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Back In Time

Back In Time: DEFTONES – Deftones (2003)

Il 20 giugno del 2000 i Deftones hanno ucciso il nu metal. Se ne sono accorti in pochi perché le band hanno continuato a suonarlo, in una parabola discendente che ben presto avrebbe portato ad uno schianto silenzioso, come se nulla fosse accaduto. Intanto, nel 2003, Chino, Chi, Stephen, Abe e Frank, avendo perpetrato l’oscuro delitto (una cosa dovuta) ed essendo consci di non aver mai davvero fatto parte di quel movimento si sono visti costretti a tirarsi fuori dalla tempesta creata da “White Pony”. Un disco di svolta è assieme croce e delizia, spesso le band ci rimangono inchiodate e devono aspettare che qualcuno le deponga in un sepolcro per potersene liberare, e i cinque di Sacramento lo sanno bene, e si prendono dunque tutto il tempo necessario.

Tempo durante il quale noi ci chiedevamo “torneranno?”, terrorizzati dall’idea che tre album fossero il limite ultimo per i gruppi facenti parte della famiglia crossover, limite oltre il quale c’era o silenzio (Tool, Limp Bizkit) e scioglimento inevitabile (RATM, Mr. Bungle) oppure un quarto capitolo della propria discografia battezzato da imbarazzante autoreferenzialità (Korn). Perché i Deftones avrebbero dovuto costituire l’eccezione alla regola? “Solo” perché il loro disco del 2000 è stato qualcosa di tanto eccezionale da far fuori un intero movimento? Non ci sembrava una buona “scusa”, eppure in silenzio io e i miei amici che avevo introdotto al verbo di Moreno and co pregavamo che fosse così, che i Nostri ci stupissero ancora una volta, che non si voltassero indietro con le mani ancora sporche di sangue.

Poi un giorno d’aprile in una delle premiere di MTV le dune del video di Minerva fecero capolino, accompagnate dalla chitarra di Chino, con estrema delicatezza fino all’esplosione di gruppo e fino al ritornello agrodolce e malinconico. Sembrava quasi un addio: “And God bless you all, for the song you saved us”. Ma non lo era. Se su “Pony” il gruppo si sentiva di dover scrivere qualcosa di significativo, e i tempi erano maturi per farlo, con “Deftones” la calma si appropria delle menti dei membri, i giochi erano fatti, bisognava solo essere se stessi senza ripetizioni. Doveva suonare Deftones senza suonare TROPPO Deftones. E così fu.

È un album chitarracentrico, in cui i sintomi elettrolitici del suo predecessore vengono processati in tutt’altro modo, e così “WP” diventa solo una delle vertebre nella spina dorsale del sound, Moreno smette anche i panni del dittatore da studio che dice a tutti cosa suonare e come, evitando il reiterarsi di formule già utilizzate e allentando una tensione sempre più alta. Il risultato è un lavoro di gruppo ed è la forza enorme di un prodotto rock moderno, se non futuristico. Al suo centro il cuore morbido e new romantic del comparto vocale si scontra con lotte acide e mostri in tempi dispari che si stortano e raddrizzano a seconda dell’umore. Ecco, “Deftones” è umorale e lunatico, la rabbia degli esordi rientra nei ranghi ma è un sentimento adulto, capace di farci comprendere (nonostante fossimo ben più giovani del quintetto) un punto di vista differente di sentimenti “bianchi” o “neri”, i ‘tones sguazzavano nel “grigio”, passando al centro perfetto di inerzia e caos, camminando sulle spiagge cristallizzate di generi davvero distanti dal gusto del proprio pubblico, pescando sempre più lontano, tra shoegaze e post-rock. Ci educavano ancora una volta, come prima fu col trip hop. Educavano chi non sapeva, e lo facevano inconsapevolmente, solo inserendo i propri gusti, che andavano dai Meshuggah (e si sente) all’accoppiata Cocteau Twins/Cure (non la percepite quella patina di sonnolenza gotica che s’incarna nella copertina?) fino ai Far? È tutto qui, in un disco semplicemente rock.

Eravamo contenti, più rilassati. Sapevamo che i Deftones non ci avrebbero più deluso, ora ne eravamo certi. E la stessa band aveva ormai saltato l’ostacolo, non era rimasta crocifissa al proprio passato. Diceva però addio a tanti fan, un percorso lungo fino a “Gore”. Ma che importa, resta solo chi ha capito, chi si è reso conto del delitto più importante di tutti, ve l’ho detto in apertura, no?

“There is no other band like us in the world, and when you hear the album

you will know it’s us”

Chino Moreno, 2003

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