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Ladytron – Ladytron

2019 - Ladytron Recordings
synth pop / elettronica

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Tracklist

1. Until The Fire
2. The Island
3. Tower Of Glass
4. Far From Home
5. Paper Highways
6. The Animals
7. Run
8. Deadzone
9. Figurine
10. You’ve Changed
11. Horrorscope
12. The Mountain
13. Tomorrow Is Another Day


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Sette anni dopo quel “Gravity The Seducer” che ce li aveva presentati sotto una luce un po’ più elegante e sofisticata rispetto al solito, i Ladytron tornano con un album omonimo che non riprende il discorso da dove si era interrotto. O meglio, lo rielabora e lo espande quanto basta per trasformarlo in un corposo riassunto di praticamente tutte le fasi stilistiche attraversate in una carriera iniziata nell’ormai lontano 1999. Che il periodo di silenzio abbia arrugginito gli ingranaggi della creatività? Non temete: la pausa non ha intaccato minimamente il talento del quartetto di Liverpool, che in questi cinquantatré minuti e passa di synth pop moderno e mutante dimostra una flessibilità che ha davvero del prodigioso. Una caratteristica più unica che rara per chi propone un genere tanto ancorato al passato.

I Ladytron fortunatamente non hanno mai amato ripetersi due volte e anche in questo caso, nonostante i tratti marcatamente antologici e forse un filo autocelebrativi dell’opera, introducono qualche nuova spezia nella loro tipica ricetta elettronica. Probabilmente a rendere così piacevolmente sfaccettato il disco è stata la decisione di Daniel Hunt, da sempre propulsore della band, di lasciare maggiori margini di manovra ai compagni (le cantanti/tastieriste Helen Marnie e Mira Aroyo e l’addetto ai sintetizzatori Reuben Wu) e di circondarsi di numerosi collaboratori esterni in grado di aggiungere quel qualcosa in più necessario per far diventare questa sorta di reboot del marchio Ladytron un piccolo evento.

Tra i nomi noti coinvolti nell’operazione spiccano quelli dei produttori/songwriter Vice Cooler (Peaches) e Jim Abbiss (Sneaker Pimps, Arctic Monkeys e Kasabian), oltre a una bella sorpresa che potrebbe spaventare i fan della prima ora: Igor Cavalera, il vulcanico ex batterista dei Sepultura. Il musicista brasiliano è un insospettabile appassionato di electroclash e synth pop che, dopo aver prestato la sua “mano pesante” ai Soulwax di “From Deewee”, dà una sferzata di energia alla marcia dance di Horrorscope e al rock artificiale di Until The Fire.

Il ritmo martellante e ossessivo dell’apripista rappresenta una piccola eccezione all’interno di un album che predilige le atmosfere morbide ed eteree dello shoegaze. Le voci sovrapposte e ultra-effettate di Marnie e Aroyo immergono l’ascoltatore in una dimensione da sogno che di brano in brano assume forme diverse, passando dalla dolcezza rétro di The Island, The Animals e Run alle tentazioni disco di Tower Of Glass. Il suono ricco ma poco limpido dell’album ne esalta la vena dark ed estremamente cupa. L’elettronica plumbea di Figurine, You’ve Changed e Deadzone, a metà strada tra techno e industrial, trasmette un senso di inquietudine e ansia che si dirada solo quando il quartetto si avvicina alle melodie ricercate e malinconiche di The Mountain e Tomorrow Is Another Day, due canzoni che non avrebbero sfigurato in un ipotetico ritorno al synth pop dei Talk Talk.

In chiusura, ai nostalgici dei Ladytron degli esordi – ovvero quelli dell’epoca precedente il successo di “Witching Hour” del 2005 – consiglio di dare una chance alla kraftwerkiana Far From Home e soprattutto  all’allegra filastrocca electroclash Paper Highways, con una Mira Aroyo in forma smagliante. Peccato solo non canti più in bulgaro.

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