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Back In Time

Back In Time: FINE BEFORE YOU CAME – Sfortuna (2009)

Fine Before You Came

“A Greta, a Blits, alle nostre famiglie, ai nostri amici, ai gruppi con cui abbiamo suonato, a chi ha fatto uscire i nostri dischi, a chi ci ha dato da mangiare, da dormire e da suonare, a te grazie. I fine before you came sono e sempre saranno jacopo, marco, filippo, mauro, marco.”

Non chiamateli depressi, ragazzini un po’ troppo cresciuti o uomini ripiegati su se stessi: il rischio principale ogni volta in cui si entra nel merito dei Fine Before You Came è quello di essere fastidiosamente retorici lasciandosi illudere e incantare dalla loro istintività emotiva. Marco Monaci – chitarra – me lo accennò dopo il loro concerto: “La gente a volte pensa che siamo sempre tristi ma in realtà siamo persone serene che conducono una vita normale”. Noi, che i vostri dischi li abbiamo consumati, chiediamo scusa se forse vi abbiamo frainteso, ma non serve spiegare che nessuno di noi era in cattiva fede. Eravamo – in cuor nostro siamo ancora – solo adolescenti reclusi in camerette di provincia, chi affranto e chi disilluso, sparsi per l’Italia, i quali hanno accettato la resa incondizionata al furore impulsivo della vostra musica. 

Dietro gli strumenti imbracciati da questi 5 giovanotti ormai sugli “….anta” c’è la genuinità di chi da 10 anni, tra un lavoro “vero” e la famiglia, tira fuori album che ti cambiano la vita come se nulla fosse, senza annunci plateali o protagonismi, nel solo nome di un’erompente urgenza espressiva da manifestare. Per chi pensa siano nati ieri, gli esordi dei Fine Before You Came risalgono invece ai primi anni 2000: all’epoca cantano in inglese e suonano come una versione più esacerbata dei The Get Up Kids ma che altresì cerca di creare delle situazioni accostabili al math-rock. Per i cultori del genere si tratta comunque di roba finissima, suonata con perizia e viscere aperte, ma comunque troppo distante dai Fine Before You Came che conosciamo oggi. Una carriera onesta e degna di rispetto,dove gavetta e attitudine viaggiano su binari paralleli. Tutto regolare finché non arrivò il 2009. 

Registrato a Torino tra marzo e aprile di quell’anno e distribuito da tre diverse case discografiche (La Tempesta,Triste, Ammagar), sembra che dietro questo disco ci siano stati tutta una serie di accadimenti spiacevoli tanto da avergli conferito un’aura maledetta: guasti alle auto e patenti ritirate, hard disk e mixer che si rompono o scompaiono, gente che si ammala. Da qui il titolo, ancor prima del nome dato ai propri insuccessi.

Fine Before You Came

“Sfortuna” non solo è stato un disco fondamentale per l’emocore nostrano, muovendosi tra varie nicchie musicali e fungendo da vero e proprio apripista per un’intera scena che più di una semplice idea ruberà da queste sette tracce; “Sfortuna” è uno dei più radicali spartiacque tra il prima e il dopo che una band abbia mai dovuto affrontare, capace di rimettersi in discussione dal principio mutando prima pelle e poi identità. O la va o la spacca si saranno detti. Alla fine hanno spaccato, ma nel senso buono. Un disco che 10 anni dopo suona ancora incredibilmente attuale, capace con poche e schiette parole di reificare lo spazio circostante rendendolo un non-luogo, rovesciando il rapporto tra dimensione musicale e dimensione contestuale: in poche parole è tutto il resto da fare da sfondo alla musica.

Non era scontato che una formula musicale di questo tipo fosse suscettibile di così tanta attenzione dalla critica dell’epoca: crepuscoli emocore, progressioni ritmiche figlie degli Slint, scariche elettriche e conati hardcore vicini a Fugazi e Unwound e un attitudine ‘in media re’ tra l’alternative rock italiano e la scena post-hardcore. In questo contesto i testi sono storie di resa e abbandono, rifiuto e mancanza, contemplazione del passato e osservazione abulica del presente, solitamente legati alla perdita di un amore e alla necessità di riconfigurare la propria vita: la necessità, non desiderata, di ri-abituarsi a una diversa quotidianità. Jacopo Lietti si dimostra sempre all’altezza della situazione, con versi crudi e evocativi, di grande spessore lirico e sorretti da un cantato lacerante e corrosivo, in quest’album portato alle estreme conseguenze più di qualsiasi altro lavoro successivo.

Faccio partire il disco e quel pastiche di chitarre intrecciate, con il ride incessante della batteria e il basso che detta l’andatura armonica del brano, mi spacca il cuore in mille parti. Io quando Lista partì per la prima volta capii che non avrei voluto ascoltare nient’altro per tutta la vita. Brano della vita, introduzione perfetta. Un’emotività incontrollata e viscerale, un’esaltazione complessiva del suono, l’ossessione con cui il G aperto della chitarra martella le tempie, la dilatazione post-rock del brano che progredisce cumulativamente, gli impeti hardcore, mai concitati o subitanei, che culminano nelle urla sgolate di Jacopo. Un brano che entra epidermicamente e lascia solchi indelebili; qualcosa che ho vissuto sempre come garanzia: mai pensato, a prescindere da contesto o situazione umorale, che non valesse la pena ascoltarla fino alla fine. Apice di un’intera discografia.  

Con Buio veniamo introdotti da un lieve feedback; si fa poi strada l’incedere marziale ma dinamico della batteria e il suono ovattato del basso. Jacopo si presenta con un tono radicalmente diverso, più baritonale e quasi gregoriano, che diventerà lo stile canoro predominante nei dischi successivi e in particolar modo nell’ultimo album “Il Numero Sette”. Verso il finale il brano si fa più convulso mantenendo sempre il focus sulla melodia e sull’atmosfera: cupa, nera, buia. In Buio c’è l’accettazione di una situazione che non si può cambiare, per quanto cruda e amara sia questa realtà: “meglio non vedere che cercare invano e non trovare”. Solo un piccolo frammento della propria identità si ribella a questo torpore, rifiutando la resa e cercando di lottare, ma anche in questo caso invano: “Solo una piccola parte di me risponde all’appello, ma tu non la senti”. La speranza che pian piano svanisce. Richieste d’aiuto che vengono ignorate. 

Fede ha la stessa identica durata di Buio ed è un perfetto proseguimento del brano precedente. Il chitarrismo ipertrofico di Marco si sovrappone alla batteria martellante di Filippo, la cui linea nella sua semplicità e tra le più efficaci mai scritte dal gruppo. Esattamente come per il brano prima si persegue l’accettazione di una situazione, pur essendo passato più tempo: “Da quando tutti hanno smesso di chiedermi di te”. Più il tempo passa più le cose intorno a se cambiano; lei non abita più nella stessa casa e il bar vicino ha cambiato gestione. Forse questa storia dell’accettazione è tutta una grande farsa; Jacopo, fino a quel punto tendenzialmente calmo, avverte un momento di nostalgia, camuffato da una posizione di distacco e ma tradito dalla sofferenza del cantato:” quella canzone che ascoltavamo andando al mare non l’ascolto più,non mi piace più”. Si va avanti, si sedimenta ciò che è stato e si prosegue nei propri panni: “Io non mi sono mai vestito da adulto”. Ed è giusto che vada urlato a squarciagola.

Natale, oltre ad essere diventato un mio ascolto obbligato ad ogni vigilia, si sbroglia tra incursioni noise, eclettismi punk-rock, galoppate ritmiche più scattanti e dinamiche – Filippo fa un lavoro mostruoso qui – , in cui le lacrime si mischiano a un accorata esigenza di sfogarsi. “Ho sempre fatto il contrario di quello che avrei dovuto fare” diventa un monito esistenziale. Una volta presa coscienza dell’abbandono si cerca di mettere operativamente a posto le cose; che sia anche solo addobbare un albero per Natale. Tutto si sistema, tutto sembra a posto. Ma anche questi accorgimenti non riescono a colmare il vuoto: “E adesso che tutto sembra a posto, manco io, manchi tu”. Provo a venirti incontro, cerco col pensiero di anticipare le tue azioni, ma mi sbaglio ogni volta, raccogliendo le briciole di quanto seminato.

L’esagitazione del brano infine sfuma, durante gli ultimi due minuti, in una coda post-rock dal crescendo solenne, distorto e quasi valzeresco, in cui le corde vocali di Jacopo avanzano sguaiate: ”oggi è una così bella giornata, e io vorrei che tu tornassi a casa per cena ”

Non meno intense sono le rincorse emo-punk di Piovono Pietre, accostabili a dei Gazebo Penguins a cui è stato prescritto il lorazepam. Pennate ritmiche, intrecci di chitarre e cavalcate di basso decisamente seminali nella misura in cui sono stati influenti per la sensibilità melodica della futura generazione di emocorers (?); penso ad esempio ai miei amati Gomma.

Atmosfera decisamente più romantica, in cui si cerca nel turbamento emotivo uno spiraglio di luce, un momento per respirare: non più dimenticare, ma ricordare. É dura quando si vive nell’ombra di qualcuno che hai amato e non sei ricambiato in egual misura. Perviene poi il rimpianto, chiedendosi come sarebbe stato se fosse andato diversamente: i baci non dati, le cose non fatte, le frasi non dette. 

Le voci urlano in un grande momento corale di raccolta e il lirismo di Jacopo è al massimo dell’ispirazione, in quello che è forse il suo miglior testo di sempre

L’aspra decadenza di O è un cerchio che si chiude esce dritta dal calderone noise/postcore degli anni 90, in cui gli spettri di Slint e primi Mogwai muovono i fili e disegnano la circolarità dei giri di chitarra, ma mantenendo anche una solennità eufonica curiosamente gotica. Drumming con rullante in primo piano, chitarre intrecciate come al solito e basso distorto. Un senso annichilente di immobilismo pervade le parole, come se l’incapacità di agire postulasse l’accidia come sua naturale conseguenza:  “che la città è piccola e il viaggio incerto e il tempo non passa mai,e anche se sto fermo tu non passi mai”. Questa volta il cantato, seppur viscerale e poderoso, è più un latrato remissivo e auto-indulgente. L’intensità del suono aumenta in direzione di una conclusione lancinante in cui i Fine Before You Came sembrano i Fugazi che decidono di far chiudere un proprio brano agli Indian Summer. Il verde è il colore della speranza e “tu vestita di verde sei altrove”. La speranza non abita più in questa casa. 

Vixi chiude il disco con un anthem da palco micidiale, in cui una progressione di accordi fa da sfondo a una linea da sing-along totale: “ho tirato pugni da ogni parte solo per uscire da un sacchetto di carta”, immagine di grande fragilità caratterizzante i dubbi e gli ardori di un inquieto flaneur di paese: “scoperto posti in cui dove parcheggi, in fondo, a nessuno importa; e camminato in tondo per ore e ore senza mai guardare in alto per paura di ammettere di avere paura”. Gli strumenti si impastano in una grande sinfonia dai toni epici in cui si prende deliberatamente distacco dalle proprie responsabilità, se davvero ce ne sono: “ ho chiamato i miei insuccessi sfortuna,maledetta sfortuna.“

Il senso complessivo del disco in poche urla. Da me si dice che il numero 17, in realtà, sia un numero fortunato. Chi lo sa…. 

Oggi questo disco sembra un faro che ha intercesso per la salvezza di un genere musicale intero. Fino a qualche anno prima della sua uscita non era così scontato che la direzione dell’emocore sarebbe stata questa, rinnovandosi e forse acquisendo maggiore interesse tra i fan. 

Nei dischi successivi i Fine Before You Came si raffineranno nella ricerca di nuovi approcci, mitigando sempre più il suono grezzo e l’impervio furore (post)hardcore di quest’album, sfornando almeno altri due capolavori all’altezza di “Sfortuna”: Ormai” è un dilaniante sasso lanciato in viso, meno “core” ma molto più emo, privilegiando toni più morbidi e sezioni ritmiche più dinamiche; “Come Fare A Non Tornare “mette al centro la loro indole post-rock in quello che è il loro lavoro più sofferto e viscerale, composto per sottrazione e dominato da un catatonismo vocale e ritmico da pelle d’oca. 

“I fine before you came sono e sempre saranno jacopo, marco, filippo, mauro, marco.” E menomale che è così. Grazie, questa volta, ve lo dico io. 

Fine Before You Came

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