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The Claypool Lennon Delirium – South Of Reality

2019 - ATO Records
psychedelic rock

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Tracklist

1. Little Fishes
2. Blood And Rockets: Movement I, Saga Of Jack Parsons – Movement II, Too The Moon
3. South Of Reality
4. Boriska
5. Easily Charmed By Fools
6. Amethyst Realm
7. Toady Man's Hour
8. Cricket Chronicles Revisited: Part I, Ask Your Doctor - Part II, Psyde Effects
9. Like Fleas


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Di ritorno dal turno di notte, dormo poco e appena il sole mi perfora attraverso le persiane mi alzo e senza pensarci su troppo metto su “South Of Reality” (che sia un riferimento agli Slayer? Nah!), così, di getto. Come se nel sonno qualcosa di alieno mi avesse ricordato che avrei dovuto farlo al più presto. Accontento questo bisogno premendo play e mettendomi in attesa del suono, lucido a metà. D’altro canto quale migliore condizione psico-fisica se non questa per procedere all’ascolto del secondo lavoro in studio della strana coppia Les Claypool/Sean Lennon?

Il The Claypool Lennon Delirium vuole dimostrare al mondo di essere una band vera e propria, non solo un side project qualsiasi, e tutta questa premura di renderlo noto al mondo credo derivi dalla coda di paglia del membro di punta dei Primus, che negli anni ci ha abituato a sortite di ogni genere, prese e lasciate a metà di una strada che sembrava promettente ma finiva – come da copione – schiacciata dall’urgenza dell’istrionico bassista. E insomma, questa volta ci si promette che non accadrà, che vi sarà continuità, e parrebbe pure vero e a dimostrarlo c’è l’evoluzione del suono. Sarà l’età di Les, o sarà l’influenza positiva del figlio di John e Yoko a far da propellente a questa macchina eppure ne esce qualcosa di veramente evoluto rispetto a “Monolith Of Phobos”, maturo (che per due uomini maturi è il minimo, ma non lo darei nemmeno per scontato) e centrato. Il duo ha preso le misure quel tanto che basta per decidere quale strada prendere.

Quale sia la suddetta via intrapresa è ben preso detto e porta sulla targa la firma della psichedelia e degli anni ’60. Inevitabile pensare ai Beatles più acidomani, ai 13th Floor Elevators e, perché no, ai Jefferson Airplane, alla follia pasticciata di Syd Barrett e dei suoi Pink Floyd, e un enorme e invadente tocco di Camel, Amon Düül II, Gong e chi più ne ha più ne metta il tutto condito con l’oscurità di un secolo di incertezze e virulenza, paura e ricerca di sicurezze costruite da altri, altrove, in un primo momento che può divenire anche l’ultimo, al punto di rottura tra le due realtà (o a sud di esse, se vogliamo essere precisi) in cui il suono che creò Les con la sua band sul finire degli ’80 – ma nella sua versione più “Green Naugahyde” – si fonde con il sound di quei mostri lassù. Ebbene il risultato potrebbe essere “filmato” con una 8mm per dare il giusto contesto, ma con gli effetti speciali di un film sci-fi degli anni ’90.

Si respira anche qui la stessa sordida voglia di perculare le nuove generazioni, come già avveniva tre anni or sono, e per farlo il duo sfodera il lato più claypooliano figlio di Francesco Zappa che va a sbattere su Easily Charmed By Fools con i due a canticchiare cose come “she likes to swipe right for pretty boys on Tinder” e “they vote to the right so they can pack their pistols”, entrambe scelte disperate per disperati facili ad abboccare a quanto di più farlocco si possa trovare oggidì, in rete e non. Non poteva mancare un riferimento di sbieco ad Aleister Crowley, la Grande Bestia, e ad uno dei suoi seguaci, quel Jack Parsons di cui cantano sagacemente sulla drogatissima (e splendida) Blood And Rockets, a sua volta divisa in tre movimenti uno più psicotropo dell’altro.

Le eleganti ed aeree soluzioni vocali di Sean sono il vero balsamo di tutto il disco e quando prendono il sopravvento sembra di trovarsi sul London Bridge mentre questo è attraversato da una lancinante linea elettrica, in parte dettata dai bellissimi, pur semplici, intrecci chitarristici dell’ex-Cibo Matto, ed è così che brani come Amethyst Realm – che ad un certo punto parte in quarta e si infila in uno space-power pop-rock allucinante con un assolo che se la spassa al sole della California affondando in una bella slunga sintetica seventies – o la title track, e, perché no, quel chiodone poppettaro di Boriska, forse uno dei momenti migliori di tutto ‘sto pasticciaccio matto.

Non mancano le batoste funkettare saltellanti che tanto ci piacciono: Toady Man’s Hour, imbellettata tipo PIL con la chitarra dub che riverbera a zig zag tra allucinatori palazzoni marci e degrado umano risulta più ispirata di quanto non possa essere il trio californiano trainato dal bassista-cantante. Ci mancava poi un richiamo orientaleggiante a Ravi Shankar accoppiato ad una rivistazione dei territori cari alla Mahavishnu Orchestra sulla bipartita semi-ripresa di un paio di pezzi presenti sul debutto Cricket Chronicles Revisited, folkeggiata tirata a tuono sui denti, e il piatto è presto servito ed è da consumare caldo, altrimenti ci si accorge del trucco.

Perché di trucco si parla: com’è possibile che un lavoro davvero così tanto “derivativo” ed ispirato da altri, quasi un tributo a sonorità ben precise, possa funzionare così bene? Sta proprio qui la magia messa in atto in questo secondo –  ben più riuscito e compatto – rituale voodoo (in salsa Austin Powers) da Claypool e Lennon, in combutta per portare in un mondo sempre più votato all’involuzione del sound un tocco di quel che fu. Alla fine provateci voi a rendere credibile e bello un disco che mette in fila così tanti cliché senza far sentire l’odore di soffitta. Pazzesco, vero? Che furbastri.

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