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Back In Time

Back In Time: KYUSS – Welcome To Sky Valley (1994)

In realtà “Welcome To Sky Valley” non si intitola “Welcome To Sky Valley” ma è semplicemente Kyuss, senza titolo, omonimo. “Welcome To Sky Valley” è solo la scritta che appare nella foto di copertina, tuttavia, niente nessuno ha cercato di fermare o ostacolare la nomina di “Welcome To Sky Valley” a titolo ufficiale. Dopo questo ingarbugliamento iniziale, tenterò, in questo breve articolo, di essere il più lucido possibile e di andare a pescare laddove i Kyuss mi hanno colpito. in profondità.

Non riesco a raccontare le mie vicissitudini nel periodo in cui ascoltavo i Kyuss e precisamente “Welcome To Sky Valley” poiché non vorrei lasciare prove scritte di quel periodo. Solo che la loro musica coincideva con il periodo più cupo della mia vita. O lo accompagnava. O lo incoraggiava. Non ricordo. Resta il fatto che esistono album irripetibili, talmente potenti da ricordare le antiche feste tribali a base di droghe pesanti, in cui l’effetto era talmente forte da non lasciare a chi lo abbia provato alcun desiderio che si ripeta.

Welcome To Sky Valley” è l’album la cui ebbrezza porta più vicino all’assoluto, ma solo per qualche attimo poiché “uno sguardo attraverso la porta è sufficiente”. Dispone di una forza primitiva, il cui suono deve far sì che si acceda all’estasi mediante un movimento continuo, come un derviscio rotante, il muro di suono dei Kyuss. Il suono del tempo che si dilata fino a lasciarci sentire ciò che proviene dal silenzio. Per questo I Kyuss sono stati viaggiatori che hanno riconosciuto la loro casa dopo essersi “allontanati dalle frontiere del tempo” e le loro canzoni sono la forma dell’assenza.

Qui non si parla di rock’n’roll, in cui il dosaggio di sostanze è ridotto in stretta misura e non porta all’ebbrezza totale ma ad una dovizia che accompagna la metamorfosi di un mondo di festa, qui siamo nella tempesta elettrica di sabbia, alla fine del mondo. E questo luogo è il deserto della California, unico luogo possibile per il concepimento di “Welcome to Sky Valley”.

Vertice creativo di una classica parabola discendente, il rapporto tra i Kyuss e l’alterazione è quello dell’ipersensitivo. I suoni, il sole, l’aria, la pressione atmosferica esercitano una funzione alienante, in cui vengono voltate le spalle al mondo e creano una disciplina che sorge dalla sregolatezza. Il rifiuto della società occidentale porta a fondare tribù con le proprie regole e antichi Idoli, tanto da sentirsi figli di essi (Sons Of Kyuss era il loro primo nome).

Quindi “Welcome To Sky Valley” dà inizio all’immaginario costruito attorno al Rancho de la Luna a Joshua Tree, facendolo entrare nel Mito e crea una scena molto più sconosciuta rispetto a quella alternative o al Grunge di Seattle ma, mentre quest’ultima era piena di sonorità che derivavano dall’oppressione del paesaggio circostante, quella “Desert Rock” o “Stoner”, come preferite, veniva plasmata da un luogo scelto appositamente come isolamento, base e fulcro creativo. Fu dunque un risultato di una ricerca, di un pensiero, peraltro, ”Sucht”, termine che in tedesco indica il vizio, ricorda il verbo “suchen”, cercare”. Cercare lontano dal mondo misurabile e denominabile, da qui, l’avvicinamento.

Con una congiunzione astrale degna di una cometa che passa ogni 1000 anni, John Garcia, Josh Homme, Brant Bjork e Scott Reeder, includendo papà Chris Goss entrarono a far parte della storia della major Elektra e della storia del desert rock con un album diviso in tre suite e si allontanarono dalle sonorità metal del primo periodo per avvicinarsi alla psichedelia, ma quello che riuscirono a fare i Kyuss con “Welcome To Sky Valley”, suonando psichedelica pesante come se fossero direttamente collegati dai piedi al centro della Terra, fu proprio scuotere i cardini dell’esistenza.

La differenza fondamentale è che i Kyuss scelgono il deserto per evitare di celare deserti dentro di sé e la loro musica nasce dalla paura di impazzire, dal sentirsi fuori luogo in ogni angolo del mondo. Gli amplificatori erompono dalla crosta come il magma e il tempo si dilata all’infinito, squarciando un andamento temporale grigio e insensato, per riuscire a non avere nulla a che fare con la vita quotidiana ed infine avere un tempo proprio e la presenza di un antico dio, o di un Idolo, la si sente quasi fisicamente attraverso le peregrinazioni sonore, ma questi vertici, per definizione, si toccano una volta sola: “Blues for The Red Sun” non ci era ancora arrivato e “…And the Circus Leaves Town” non ci arriva più, poiché, come scrisse Hõlderlin: “Solo una volta vissi pari agli dei” e non più.

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