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Back In Time

Back In Time: SLIPKNOT – Vol.3: (The Subliminal Verses) (2004)

Inizio subito rivolgendomi direttamente ai seguaci più fedeli e appassionati dei nove mascherati di Des Moines – i maggots, tanto per intenderci. Qualunque sia la vostra opinione riguardo “Vol. 3: (The Subliminal Verses)”, di certo non potete non riconoscergli un ruolo di enorme importanza all’interno della non nutritissima discografia degli Slipknot. Se questa band è riuscita a diventare una delle più note e rilevanti realtà della scena metal – compiendo il vero e proprio miracolo di portare alle masse certe sonorità che è impossibile non definire estreme – molto lo deve a questo terzo lavoro, sbarcato nei negozi di tutto il mondo esattamente quindici anni fa.

Per quanto mi riguarda, la sua uscita non arrivò sotto i migliori auspici. Ricordo bene – o forse no, spero ancora di essermi inventato tutto – certe dichiarazioni un po’ infelici e mendaci rilasciate da Corey Taylor e Joey Jordison che, a registrazioni ancora in corso, presentarono l’album come qualcosa di incredibilmente ambizioso e complesso. Arrivarono addirittura a scomodare i Pink Floyd di “The Dark Side Of The Moon” quale principale fonte di ispirazione.

Sacrilegio! Come osavano? Rimasi scioccato. E non tanto perché si tiravano in ballo dei mostri sacri. Il mio sdegno nasceva dal fatto che…insomma, è anche inutile dirvelo…ma chi cazzo avrebbe mai voluto sentire gli Slipknot suonare come i Pink Floyd? C’era da farsi venire i brividi al solo pensiero. All’epoca avevo sedici anni e la presi decisamente male. Fecero la loro comparsa i tipici sintomi dell’intransigenza metallara: temevo una sorta di “imborghesimento” da parte del gruppo.

L’ammorbidirsi dei toni era un’ipotesi che non volevo neanche prendere in considerazione. Fortunatamente, a spazzare via ogni mia preoccupazione, ci pensò il primo singolo estratto, Duality: quei bei colpi di mazze da baseball assestati da Shawn Crahan e Chris Fehn sui loro amatissimi fusti di latta ancora rimbombano nelle mie orecchie. Il pezzo tuttavia non si limitava a ritmiche schiacciasassi e riff incalzanti. La vera sorpresa fu il ritornello: gli Slipknot non ne avevano mai realizzato uno così orecchiabile.

Potreste controbattere rinfrescandomi la memoria con alcuni illustri precedenti, tipo Wait And Bleed, Left Behind, My Plague… ma è un’altra cosa. Con il refrain di Duality cambiò tutto: la melodia non era più un elemento di contorno, bensì la portata principale. Un punto fisso sul quale si sarebbe imperniato tutto il prosieguo di carriera dei nove statunitensi.

Grazie a quella rivoluzione commerciale che porta il nome di “Vol. 3: (The Subliminal Verses)” le maschere iniziarono, in maniera assai leggera, a scivolare via, fino a mostrare volti molto meno minacciosi di quanto si sarebbe potuto credere solo fino a tre anni prima. Attenzione, però: la decisione di diventare più accessibili – o meglio ancora, di muoversi in ogni direzione possibile per incontrare i gusti del grande pubblico – non è da considerarsi una mossa da venduti. Al contrario, si tratta di una scelta coraggiosa, se non addirittura un pizzico ribelle.

È solo una mia impressione, o c’è del provocatorio nel brusco passaggio da un macigno di misantropia e rabbia del calibro di “Iowa” alle tenere ballate acustiche contenute in questo disco? Per quanto non le abbia mai particolarmente amate, riconosco il valore unico di Circle e Vermilion Pt. 2. Sono due brani che, ancora oggi, riescono a spiazzarmi. Ogni volta che le sento, mi chiedo: ma davvero sto ascoltando gli Slipknot? Quei nove energumeni che, all’inizio della carriera, si riempivano di botte a vicenda sul palco? Quelli per cui People=Shit?

Il fascino di questo disco, pieno di difetti ma anche di belle canzoni (la già citata Duality, The Blister Exists, Vermilion, Before I Forget e Pulse Of The Maggots sono ormai da annoverare tra i classici della band) si nasconde proprio nella sua natura inconsueta. Su un cumulo di macerie nu metal cominciarono a spuntare germogli di industrial (la splendida The Virus Of Life, a mio modesto parere sottovalutatissima) e di hard rock dal gusto quasi ‘80s: l’influenza delle passioni giovanili di Taylor si sente in alcuni passaggi ultra-melodici di Before I Forget, Three Nil e nella schizofrenica The Nameless, che inizialmente disprezzai per un ritornello che, per qualche strana ragione, mi faceva pensare ai Backstreet Boys.

Ma che importa, in fin dei conti? È passato tanto tempo ormai: io sono cresciuto e questo album è invecchiato. E lo ha fatto anche abbastanza bene, considerando il fatto che lo apprezzo molto di più oggi rispetto a quindici anni fa.

 

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