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Rian Treanor – Ataxia

2019 - Planet Mu
elettronica / sperimentale

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Tracklist

1.ATAXIA_A1
2.ATAXIA_A2
3.ATAXIA_B1
4.ATAXIA_B2
5.ATAXIA_C1
6.ATAXIA_C2
7.ATAXIA_D1
8.ATAXIA_D2
9.ATAXIA_D3


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Se non vi siete mai confrontati con Rian Treanor, forse è il momento di partire da questo lavoro intitolato “Ataxia” che esce per Planet Mu: un disco frutto del suo tempo, multidisciplinare, in cui i generi che dovrebbero essere associati a determinati contesti, vengono presi ed uniti in un campo di forze che viaggia per linee parallele. Intanto già il nome, “Ataxia”, si riferisce alla perdita di controllo del movimento del corpo (definizione clinica) – che per analogia, presa da Treanor, la musica dovrebbe generare un effetto imprevedibile nei movimenti dell’ascoltatore.

Appena parte la prima traccia, sentiamo la voce di Joan Lancaster tratta dall’audio dell’opera di Nauman “Good Boy, Bad Boy” (riferimento “estetico/artistico”). E poi c’è la musica (la parte percettiva) che è l’avvenire del footwork, estremamente attuale nella scena rave (stanno uscendo in parallelo proprio le uscite di Raczynski, “Rave ‘till you cry“) e questa specie di rinascimento del genere sembra molto più fecondo di quel che dovrebbe, così come la jungle, così come l’acid e tutti quei generi che negli anni ’90, per emanazione di altri, erano cliché.

Ataxia” mescola tutti questi piani (medica, estetica e percettiva) che, come spesso avviene, non sono collegate l’una con l’altra se non per via di un’elaborazione a posteriori di questi spunti.
E difatti, il Nostro non nasce propriamente come musicista, non nasce nemmeno come programmatore o come computer musician, ma nasce come artista visual. Ed è molto probabilmente per questo che questa “visione” dell’unione degli opposti (la simultaneità è caratteristica elaborata innanzitutto dall’occhio, un’istanza simbolica spontanea), della regolarità irregolare, delle linee parallele convergenti, viene schivata dall’ascolto che non coglie primariamente il senso di questa condizione.

Detto in soldoni: se ci sono questi (almeno) tre livelli a cui fare riferimento, come può l’alterazione di un genere (in questo caso footwork/post-dubstep) rispecchiarli in forma esaustiva? La domanda è chiaramente retorica, poiché è proprio la nostra elaborazione che permette un’eventuale significazione. Ma questo non ci può riguardare, usciamo dall’album e entreremmo in una spirale che potrebbe non concludersi mai. Ma basti questo: la polisemia individuabile in questo disco, è nel disco? Oppure sono frutto di autosuggestioni? Il medium della footwork è il medio che meglio riuscirebbe nella vor-stellung di questa sintomatologia di opposti?

Ataxia” cerca di ritrarre questa prospettiva ossimorica attraverso dei filtri che, proprio perché tali, distruggono la forma ossimorica in sé, la loro capacità oppositiva. In sostanza, se l’ossimoro è una figura retorica, non è un caso che possa sposarsi con il linguaggio poetico, artistico. Forse la pecca di “Ataxia” è l’affermazione di Treanor stesso che, automaticamente, nel dare un intento “programmatico” al disco, finisce per renderlo discorsivo, razionale, monoprospettico, quando la visione multiprospettica è muta, usa l’occhio, non la lingua. Treanor ha usato l’occhio per comporre, e la lingua per spiegare. Se ascoltate (e basta) “Ataxia” sarà l’o(re)cchio stesso a esplicarsi.

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