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Back In Time

[Back In Time]: QUICKSAND – Slip (1993)

Immaginate un albero genealogico della musica popolare. Ingrandite sulla sezione relativa al punk, poi su quella del post-hardcore. Ecco, se fate bene attenzione vedrete un ramo morto, che si separa dal resto e dal quale non emergono germogli o altri rami che si propaghino in altre direzioni. Su quel ramo vedrete inciso il nome Quicksand e il titolo di quest’album.

Sarebbe a onor del vero ingeneroso sostenere che le fatiche della band newyorkese non siano state fonte di ispirazione per nessuna band. Torche e Deftones, per dire due nomi (ma se ne potrebbero fare molti altri), hanno attinto a piene mani dal fango delle sabbie mobili. Ma è altrettanto vero che ai Quicksand è toccata la buona e cattiva sorte di diventare paradigmatici senza essere influenti, di immortalare un genere meglio di chiunque altro senza averne indicato un’evoluzione prolifica. Materia da cultori della musica ma esistenziali e adrenalinici come solo i migliori Fugazi son stati capaci di essere. Un ascolto che ancora adesso può cambiarti la giornata se non la vita.

I Quicksand sono i tra pochi in grado di stamparti in faccia quel ghigno da “voglio fare a mazzate con qualcuno” o “adesso spacco tutto” e allo stesso tempo di farti sentire a una lezione di sociologia o psicologia all’università, senza per questo farti perdere l’erezione. “Ti chiedi se vada tutto bene / È l’esitazione il vero problema” ti urla in faccia Walter Schreifels, mentre Alan Cage e Sergio Vega sferragliano ritmi à la Helmet e Tom Capone scandisce le parole che chiudono l’incipit Fazer con un solo altrettanto dilaniante. Se McKaye e Picciotto sono i Marx ed Engels del post-HC, Schreifels è Kierkegaard.

D’altronde, basta dare un’occhiata ai titoli dei pezzi. Dine Alone esaurisce in poche righe una disamina spietata e lucida sulle percezioni personali, sull’alterazione della realtà portata dalla lente attraverso la quale la filtriamo e che ce la mostra in modo necessariamente parziale e, spesso, peggiorativo. Nello specifico, una cena fuori in solitaria, con tutto ciò che ne consegue in termini di memorie che si rincorrono e l’illusione/presunzione di saper interpretare gli sguardi e i pensieri degli altri commensali: “But hard to pass the time alone / Can you take it / And it’s true / True, the couple next to you think you look strange / Alone, what are your aims / Or do you have any”, mentre la musica riesce in maniera quasi metafisica a mimare l’incertezza, il disagio, la paranoia. Raggelante.

Ciò che davvero definisce e separa i Quicksand da qualsiasi altro gruppo abbia calcato la scena post-HC è il cocktail micidiale tra la violenza perfetta e trascinante della parte strumentale e le capacità di scrittura e di interpretazione di Schreifels, vero cuore concettuale della band: “Vengo da una famiglia coi genitori divorziati, e così la metà delle persone che conosco. Penso che ciò ci dica qualcosa circa l’intera cultura americana. In questo Paese c’è questa sorta di breakdown famigliare e, nonostante io non creda nelle stronzate circa i ‘valori famigliari’, sembra che per qualche ragione la gente oggi sia incapace di stare assieme in modo idealistico.”

E fra le righe di questo “Slip” temi di questo tipo, l’isolamento, l’alienazione, l’inadeguatezza e l’incapacità di affrontare la vita in maniera soddisfacente emergono in ogni dove: “Perché hai detto ciò che hai detto / Vivere nel silenzio è morte / Ho paura di ciò che stai pensando / Da quant’è che siamo diventati insensibili / Così stanchi e pensierosi” recita Lie And Wait nel delineare in maniera impietosa gli strascichi di una relazione ormai al capolinea. Si aggiunga a questo le speciali capacità del cantante/chitarrista nel plasmare le strofe, nello scavalcarle, anticiparle, rigirarle o anche sintonizzarle con l’andamento melodico del brano, come avviene in pezzi come Unfulfilled od Omission, dove Schreifels intona “I can feel myself fall / Falling down”, con il riff di chitarra che sembra imitare i tonfi di un uomo che cade.

Ogni tanto dalla coltre si intravede qualche barlume di speranza melodica, come nell’apertura e nel chorus di Freezing Process, che ricordano tanto alcuni momenti di un’altra band enorme e atipica della scena, i Bitch Magnet, e che verrà ripresa da Schreifels in una band dalle istanze più programmaticamente “pop” come i Rival Schools. In questo senso, è Baphomet il pezzo più “oltre”, più foriero di ulteriori, eccitanti sviluppi, grazie alla propria struttura tentacolare, vorticosa e, in qualche modo, progressiva; prova ne è il fatto che la band non ritenne necessario aggiungervi liriche: il pezzo dice già tutto, molto, con la sola musica.

Sviluppi per certi versi traditi nei successivi “Manic Compression” e nel molto più recente “Interiors”; album che, seppur più coesi e maturi, non aggiungono quasi niente a quanto di buono e in maniera molto più diretta e dirompente è stato riversato in questo “Slip”, autentica pietra miliare per quanti vogliano “spaccare il mondo” e “make songs that have a point” allo stesso tempo. Massiccio e doloroso ad ogni ascolto.

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