and Colour, Half Moon Run, Phoebe Bridgers, Julien Baker, The National…

The release of your album was coordinated with a bunch of extremely interesting labels. How do you feel about having received such an amazing support and help? What are your plans for the future?

To be honest, I felt like “…about time!” ahah. It was the 5th time I did the “5000 e-mails research for labels” regarding of the previous releases with TMOTB.

Ingo from I Corrupt (Germany) was the first to really say “yes, I’m gonna do it!”, and in the meantime I asked a lot a friends if they wanted to be part of a co-production, so when I got this news, I asked Mary from Ideal Crash (France) if she wanted to be the french label, because she was already in for putting out the cassettes. Niky from Ugly & Proud (Bulgaria) was in for the LPs, and my dear friend Jon from Mercy Ties (hxc band from Seattle we toured with, with Birds In Row) introduced me to Sean from Skeletal Lightning (USA) and he got into it as well. Ingo and Sean already knew each other, they often work together on some releases. So yeah, it was the first time I got that much help putting out a record, and I’m so glad we managed to do this co-prod for the first one under my own name.

I waited more than a whole year after the recording to finally release ‘Whatever it Takes’, so now my plan is to share it and play those songs as much as possible, in front of as many people as possible, as far as possible!

Let’s talk about “do it yourself”: how’s your opinion about music industry? Do you think this culture is still alive and well?

I’m still learning, I learn a lot about music industry day after day. Sometimes it gets my hopes up, sometimes I’m really upset or even disgusted. So it really is a struggle for me, but what isn’t?

Aside from playing music, I also work as a lighting designer. I used to do it for bands, now I do it in a venue in my hometown. I experienced dealing with a lot of different music worlds, from mainstream pop music to big metal band tour-bus tours, while I’m touring in the DIY punk-hardcore scene with my own bands… I’m actually glad I’ve seen all of this. I think there’s good and bad in everything, so I try to keep an open mind, focus on what’s good to me, and stay on that direction.

Quentin Sauvé

Piaciuto l'articolo? Diffondi il verbo!

Articoli correlati