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Back In Time

Back In Time: NAS – Illmatic (1994)

poesia: […] s.f. 1 Arte e tecnica di esprimere in versi, con estrema attenzione all’aspetto fonico, ritmico e timbrico del linguaggio, esperienze, idee, emozioni, fantasie e sim., nelle quali si condensa una visione soggettiva, e talvolta anche universale, di sé e della realtà circostante

(Dal Vocabolario della Lingua Italiana di Nicola Zingarelli)

Si può veramente aggiungere qualcosa alla sterminata serie di articoli, saggi e documentari che la critica musicale di mezzo globo ha dedicato a “Illmatic” nell’ultimo quarto di secolo? Può quello che da più parti è indicato nientemeno che come il miglior disco hip hop di tutti i tempi, essere ulteriormente sezionato, passato al vaglio, ricostruito nei suoi tratti salienti? Al di là di ogni analisi musicale, ricostruzione storica e indagine critica, l’opera prima di Nasir Bin Olu Dara Jones continua a costituire un unicum tanto nella carriera dell’autore quanto nel proprio panorama di riferimento. Un monumento imponente conservatosi straordinariamente bene su un’immensa piazza, di cui non tutti sono entusiasti ma che nessuno può ignorare.

Il primo a fiutare il talento di un Nasty Nas ancora adolescente è stato Large Professor, un nome che al di fuori di una stretta cerchia di appassionati potrebbe dire poco, purtroppo. Sta di fatto che a 18 anni produceva per Rakim e Kool G Rap, che nel ’90 erano tipo i rapper più forti mai comparsi sul pianeta. A 19 realizzava praticamente da solo “Breaking Atoms” dei Main Source, tanto bello quanto misconosciuto, offrendo al suo amico Nasir la possibilità di dare un saggio della propria classe sulla traccia “Live At The Barbeque”. Sarà così generoso da regalargli anche una performance solista, su una traccia commissionatagli per la colonna sonora del film “Zebrahead”. Una vetrina importante che permetterà al giovane mc di Queensbridge di mettersi in contatto con diverse etichette, anche per gentile intercessione di MC Search dei 3rd Bass. Tanto per non restare con le mani in mano mentre si apprestava a musicare quello che sarebbe diventato “Illmatic”, Large Pro firmava anche una delle tracce più amate di “Midnight Marauders” degli A Tribe Called Quest. E dire che oggi per atteggiarsi come se si fosse “qualcuno” nell’hip hop, basta avere 10.000 follower su Instagram.

Trovato l’accordo con la Columbia, oltre che dell’amico di sempre, Nas ha a disposizione beat di DJ Premier, Pete Rock e Q Tip, ovvero il meglio del meglio di quanto potesse offrire New York all’epoca in materia di produzioni hip hop (ma giustamente molto rispettati ancora oggi). Mentre i salotti buoni di MTV e dei Grammy erano quasi monopolizzati dal G-Funk di Los Angeles, il team lavorò mettendo il jazz in primissimo piano, ottenendo una simbiosi tale con gli scenari dipinti dalle liriche, da non poterla spiegare se non tirando in ballo la magia o quantomeno una congiuntura astrale incredibilmente favorevole. Nel segno di uno spirito di fratellanza molto sentito dai residenti nelle case popolari, Nas riuscì a ottenere di dare spazio anche al beatmaker L.E.S. e al rapper AZ, entrambi cresciuti con lui nei palazzoni di Queensbridge. Ne risultò Life’s A Bitch il cui finale è riservato a un assolo proveniente dalla cornetta del padre, il jazzista Olu Dara (nato Charles Jones), quasi a volere rendere inequivocabile il debito di alcune soluzioni adottate dai ragazzi formatisi nei block party, nei confronti della musica nata sulle rive del Mississippi.

Tutti i rapper, chi più chi meno, ritengono di fare poesia. La differenza sostanziale tra Nas e centinaia di altri nomi è che almeno per quanto concerne il suo disco d’esordio, la cosa è da intendersi in senso letterale. Al di là della cura formale maniacale riservata ai versi (provate a contare le sillabe delle barre: sono sempre simmetriche) e dell’assoluta padronanza delle figure retoriche, la narrazione delle strade e dei personaggi che le popolano è molto più affine allo spleen di Baudelaire che alla “CNN del ghetto” di Public Enemy e N.W.A.. La Grande Mela cessa di essere un luogo fisico per divenire uno stato mentale ineluttabile (N.Y. State Of Mind), i compagni scomparsi prematuramente o incarcerati vengono celebrati con un lirismo paragonabile a quello delle odi latine (The World Is Yours, One Love). Seguendo un sentiero iniziato dal suo idolo dichiarato Rakim, tutto viene farcito con una moltitudine di riferimenti biblici e letterari, spostando il campo di gioco dell’autocelebrazione dalle conquiste in termini monetari e femminili, a quello delle facoltà intellettuali e creative.

Un successo annunciato quindi? In realtà a dispetto della fortuna critica e di ben cinque singoli estratti, per gli standard dell’epoca le vendite saranno alquanto modeste, raggiungendo il disco d’oro solo due anni più tardi. Intanto però un nuovo metro di paragone era stato varato e da lì in poi, chiunque avesse voluto farsi strada in un immaginario costellato di metropoli tentacolari, vite trascinate a forza d’espedienti e rispetto ottenuto sfoggiando le proprie skills al microfono, avrebbe dovuto fare i conti con quel bambino dallo sguardo malinconico ritratto in copertina.

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