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Back In Time

Back In Time: SKID ROW – Slave To The Grind (1991)

All’epoca della pubblicazione, “Slave To The Grind” rappresentò una piccola sorpresa. Un leggero cambio di rotta per gli Skid Row, arrivati al successo nel 1989 con un debutto che, nonostante l’indubbia qualità e l’impressionante quantità di brani in seguito diventati classici contenuta al suo interno (I Remember You, 18 And Life e Youth Gone Wild, solo per citare i singoli estratti), non faceva molto per differenziarsi in maniera netta dall’hard rock grintoso e squisitamente catchy tanto in voga in quel periodo. Un genere che, solo qualche anno più tardi, sarebbe stato sprezzantemente bollato come hair metal, in virtù del fatto che a non pochi esponenti di spicco della scena (Poison, Cinderella, Winger, Faster Pussycat…) piacesse più far sfoggio di capigliature incredibilmente voluminose che produrre musica in grado di sopravvivere agli spietati diktat delle mode.

Evidentemente Sebastian Bach e soci (i chitarristi Dave Sabo e Scotti Hill, il bassista Rachel Bolan e il batterista Rob Affuso) fiutarono prima di tanti loro colleghi la fine di un’era fatta di lustrini, cotonature e ballatone stracciamutande e, per evitare di farsi travolgere dall’incombente onda lunga del grunge, preferirono mettersi in gioco abbracciando sonorità decisamente più ruvide e robuste.

A guidare la transizione del quartetto del New Jersey verso un heavy metal dal gusto moderno e melodico fu quello spilungone di Bach che, folgorato dai Pantera di “Cowboys From Hell”, lavorò gomito a gomito con i due autori principali della band (Bolan e Sabo) per rendere “Slave To The Grind” un punto di ripartenza, e non solamente la seconda uscita firmata da un gruppo di fortunati ex-protégés di Jon Bon Jovi. Le inutili ritrosie dei vertici della Atlantic si rivelarono fuffa: sette giorni dopo essere sbarcato nei negozi, il disco era già alla posizione numero uno della Billboard 200.

Un risultato impressionante per un album che, a partire da un’immagine di copertina buia, sudicia e pacchianamente caravaggesca, cela un fascino oscuro e impenetrabile; una peculiarità che trova ampio riscontro non solo nei testi, inaspettatamente maturi e lontani da ogni possibile forma di stereotipo, ma anche nella musica.

La minacciosa introduzione blueseggiante con cui parte la selvaggia Monkey Business fa da antipasto a un viaggio nei vicoli più tenebrosi e violenti che si diramano dalla Sunset Strip, cuore hollywoodiano della scena hard rock statunitense anni Ottanta. È l’inizio di un percorso che, suddiviso in dodici tappe, potrebbe anche essere considerato una sorta di spietato addio alle illusioni dell’edonismo reaganiano e alle sfrenatezze ostentate dai gruppi glam metal nel decennio precedente.

Dietro le tentazioni speed metal della celebre title track c’è un atto di accusa contro lo schiavismo moderno e le stritolanti logiche del capitalismo: ognuno di noi vorrebbe essere il re del mondo, ma finisce per trasformarsi in un “servo della routine”. The Threat, impreziosita da un riff assassino degno dei migliori Mötley Crüe, approfondisce il concetto per racchiuderlo poi in un verso di particolare forza: The end of sacrifice is a threat to society. L’idea di fondo è più o meno questa: solo quando il lavoratore capirà di non essere nient’altro che una vittima sull’altare del profitto, potrà rappresentare una seria “minaccia per la società”.

Un messaggio alquanto impegnativo per una band che, ancora oggi, viene troppo spesso sminuita; vuoi per il peso delle origini glam e di tutti gli stupidi pregiudizi legati al genere, vuoi per il suo essere stata rilevante per un periodo di tempo decisamente breve – dopo l’abbandono di Bach nel 1996, il nulla o quasi. L’effimera grandezza degli Skid Row è tutta in questi quarantotto minuti di hard rock “metallico” e maturo. Una manciata di rapidissimi cazzotti allo stomaco (le durissime Get The Fuck Out e Riot Act), midtempo granitici (Psycho Love, Livin’ On A Chain Gang, Creepshow e Mudkicker) e ottime ballate (due di queste, Quicksand Jesus e In A Darkened Room, sono tra le più belle dell’epoca pre-grunge) impossibili da cancellare dalla memoria. Non fosse altro per le splendide performance di un virtuoso delle corde vocali quale Sebastian Bach, qui al massimo della forma

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