Impatto Sonoro
Menu

Back In Time

Back In Time: SCREAMING TREES – Dust (1996)

È il 1996, il crinale del grunge. Ci vestivamo tutti ancora con le camiciole a quadri e i jeans stracciati, le radio trasmettevano i Soundgarden e Smashing Pumpkins, noi bevevamo pessime marche di birra nelle bettole delle città che avevano improvvisamente anche loro raggiunto una certa notorietà. Ma la musica stava cambiando. Si affacciava un nuovo marketing più spinto alla ricerca dei consumatori e i musicisti dovevano diventare prodotto vincente: retoricamente, bisognava battere il ferro finché era caldo. Ma il materiale di cui era fatto il grunge non era un materiale facilmente malleabile o, per lo meno, non senza stravolgerlo, deviandone la volontà originaria che era quella di fare buona musica, di avere un pubblico che ti apprezza, e non di diventare una star acclamata in tutto il mondo. Per capire come si è svolta la storia della produzione di “Dust”, ho chiamato Gary Lee Conner e, dopo aver letto riletto la chiacchierata ho deciso di lasciar parlare direttamente lui in questo articolo. Buona lettura.

Screaming Trees

“Il 1993 era l’apice del nostro percorso artistico come Screaming Trees, fine di un lungo tour per promuovere ‘Sweet Oblivion’, il nostro primo album per una major, i concerti erano stati talmente tanti da non lasciarci il tempo e l’energia per scrivere materiale nuovo. Dopo più di un anno, una volta a casa, trovammo un foglio bianco ad aspettarci. Fino ad allora le cose erano andate bene, per ogni album ci incontravamo, scrivendo insieme, era una vera collaborazione ma, da quel periodo in poi, qualcosa sarebbe cambiato, come tutto quello che ci circondava.

Mentre io ero rimasto a Seattle, mia moglie viveva a New York perciò facevo spesso la spola da una costa all’altra. Sentivo dentro di me che avremmo potuto diventare veramente grandi, ‘Sweet Oblivion‘ aveva venduto 350.000 copie. Eppure qualcosa non mi era chiaro. Volevo scrivere il più possibile, pensavo solo al nuovo album. Programma quotidiano delle solitarie giornate nell’appartamento di Seattle: scrivere, dormire, scrivere, nutrirmi e continuare a scrivere. E consegnare tutto a Mark (Lanegan) che stava dall’altra parte della città.

Collaborare con Mark era diventato complicato. Droga e alcool lo avevano isolato, non aveva voglia di avere a che fare con la luce del giorno. Questa apatia, questa mancanza di volontà si riflettè sulla band. Era come se fosse venuta a mancare quell’innervazione vitale, quella scarica elettrica che ti fa venire voglia di creare, di essere ispirato.

Verso mezzanotte, registravo i pezzi che aveva messo giù durante la giornata, di solito si trattava di un pezzo nuovo al giorno, mi infilavo il nastro in tasca, uscivo di casa, mangiavo un hamburger e guidavo fino a casa di Mark. Mark le prime volte mi faceva entrare, ascoltavamo la musica e diceva “Ok” dopodiché chiedeva di stare solo, dopo qualche settimana di questa routine,  si era talmente isolato che arrivò al punto di aprire la porta quanto bastava per allungare il braccio e prendere il nastro.

Ogni notte ero preoccupato e incerto sul futuro della band. Finalmente provammo una decina di pezzi e ci mettemmo d’accordo di registrarli con Don Fleming. Mark era assente, chiuso in se stesso, non c’era la minima energia o sinergia per arrivare a suonare insieme. i pezzi sembravano non funzionare ad eccezione di Dying Days. Continuammo così, quasi senza vederci per tutto il 1994. Continuavo a scrivere: arrivai ad avere più di 200 pezzi pronti.

All’inizio del 1995 ci fu l’occasione di suonare al Big Day Out in Australia, in qualche modo questo ci riavvicinò, la prima volta per tutti in Australia ci entusiasmava. Al nostro ritorno Mark ed io ricominciammo a vederci per ultimare i pezzi, ormai completamente diversi dalle fallimentari sessioni del 93. La nostra affinità artistica e la prolificità del nostro lavoro si erano però affievoliti. I risultati erano dovuti più che altro ad un assemblaggio più che ad una collaborazione infatti Mark scrisse Witness e poco più e non collaborò ai miei testi, “Dust” fu il disco a cui Lanegan partecipò di meno.

Ad Ottobre andammo infine a Hollywood, nel palazzo della Capitol a registrare con il famoso produttore George Drakoulias, già sound engineer dei Black Crowes. Facemmo una lunga pre-produzione, una grande novità per i Trees. Durò un mese dopodiché, a novembre registrammo le basi. “Dust” ebbe molte incarnazioni: dalle prime sessioni del ’93, all’avere complessivamente più di 200 canzoni pronte per essere registrate tra il ’94 e il ’95, all’incertezza di quale singolo usare per la promozione, addirittura fu scelto inizialmente Silver Tongues, canzone che fu poi scartata, dimenticata e omessa dall’album a favore di All I Know e Sworn And Broken.

Ci fu un breve tour, dieci date in tutto, per gli Stati Uniti e non ci fu l’affluenza che ci fu per ‘Sweet Oblivion‘. Eravamo già al declino? Sostituiti dalle novità dei Prodigy e dalla techno? Forse no: Nell’estate del 1996, al Loollapalooza, con Metallica, Soundgarden e Ramones, eravamo ancora vivi e grandi. In più, in quel periodo dovevo trovarmi una spalla per le performance, decidemmo di ingaggiare un secondo chitarrista. Il prescelto fu un ragazzo molto più giovane di noi, ma con una buona esperienza in quanto già chitarrista dei Kyuss: il ragazzo era Josh Homme. Homme collaborò con noi per diversi mesi, partecipò ai live di “Dust”e fino al nostro scioglimento comparendo anche nel video di Sworn And Broken.

Poi facemmo un altro tour americano, questa volta con gli Oasis e un breve tour in Inghilterra, poi Mark cominciò a cancellare date su date. Peter Mensch, manager che si occupava di band come Def Leppard, stava cercando di entrare nel circuito grunge e organizzò molte date che però Lanegan continuava a cancellare. Mensch ad un certo punto si stufò dell’atteggiamento di Lanegan, venne annullato un intero tour in Canada! Mensch mollò i Trees per gli Smashing Pumpkins e fu la fine del periodo “Dust”.

Quello che infine posso dire è che non so cosa sarebbe stato “Dust” se l’avessimo registrato nel 1993, forse un album migliore? Non saprei dire. Però oggi tutti noi andiamo veramente fieri di questo lavoro, per via della qualità dei pezzi e della produzione, mi rendo conto che era il punto più alto che avessimo potuto raggiungere come band e, il fatto che sia stato un progetto molto complesso da realizzare, me lo fa amare ancora di più. Non fu un grande successo commerciale, non se paragonato al precedente ma vendette comunque attorno alle 100.000 copie e fu il nostro traguardo finale”.

La chiacchierata con Gary Lee mi fa capire che “Dust” fu un album figlio di anni bui, incertezze, disequilibri interni, ma il risultato è uno dei manifesti di un’epoca e, dopo aver ascoltato le parole di uno dei principali protagonisti non mi sento di aggiungere altro, solo che appena messo giù il telefono mi sono andato a guardare la line-up del Loollapaloozaa dell’anno successivo, del 1997, per ricordarmi di come la musica, veramente, cambiò. Provate anche voi!

Piaciuto l'articolo? Diffondi il verbo!

Articoli correlati