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Back In Time

Back In Time: NINE INCH NAILS – With Teeth (2005)

Quando la violenza è troppa, quando la pressione distrugge e se si diventa il personaggio di una narrazione auto-scritta ed una trama intricata e che, di anno in anno, si è posizionata autonomamente volgendosi verso un finale che avrebbe potuto portare in un posto ed uno soltanto: il cimitero.

Ma Trent Reznor, quel “Mr. Self Destruct” di cui ha parlato in lungo ed in largo, non ci sta. Decide da sé e per sé, e cambia la sua sorte, esce dal cono d’ombra che ha creato mandando in mille pezzi tutte le lampade accese in una vita intera di sprazzi di puro genio corroborati dalle proprio inclinazioni abissali. E così, una volta riemerso dalle acque scure, decide che è ora di rigenerarsi portando a compimento i suoi Nine Inch Nails.

Quando in un’intervista dell’epoca lessi che “With Teeth” sarebbe stato privo di tutti quegli elementi che ci avevano fatto innamorare dei NIN, ridotti all’osso e spogliati del proprio corale lirismo (assurdo per un progetto mandato avanti in pratica nella sola testa del suo creatore), basta, fine, mi dissi “oh sì!”. Forse fui l’unico. Una mia amica si disse terrorizzata (addirittura?), gli altri a malapena conoscevano i NIN, quindi non chiesi loro un bel nulla. Mi tenevo la trepidante attesa, l’idea che “The Fragile”, immenso, eccessivo ed epico, il “The Wall” della nostra generazione (anche se a me “The Wall” fa schifo), fosse superato, se non dimenticato, era terrificante eppure eccitante.

Lo misi nello stereo e ne fui stregato, da subito, e poco tempo dopo divenne la colonna sonora di una delle mie uniche due esperienze allucinatorie mai ottenute (strano da dirsi di un disco scritto in piena sobrietà), e il gelo che si sprigiona ancora sin dalla copertina di mastro Sheridan continua a permeare ogni stanza in cui si muove quello che per me poteva – e forse doveva – essere l’ultimo album dei NIN. Esagerato? Forse, perché se leggeste le mie recensione dei suoi ultimi EP capireste che l’amore resta, amore che diviene spesso perno di questo disco scheletrico. Eppure cosa lo rende immenso? Così duro ed impenetrabile? Così accessibilmente difficile da digerire? Solo la semplicità e il grido liberatorio, il gradiente umano e ineluttabile che lotta con una macchina raggelante e ad un primo sguardo invincibile. Forse anche la presenza di Grohl, non ancora assurto a santone del rock del cazzo. Tanti elementi tutti assieme.

Lo trovai granuloso, glitchato, “orrendamente” punk e al contempo così fottutamente funk, non c’erano più proclami (anche se Love In Not Enough, All The Love In The World ed Only ne avevano tutto l’aspetto) ma nell’irta foresta dei suoni a cascata, con le voci sempre sole, tremendamente isolate c’era solo il bisogno di fare fuori il passato, di lavorare per sottrazione. Sapete cosa? È decisamente questo il punto chiave: togliere al passato, fare legna per bruciare il futuro, in un unico immenso falò mostruoso che poteva terminare sulla cima di un picco di unicità, in qualche modo inevitabilmente fallite. Promesse non mantenute e poi “Year Zero”, del quale ha già scritto un esimio collega, prendendo in pieno anche il mio, di pensiero.

Quando li vidi dal vivo e sentii i brani tratti da questo album infine ne compresi in via definitiva il bisogno e l’urgenza ed ebbi l’illuminazione. Quale? Che “With Teeth” è l’unico vero seguito di “The Downward Spiral” e che qui sarebbero potuti finire i sogni targati enne i enne, come ho detto in apertura. Troppo, dite? Non me ne potrebbe importare di meno.

The Fragile” mi insegnò ad amare i Nine Inch Nails (li scoprii lì cinque anni prima ma anche di questo ho già parlato), “With Teeth” a superare l’oscurità di chi ci si avvita, e i troppi fan che sono ancora lì a chiedere qualcosa che non c’è più, per me, non ci hanno capito proprio un cazzo. Ne vidi a Bologna nel 2007 e a Milano svariati anni dopo. Proprio lì sentii una tizia dire che Reznor non ne aveva più, e che tutto ciò che venne dopo “The Fragile” contava poco. Provo ancora un senso di tristezza per chi la pensa così. Ma ho sproloquiato, l’articolo doveva finire al paragrafo precedente.

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