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Back In Time

Back In Time: BECK – Odelay (1996)

Beck

Vedi, caro lettore, Odelay” è talmente pieno di sonorità, di esperimenti e colpi di scena che non saprei da dove cominciare. Posso dire prima di tutto che “Odelay” è un caleidoscopio di emozioni in bilico tra la vacanza dei sensi e l’iperattività celebrale, un cammino fantastico tra uova giganti con le gambe, muli alcolizzati, cowboy, tutti intrecciati da una matassa di cavi e microfoni. Ora comincio, cioè, vorrei cominciare, vedi, oggi Beck è approdato in un luogo più sicuro, ha raggiunto il mainstream e, mentre scrivo, il nuovo singolo in coppia con Pharrell Williams è appena uscito, tuttavia, ascoltandolo, non riesco a riconoscere il genio che fu questo ragazzo che scriveva, cantava e produceva dischi che esulavano da una valutazione commerciale. Perciò, se oggi scrivo di “Odelay” è per un puro impulso interiore e ho l’ingrato presentimento che non potrò evitare la descrizione dei miei sentimenti tra una riflessione e un’altra.

Ma proviamo a far finta di niente. Sia che tu lo conosca bene, sia che non ne abbia mai sentito parlare, devo farti tornare indietro (per poco) all’uscita del primo disco, “Mellow Gold”, quando su Mtv passava il video di “Loser”. In quel periodo tutti adoravano Beck, la stampa lo amava e dicevano tutti che era bravo, che era un genio, ma soprattutto era così giovane, la stampa mondiale continuava imperterrita a sottolineare questo elemento, “Quanto è giovane questo Beck”, ciò accadeva perché se lo guardi ancora adesso ti renderai conto dell’ aria da eterno ragazzino che si porta addosso ma mi ricordo che quando uscì “Odelay” nel 1996, Beck dichiarò alquanto stizzito in un’intervista: ”Smettetela di dire che sono così giovane! Ho 26 anni, non 16, accidenti!!!” Questa dichiarazione mi fece molto ridere, perché quello che succedeva è che tutta la stampa dello spettacolo americana era concentrata sull’ondata alternativa della scena musicale e per ogni artista i critici dovevano trovare una caratteristica forte alla quale aggrapparsi. La musica alternativa era così diffusa che persino le Super Top Model ascoltavano Red Hot Chili Peppers e Pearl Jam, te lo immagini adesso? Appunto. Ma a metà anni 90 succedeva questo. Il rock alternativo era sul trono. E Beck era uno dei pochi artisti solisti ad avere un nome nell’Olimpo in mezzo a tante band. Quello che ci arrivò come un’evidente evoluzione del sig. Beck Hansen era Where it’s At. Il suo crossover tutto speciale che ci aveva fatto conoscere con “Mellow Gold” e i vari album indipendenti quali “One Foot in the Grave” e “Stereopathetic Soulmanure”. Beck era cresciuto, o meglio, (era sempre un ragazzo mi raccomando!) gli elementi degli album precedenti furono per la prima volta conciliati in un’opera sola: “Odelay”, una miscela di country, lo-fi e una moltitudine di suoni e outtakes che entrano a far parte integrante dell’opera.

Beck

Siamo dunque nel 1996, in piena esplosione posse, ma anche di crossover, ovvero utilizzare il rap e fonderlo con altri generi quali l’hard rock e il thrash metal ma, all’epoca, leggendo una recensione di “Odelay”, nella quale non si poteva più utilizzare l’elemento della gioventù, si cercava di incanalare Hansen e catalogarlo in un (neo)genere come il rap-folk(???) la mia attenzione fu catturata: “Sì, fa rap-folk, incredibile”! Quello che capii con il tempo è che Beck non fondeva i generi, li sbeffeggiava. Non usava il rap delle posse, usava un parlato, un rap appunto, ma fuori dai generi e, dato che il soggetto è qualcosa di intimo, personale, artistico, non poteva non screditare il genere rap, denudandolo e sfoggiandolo per quello che è: una malattia esogena, un’espressività che è tutta all’esterno, impegnata nel comunicare, ma è solamente medium, solo che, se manca il soggetto, che cazzo ti medio?

Per spiegarmi meglio: andai a vedere Beck al Rolling Stone di Milano il 2/12/1996, posseggo ancora il biglietto della serata, integro nella mia vecchia scatola di metallo “Camel Trophy” insieme a tutti gli altri biglietti. “Odelay” era uscito da qualche mese, il palco era addobbato con dei buffi robot a riquadri luminosi, e tra balletti minimalisti insieme alla band, tute bianche con lunghe frange alle maniche stile sosia di Elvis, Beck fece un concerto memorabile, ti dico già che l’elemento del “prendere in giro il rap” come lo conoscevamo arrivò quando Beck si rese conto che il pubblico stava rispondendo ad una sua strofa con un atteggiamento hip hop, tipo far andare le mani in su e in giù, allorché, messosi in piedi su un amplificatore, pronunciò una frase canonica in pieno stile House of Pain: “This is how we doooo iiiiit” e alla risposta positiva del pubblico Beck, con un gesto schifato, anzi, di disgusto totale, disse di lasciar perdere quella roba, che non era quello il punto, che si stava assistendo ad altro, a molto di più, infatti l’ highlight della serata non lo toccò con “Loser” bensì con Where it’s At. Era quello che voleva farci arrivare, il punto più alto della sua allora crescente creatività e ci riuscì in pieno.

Ora, invece, potrei farne a meno, ma non resisto all’idea di immaginare questo esperimento: facciamo ascoltare  “Odelay” a una persona che, per assurdo si intende, non ha mai sentito niente di antecedente al 2005 e ci accorgeremo che lo apprezzerebbe, ma non fino in fondo. Ci sarà qualcosa che gli sfugge, qualcosa di oscuro, di incomprensibile. Questo perché oggi le basi su cui si regge un musicista innovativo o sperimentale sono fragili: se dipingi quadri astratti non ti basta conoscere Pollock, devi aver assorbito Caravaggio. Oppure, un esempio a caso, se vuoi scrivere di musica non basta aver letto Lester Bangs e così via, sono esclusi naturalmente da questa mia allusione i collaboratori di Impatto Sonoro che, credimi, conoscono tutto l’Orlando Furioso a memoria. Mi fermo perché potrei annoiarti all’iinfinito. Comunque, tornando all’esperimento, l’ascoltatore capirà che Beck era assolutamente presente nella stesura di Devil’s Haircut, Derelict o Hotwax e che, mentre scriveva, non pensava alla performance, né a piangersi addosso o sognare un mondo migliore sul palco insieme al suo pubblico. Era l’esatto contrario, il polo opposto del mercenario. Insomma, quando un musicista canta di cose non per forza leggere, l’importante è che stia bene nel farlo, è lì che viene fuori l’artista. Bowie, per esempio, quando ha fatto “Lazarus” era felice. Questo permette a me e a te di scegliere come ascoltare  “Odelay”, se farlo con attenzione oppure distrattamente fumando una sigaretta.

Beck quindi è un maestro ma, più che altro, è un amico che ci aiuta a ricordare che i grandi maestri, quelli su cui basare la propria arte, sono altri ed è un punto di riferimento fondamentale per capire qual è la strada da percorrere per tirar fuori un album valido, che sopravvive al tempo. “Odelay” è un esempio da mettere giù negli annali, negli archivi storici, nel sussidiario illustrato della musica indie rock.

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