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Rammstein – Rammstein

2019 - Universal
industrial metal

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Tracklist

1. Deutschland
2. Radio
3. Zeig Dich
4. Ausländer
5. Sex
6. Puppe
7. Was Ich Liebe
8. Diamant
9. Weit Weg
10. Tattoo
11. Hallomann


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Facciamo un gioco: e se “Rammstein” fosse il quarto disco dei Rammstein? Se i tremendamente mediocri “Reise, Reise” e “Rosenrot” non fossero mai usciti e “Liebe Ist Für Alle Da” si trovasse ad essere l’ultimo disco prima dello scioglimento della band tedesca, il commiato ai propri fan? In tal caso non avrei nulla da ridire. Sarebbe tutto giusto. Ogni tassello del puzzle andrebbe dritto al suo posto e senza alcuno sforzo.

Se non fosse uscito a ben diciotto anni dall’epico “Mutter”, ma a, poniamo caso, quattro o cinque, questa recensione non sarebbe una stroncatura bensì un bonario sorriso alla chiosa di una discografia breve ma intensa, un rigurgito technocrate in cui il metal è un pretesto per scrivere dischi electro dal peso specifico di un pachiderma e non l’esatto opposto, in cui l’industrial sale in cattedra e diventa rigore impietosamente ibridato alla cultura dei club più fetidi, tra EBM e techno rave d’avanguardia. Qui pop. Qui metal. Qui pornografia impressa dagli 8 ai 16mm. Qui stupore, perché una band il cui suono sembra autogenerarsi dal nulla non è che si trovi poi tutti i giorni. Ecco, quella band ci sarebbe ancora, se questo fosse il suo quarto lavoro in studio. Non il settimo.

Sarebbe un film di livello appena appena inferiore ai suoi predecessori, se s’intitolasse “Il numero 4”, coi suoni pompati, furbi, perché la cricca di Lindemann funziona a pieno regime solo quando prende per il culo tutto quello che la circonda, con lo sguardo strafottente di chi ne sa un bel po’ più degli altri e quindi raccoglie tutte le sonorità del momento e le trita sotto chitarre assassine e le ritmiche marziali che con quell’idea di cantare sempre in tedesco è valsa loro la nomea di nazi, totalmente a caso. Il fanatico porno-anarchismo libertino dei sei non s’è fatto mancare nulla, e il bello stava proprio nel portare alle estreme conseguenze l’idea che gli altri si facevano di loro. Se solo fosse uscito dopo il loro terzo…

…invece la realtà bussa alla porta e ci ricordiamo che dal sesto ne sono passati dieci di anni e quel che rimane di buono è così poco, ma così poco che ci si chiede come mai ci abbian messo così tanto a farlo uscire: Radio si gioca la parte di “sono tutti ad aspettare il metal teutonico ma tu non ci stai, ti ricordi com’è bello sbattertene” e allora eccoci col brano facilone, suoni Pop Will It Itself con tanto di chorus sornione; l’impetuoso far sul serio di Ausländer è forte di una ritmica laidissima e dance flooreggiante caricata a rullanti trap, bonus il titolo che farà incazzare tutti quanti se sommato a Till che canta in diverse lingue – italiano compreso – rinforzato da coretti night clubbing; Puppe (e se sento una battuta una sul film che so io…) che parte illusoriamente ballad, sembra non funzionare, gli arpeggi, la vociona a mezzo regime, poi si apre uno scenario di disperazione assoluta, la voce si frantuma in un latrato bestiale che pare un pianto senza fine et voilà, pronto il pezzone a batteria dilatata, synth post apocalittici a cura del solito Flake Lorenz e chitarre urlatrici; ed è di nuovo Flake a portare dritto il timone del carro armato synth rock Weit Weg, che in un’epoca di rimandi anni ’80 prende Vangelis, lo inzuppa con i contorni luminosi di Wendy Carlos accompagnandolo con le pestonate di Schneider per consegnarci qualcosa di pregio assoluto, tamarro fino al midollo tipo Kenny Loggins uscito da “Matrix” (mirate l’assolo centrale e fate fuoco).

Tutto qui. Il resto è mero, noioso riempitivo, comparse messe lì per compiacere la propria fanbase tra un auto rip-off di chitarra dritto da Tier e ballad già strasentite e brandelli delle liriche di Du Hast sapientemente “nascoste” e rimasticate, ma non mi aspettavo nient’altro da una band che ha smesso di stupire il proprio pubblico 14 anni fa in favore di un terreno sicuro su cui giocare la propria carriera – e allora mi spiegherete voi a che serve un nuovo album dei Rammstein se stupisce di più il pazzesco singolo trap del progetto solista del leader del gruppo.

Ah, quasi dimenticavo: è vero che molti fan del gruppo non conoscono i Nine Inch Nails (vi giuro che non mi sto inventando nulla), ma addirittura scippare ritmo e suoni dal drum programming di Closer, non so quanto sia una buona idea. Il pezzo è Was Ich Liebe. Seriamente, no.

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