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Vampire Weekend – Father of the Bride

2019 - Spring Snow / Columbia
indie / art pop

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Tracklist

1.Hold You Now
2.Harmony Hall
3.Bambina
4. This Life
5.Big Blue
6.How Long?
7. Unbearably White
8.Rich Man
9.Married in a Gold Rush
10.My Mistake
11.Sympathy
12.Sunflower
13.Flower Moon
14.2021
15.We Belong Together
16.Stranger
17.Spring Snow
18.Jerusalem, New York, Berlin


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Sei anni dopo “Modern Vampires of the City”, riecco a voi i Vampire Weekend. Avvolta dalla consueta aura di intoccabilità e hype che la accompagna sin dai tempi del primo, splendido album omonimo del 2008, la band capitanata dal candido Ezra Koenig rompe il lungo silenzio con un lavoro ambizioso, variegato e…beh, un po’ pretenziosetto. È una grandeur alquanto inedita in ambito indie quella che filtra tra le pieghe di queste diciotto nuove tracce, tanto differenti tra loro a livello stilistico quanto, in fin dei conti, simili per ciò che rappresentano: un tentativo interessante e coraggioso di esplorare a trecentosessanta gradi l’universo musicale di oggi e non solo.

Tutto ciò senza rinunciare a un discreto appeal commerciale che, c’è da scommetterci, gli assicurerà ancora una volta i vertici delle classifiche mondiali. Con il supporto di collaboratori e produttori esperti – tra i quali spiccano il pluripremiato ai Grammy Ariel Rechtshaid e l’ex tastierista Rostam Batmanglij – i Vampire Weekend riescono a dare ordine alle idee e a fare in modo che l’oretta scarsa di “Father of the Bride” non si trasformi un totale casino.

I presupposti perché questo disco potesse trasformarsi in un piccolo disastro dal sapore barocco, d’altronde, c’erano tutti. Devo però confessare che, vedendo in lista ben otto brani sotto i tre minuti di durata, ho pensato si corresse il rischio di un’opera magari un po’ anemica, per non dire stitica. E invece mi sbagliavo di grosso, perché il buon Koenig ci va giù davvero pesante.

Si parte subito bene con il soffice fingerpicking di Hold You Know, un bel duetto con Danielle Haim delle HAIM che unisce folk, country e gospel africano. Ancora meglio fa l’accattivante Harmony Hall, che con il suo retrogusto honky tonk e il pianoforte in bella evidenza riporta alla mente qualcosa dei Rolling Stones – senza riprenderne la carica rock, tuttavia: “Father of the Bride” è un album solidamente pop.

La chitarra elettrica ricopre un ruolo incredibilmente marginale. Si ritaglia il suo spazio tra le spensierate note surf di Bambina e This Life, si fa sentire in maniera decisa ma incostante prima nell’irresistibilmente stravagante How Long?, poi nella paciosa Unbearably White ma purtroppo, nella maggior parte dei casi, sparisce sotto i colpi di una produzione straordinariamente pulita e ordinata, che predilige in ogni caso suoni squillanti e delicati.

Non che sia una novità in casa Vampire Weekend, intendiamoci…ma in questo lavoro, della sana vitalità e dell’allegria alla base di canzoni del passato quali A-Punk, Oxford Comma, Cousins o Diane Young, non vi è neppure l’ombra. Quella pretenziosità di cui parlavo in apertura spinge la band a sfiorare la complessità del progressive e del jazz (in Sunflower e Flower Moon, tuttavia, dimostra di sapere il fatto suo) senza incidere; a giocare con i suoni della natura (l’acqua di My Mistake e le spazzole di This Life, che sembrano voler imitare il soffiare di un vento leggero) senza meravigliare; a mettersi alla prova con qualche diavoleria elettronica utilizzata nell’R&B e nell’hip hop più in voga (i loop di Sympathy, il vocoder nella già citata Flower Moon) senza averne poi così tanta dimestichezza. Un passo più lungo della gamba? Può darsi: ma se fossero tutti così i passi, saremmo sommersi da montagne di buona musica. 

 

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