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Back In Time

[Back In Time]: AFI – Sing The Sorrow (2003)

In un mondo che per me era solo nu e black metal, ferocissime incursioni industrial e viscerale rabbia post-hardcore (sì, ero un ragazzo strano) il momento in cui su MTV passarono Girl’s Not Grey fu strano e mi gettò nella confusione. Correva l’anno 2003 e mentre il mondo alternativo era vessato dalla nuova ondata emo, futile moda dietro cui nascondere velleità fighette (leggi My Chemical Romance, Fall Out Boy, Funeral For A Friend e compagnia cantante) scoprii ben presto che gli AFI non erano di quella parrocchia lì.

Comprato al volo “Sing The Sorrow”, immergendomi in questa realtà, scavando in seguito a fondo nella band di Davey Havok e Jade Puget, scoprii che questi si erano fatti mazzo e gavetta nel mondo dell’hc nuova scuola che contava duro e picchiava altrettanto, figli trasversali di quanto crearono T.S.O.L., Damned, Bad Religion e di rimando gli Offspring prima maniera – furono figlioli della Nitro Records di Holland non a caso. Una band in continua evoluzione, che nelle pieghe delle mode trovava solo piccoli elementi da ricreare ma che finiva per andare a pescare anche più indietro, ai tempi dei Misfits di Glenn Danzig (gli unici da tenere a mente per quel che mi riguarda).

La capacità del gruppo californiano di crescere ad ogni uscita seguendo una propria linea di principio e sostanzialmente evolvendosi fa ritrovare il quartetto in seno agli anni Zero con una carica goth rock di spinta squilibrata. Cresciuti e rinnovato il sound, maturo e molto più sicuro, con un Havok in cui non grida e basta ma finalmente canta liberamente col suo falso-falsetto nasale, un sacco di insert barocchi ed electro in un mischione di arpeggi wave e ritmiche evolute fanno di questo album qualcosa che altrove non era dato trovarsi, nonostante le proposte vertessero tutte in una direzione univoca. Una direzione che porta al mainstream, un mondo avulso a questi ragazzi nemmeno trentenni, che da Nitro passano a DreamWorks (che pian piano consacra molte creature di questo momento storico particolare tipo i Papa Roach, gli Alien Ant Farm, i Jimmy Eat World e persino la Rollins Band) e, pronti o no, spaventati o meno dal non essere considerati dal grande pubblico come accaduto fino a quel momento vengono sbalzati in heavy rotation. E funziona, cazzo.

Il singolo è prorompente e nel suo arioso incedere da anthem emo si piazza nella mente di un significativo numero di persone, tra cui la mia. Ma ci sono altri pezzi da cento, come Bleed Black, che mischia il nuovo armamentario post-punk alla ferocia vocale appena lasciata alle spalle, le mutazioni melodic hc dell’incattivita Paper Airplanes (Makeshift Wings) e …but home is nowhere, il cui cantato a tratti ricorda Denis Lixzén, o l’immensa suit pianocentrica della finale This Time Imperfect.

Si piazza lì, nei miei momenti scuri, e canta il dolore. Non se ne va, a dimostrazione che tutto fu, tranne che una moda, bensì un modo (forse) di affrancarsi dai machismi di un genere che ormai non riusciva ad essere altro che una macchietta. La fragilità come arma più affilata di qualsiasi muscolo e zanna, proprio come profetizzava Milo coi suoi Descendents, ma con un tocco di smalto ed eyeliner in più.

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