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Eric Thielemans & Billy Hart – Talking About The Weather

2019 - Sub Rosa
jazz / experimental

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Tracklist

1.Scene 1: Weather Report 
2.Scene 2: Atmospheres 
3.Scene 3: Handicaps 
4.Scene 4: Heard it Before 
5.Scene 5: Students of Life 
6.Scene 6: Songo 
7.Scene 7: Smile at People 
8.Scene 8: Ahandu 
9.Scene 9: it’s a pearl 
10.Scene 10: Pearls
11. Scene 11: 50 Years of Friendschips


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Tutti sappiamo che spesso viene fatta una distinzione per i tipi di linguaggio: uno è il linguaggio orale e un altro è quello del linguaggio scritto. Il primo viene definito vivo, poiché si presenta di fronte/con il parlante e l’uditore; il secondo al contrario è definito morto, una traccia incapace di trasmettere la vita della sorgente della lingua che parla, prolifera, rimanendo attaccata al supporto su cui si scrive, senza muoversi, giacente come un cadavere in sala d’autopsia. Tra l’altro, questa distinzione – che viene fatta tutt’oggi – non ha un campo così ristretto come quello apparente di parlato/scritto, ma è piuttosto ampio, investendo così una grande quantità di questioni teoretiche (e, di conseguenza morali).

Ma, senza dover passare in disamina le eventuali aree di questa distinzione, noi diciamo esclusivamente che questa dicotomia, in più occasioni, è stata ribaltata, invertendo i ruoli dei due poli. E sì, già Feuerbach nel suo “Abelardo ed Eloisa”, attraverso la sua successione di aforismi, è riuscito a rap-presentare questo capovolgimento, e questo sdoganamento si è poi articolato dialetticamente in diverse forme. Ecco, spazziamo via tutto questo e prendiamo per buono il ribaltamento (ovvero, la scrittura, in virtù della sua condizione mortifera, è in grado di risorgere e di richiamare la vita, quella vera, quella eterna, quella pura, che trascende la dimensione “ontica”, casuale, fortuita, delle nostre condizioni di esistenza). Ci poniamo la domanda: il solco su disco/nastro/CD – che anche in mp3 viene chiamata comunque “traccia” – di una discussione, di un dialogo, è più viva della discussione stessa? E’ capace di superare la caducità del momento del dialogo? Al di là delle nostre risposte, tutte opinabili, dobbiamo guardare di riflesso un episodio che perfettamente si confa a questi dubbi: l’uscita per SubRosa di Billy Hart & Eric Thielemans. Ora, oltre ad essere una vera chicca per tutti gli amanti del jazz, in particolar modo della batteria jazz (e fidatevi che, ascoltandolo, sembra davvero di ritornare alle avanguardie roachiane di Drums Unlimited), è proprio un documento di tipo – mi si passi il termine – “filosofico”, come dice lo stesso Billy Hart nella traccia Smile at people a proposito dello scorrere dei suoi anni, del cambio di prospettiva che ha avuto durante la sua vita: “E’ come se avessi cambiato obiettivo (focus), ho iniziato ad avere una visione filosofica delle mie esperienze, come se la mia mente mi avesse messo nelle condizioni fisiche per poter ancora suonare in tutti questi anni, e questa occasione è un buon punto per poter continuare a riflettere su questo (…)”.

E, sempre a proposito di “filosofico” è molto interessante riflettere anche sul titolo: “Talking About The Weather“. Anche qui dovremmo puntare il dito su quello che è considerato uno dei pensatori più importanti, se non il più importante (io mi tiro fuori da questa sorta di “classifica”): Martin Heidegger, colui che più di ogni altro ha detto a chiare lettere quanto disprezzasse la “chiacchiera” piuttosto che l’autenticità del dialogo. Ebbene, proprio qui dovremmo farci aiutare eventualmente da Adorno, da quel “Gergo dell’autenticità” che attaccò proprio quella terminologia heideggeriana che oggi, sì, continua ad essere utilizzata ma che, probabilmente, può essere scaduta nel suo uso effettivo. Quanti discorsi sentiamo oggi da parte di “giornalisti” o “intellettuali” così lontani dalla vita di tutti i giorni che, anche se a prima vista possono sembrare riflessioni intelligenti, sono propriamente luoghi comuni, frasi di senso comune usate per farsi ascoltare da chi vuole che certe cose vengano dette?

E lì dov’è l’autenticità? Hart e Tielemans hanno questa grandezza: la spontaneità, per cui, se tra diverse rullate e giri di ride, ascoltiamo un messaggio lasciato in segreteria per chiedere del tempo, o se tra dialoghi di due set di batteria sentiamo un dialogo tra i due protagonisti così semplice da sembrare zen (perché questo è il disco come si autodefinisce: A conversation. A dialogue of the drums; soli/doppi di batteria alternati a dialoghi e monologhi in sala d’incisione), non ci dobbiamo meravigliare perché nella vita troviamo la semplicità, una genuina spontaneità che passa ma che, come dicevamo sopra, rimane poiché “l’esperienza” è stata “fermata” in questa traccia o in un’altra.

Ecco, se qualcuno di voi volesse sapere che cosa è successo negli studi di Figure 8 Recording in quei tre giorni in cui i nostri si sono ritrovati, ebbene, sappiate che tutto quello che c’è in questa uscita è assolutamente autentica, come un vecchio diario sulle cui pagine dobbiamo soffiare via la polvere con rammarico, poiché anche quella è già traccia del suo tempo.

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