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Back In Time

Back In Time: PG. 99 – Document #8 (2001)

Nel 2001 iniziai a diventare cattivo. Nell’autunno del 2001, per l’esattezza. L’estate aveva portato Genova e New York, e iniziavo a non tollerare più le persone che mi parlassero di pace, di “tutto si aggiusta”, di riconoscenza, di fiducia. “Ora basta troppe canne, cattiveria ci vuole”, cantavano gli Assalti Frontali già da molti anni, e decisi che da quel momento in poi le cose sarebbero cambiate. Almeno nel mio piccolo, da parte mia, per quanto riguardava i miei interessi, le mie consapevolezze e ovviamente la musica che ascoltavo. Non volevo più avere a che fare nemmeno con un remoto sprazzo di mediocrità: era il 2001 ed ero in Italia.

Pochi mesi prima di quell’autunno così ferale, uscì il terzo disco dei Page Ninetynine da Sterling, che si trova in Virginia ma fa parte della cerchia urbana di Washington. Il lavoro era intitolato “Document #8” ed era un disco che parlava di amicizia e di amore. Iniziai a farlo entrare nella mia vita qualche tempo dopo la sua materiale uscita, però, quando già gli epigoni di quella mia decisione, presa nell’autunno del 2001, si erano trasformati in azione.

I Page Ninetynine si erano già sciolti, dopo una carriera breve ma ricca di produzioni. Tra split, Ep e full lengths, infatti, in poco più di cinque anni riuscirono a suonare quattordici album, tutti numerati sotto forma di “documenti”: questa ossessione già mi ripagava nella ricerca di ogni loro disco e nell’esperire i significati veicolati nei loro pezzi. Uno ad uno, come un’ossessione.

Nacque un culto.

Venni colpito dalla loro inestirpabile devozione dei confronti del sentimento amoroso, esplorato nelle più tenebrose avversità e portato all’estremizzazione sia sul lato della violenza (Your Face Is A Rape Scene) che su quello della morte (In Love With An Apparition ). Venni folgorato dal loro coraggio nel provare a rendere un genere come l’emoviolence una materiale esperienza umana, grazie alla quale ci si poteva sporcare ma anche, soprattutto, imparare. La musica esacerbante suonata nel “Document #8” si accompagnava alla perfezione con un messaggio che rifiutava e stigmatizzava qualsiasi forma di oppressione e odio. Punk Rock In The Wrong Hands può essere quindi, di diritto, considerato il testamento politico dei Page Ninetynine.  “I am a prisoner in a war of idiots, the stomping feet of waltzing. Hypocrites pave the way of a brave tomorrow, choke the throat of passion and sorrow” sono le parole che seguono uno spoken word che si ricongiunge, introducendo l’ultimo brano del disco, all’incipit di In love with an apparition, lasciando così la possibilità di parola ad altri. Sette pezzi in tutto,

Ma questo disco non è solo musica. I Page Ninetynine raggiunsero infatti, dopo la sua pubblicazione, l’apice dell’attaccamento ai loro fans grazie a un mondo creato attorno alle loro figure di musicisti, fatto di arte e collegamenti letterari che rimandavano all’amicizia e all’ossessione per il concetto di “fine”. Le grafiche della loro intera produzione, affidate a uno dei due cantanti, Chris Taylor, divennero i simboli di questa ricerca. La foto di gruppo e la menzione “Love your friends…die laughing”, oppure la scritta “We are the people that disagree with you. Without us you will never change”, posta sotto alla famosissima immagine della donna sdraiata su una poltrona furono subito stampate e riprodotte come veri e propri feticci. Nacque così una forma di iconografia, che influenzò direttamente anche tutti i gruppi che succedettero ai Page Ninetynine per ispirazione musicale, attitudine e origini geografiche: Malady, City Of Caterpillar e Pig Destroyer su tutti.

Nel 2005, poi, la Robotic Empire, loro principale direttrice produttiva, ripubblicò l’intero disco con una rimasterizzazione globale e l’aggiunta del pezzo più famoso della band, The Lonesome Waltz Of Leonard Cohen, accompagnato dalla cover di The List, brano dei californiani Filth, famosi per aver cominciato la carriera con un paio di dischi sulla neonata Lookout!. The Lonesome Waltz Of Leonard Cohen è invece una dichiarazione d’amore per la loro terra e le loro origini, è un’ode al nichilismo e all’alienazione, che scarnificano pian piano le personalità della provincia americana. Sentivo così e sento tutt’ora vicini a me i tanti ragazzi che negli anni, dopo ripensamenti e cambiamenti di formazione, hanno fatto musica col nome di Page Ninetynine.

L’anno successivo al loro scioglimento, mi trovai al Deposito Bulk a Milano. Suonavano i Darkest Hour, che erano in tour europeo con i Majority Rule, gruppo che due anni prima condivise con i Page Ninetynine il “Document #12” in formato Split. Ero ancora cattivo, avevo assimilato ogni lezione su amore, impegno ed amicizia che il “Document #8” potesse veicolare e in Italia la lezione era stata imparata alla perfezione anche dai gruppi che supportavo, che conoscevo personalmente e che mi sforzavo di imitare. Parlai alcuni istanti con Brandon, il cantante della band di Washington, e il discorso si spostò subito sul gruppo, appena sciolto, con cui avevano condiviso il loro split. “Good guys”, mi disse. Solamente così, “Good Guys”. Sorrisi, gli strinsi la mano e non seppi più cosa dire, cosa chiedergli. Durante la loro esibizione, quelle due parole, pronunciate da un redneck americano vestito stretto, con una cuffia scura e le ciabatte ai piedi, poco più anziano di me, risuonavano nella mia testa come uno strano presentimento.

Smisi di essere cattivo ed oggi, quando spengo la radio in macchina nei parcheggi del supermercato, controllando che sulla lista della spesa ci sia segnato tutto, ripenso a quei momenti. “Good guys”.

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