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THE BATTLE OF THE JILTED GENERATION: quando rock ed elettronica si scagliarono contro l’oppressione

“There’s no future in England’s dreaming”, sbraitava John Lydon quando tutti lo conoscevano con un altro nome. Parlava chiaramente di una società, quella inglese, allo sfacelo, parlava ad un pubblico stanco ed apatico che cercava un’alternativa al fallimento della Summer Of Love, parlava a ruota libera e lo faceva usando una serie di frasi che sarebbero presto diventati luoghi comuni, vuoti ed inefficaci. Aveva torto anche se avesse parlato di musica, con una lentezza inesorabile anche l’Inghilterra che suonava avrebbe trovato il suo modo di essere Fenice.

Il vento che negli anni ’90 spirava dagli Stati Uniti portava con sé il fetore della fine inconsulta della lunga onda grunge e l’afrore di qualcosa di nuovo, che nel cuore del decennio precedente aveva cominciato a gridare senza esclusione di colpi, ma che solo negli ultimi dieci anni del Millennio poté mostrare al mondo le sue vestigia. Il crossover era la nuova identità delle generazioni future, quelle che davvero un futuro sembravano non avercelo, a causa propria, a causa di tutto il resto, quelle che il punk e l’hardcore non bastavano più ma avevano un loro fascino, andavano solo aggiornati. Questo vento era innovazione ed era pulito e s’incarnava formalmente nei Rage Against The Machine, mentre i Beastie Boys stavano facendo il resto, eppure portava con sé tanto altro, come la Rave Culture, e questa era faccenda da Vecchio Continente. Sembrano così lontane queste situazioni, ma come sempre qualcuno deve prendersi la briga di tirare i fili fino a condurli ad un unico rocchetto. Questo qualcuno erano i The Prodigy.

Ogni Paese aveva le sue controversie ed ai ragazzi d’Albione occorreva qualcosa di più di un assalto frontale alle istituzioni delle vecchie Colonie (senza nulla togliere a Morello e De La Rocha). Si sentivano oppressi da leggi spietate e sbagliate che rendevano di nuovo reali le litanie rotteniane, come un anatema il cui eco ha fatto il giro largo nella storia fino a piombare dritto sulle loro teste colorate. Non potevano esprimersi liberamente, nessuno si sforzava di capire le ragioni del loro modo di sfogarsi dopo intere giornate di lavoro o di studio, in una società ancora piagata dallo spettro della Tatcher, un fantasma reincarnatosi nel suo degno successore Sir John Major. L’allora primo ministro voleva un ritorno ad un Paese a suo dire più pulito, in piena linea con la sua idea conservatrice del mondo e voleva farlo a spese dei giovani, ritenuti l’alveo di ogni tipo di fetida immoralità (giusto per nascondere le proprie).

Fu così inaugurato il “Criminal Justice and Public Order Act 1994”, una legge sporca e faziosa che puntava nel mirino la nascente cultura dei rave, il modo di essere e vivere di un’intera parte della società, che Major lo volesse o no, che esisteva, era viva e respirava. Era controversa, questo sì, forse violenta e in larga parte autodistruttiva, spesso gli amanti del rock l’hanno additata come male assoluto, senza pensare con loro avevano terreno comune, anzi, una storia comune, fatta di soprusi ed incomprensioni, di violenza istituzionale ed oppressione – come ben dimostra l’ossessione di certi politici a stelle e strisce culminata nell’istituzione del Parents’ Music Resource Center, abbattuto dalle parole di Frank Zappa. La legge in questione demonizzava questa nuova espressività a, aggravante, la definiva, con la solita pervicacia ed insolenza delle istituzioni ignare (leggi ignoranti) come “emission of a succession of repetitive beats.” Nulla c’è di più intollerabile per un artista che sentirsi denigrato e catalogato dagli esperti del settore, figurarsi da uno Stato che non si premurava neppure di comprendere le ragioni artistiche che portano la musica, un genere o qualsiasi cosa sia, ad una simile trasformazione. Fu la bestemmia peggiore in assoluto, una chiacchiera da anziani al bar divenuta legge. Vi ricorda qualcosa?

Cosa ancor peggiore, l’Act dava ulteriore potere alle forze di polizia per reprimere ogni dimostrazione pubblica di tale genere e movimento in una spirale discendente di odio e violenza gratuita, fisica e non, ma soprattutto fisica, culminata nelle cariche della polizia nei confronti di chi accorse alla marcia contro la Legge, un enorme party a cielo aperto il cui climax è stato raggiunto a causa della violenza utilizzata dalle forze dell’ordine (a questo punto giustificate dalla propria Costituizione) per reprimere un’idea, uno stile, per mostrificarlo e fare della giustizia una prerogativa propria e inalterabile, schiacciando i più deboli. Una legge iniqua, si direbbe e si dirà, che vede nella propria immagine forze di polizia pronte a picchiare chiunque si pari loro davanti ed arrestare gli oppositori della sacra tranquillità e del silenzio. Vi ricorda qualcosa?

Music For The Jilted Generation” e “The Battle Of Los Angeles” (uscito cinque anni più tardi) potrebbero essere album speculari, con concept del tutto assimilabili, il primo scaturito dall’accaduto descritto poc’anzi, il secondo, canto del cigno dei RATM, col titolo che fa riferimento agli scontri occorsi nel ’92 in California. Il tutto accomunato dallo stesso stato di polizia, di orrore sociale, di oscenità e sangue e ancora oppressione, e mi perdonerete se utilizzo cento volte questa parola in un solo articolo, ma questo è il leitmotiv. Quindi non solo più il rock (nelle sue più disparate emanazioni) si fece latore del malcontento dettato dal bavaglio umano ed artistico/musicale, ma anche l’elettronica di largo consumo (e quindi oltre l’industrial), un ulteriore ponte tra ideologia rap e il reame delle chitarre distorte, ridotto all’osso, uno scheletro robotico pronto alla battaglia e alla resistenza ad un potere distorto e lo fa dall’interno e con le sue armi (“Terminator 2” è del ’91 ma potremmo leggerci qualche spunto). Il tutto al grido di “Fuck ’em, and their law”. Vi ricorda qualcosa?

Tra i due album c’è solo una grande differenza: se “The Battle Of Los Angeles” era volontariamente un disco di lotta, “Jilted” no. Fu adottato, e ci vollero anni prima che lo stesso Liam Howlett dicesse a tutti che il disco che cambiò per sempre la storia della sua band – lo era a tutti gli effetti a quel punto – e anche la percezione del pubblico verso certa dance-music non aveva intenti politici, seppur mi pare un po’ più di una coincidenza che l’artwork interno ad opera di Les Edwards dipinga un ragazzo intento a mandare a fanculo un intero assembramento di sbirri pronti all’attacco, e lo stesso ragazzo sia contemporaneamente in procinto di tagliare i ponti tra la sua gente e LORO.

Spesso accade che gli artisti di un certo tipo rivedano le proprie posizioni circa il contenuto dei propri dischi, a maggior ragione se usciti in concomitanza con avvenimenti di un certo tipo. Quindi quel che rende speciale ed unico il secondo album degli inglesi è proprio che nella sua involontaria carica “ribelle” esso sia stato adottato dai più come escape plan da una situazione asfissiante. Il titolo stesso dell’album che suona come “musica per la generazione lasciata indietro/perduta” sembra forgiato apposta per raccogliere chiunque si sia sentito lasciato indietro da una società sempre più retrograda, come furono i grandi dischi punk ed hip hop e come in una certa misura lo saranno quelli nu-metal di lì a poco. Uno shelter adibito per tutti coloro che stavano lottando per non farsi definire ed essere di nuovo lasciati indietro, dimenticati. Non so se Liam questo lo sappia, ma è quel che è accaduto. In tanti la musica dei Prodigy ce la siamo cucita addosso perché ci sentivamo “a metà”, senza un “luogo” in cui nasconderci. Eppure questo lo fecero con poche, pochissime parole, molte di esse senza essere veri e propri slogan, anzi. A parte Their Law.

Proprio in Their Law si sente l’eco di questo modo di opporsi, anche alle convenzioni musicali. Dicevo prima dei fan rock che non capivano l’importanza di un determinato tipo di musica, quella creata con le macchine, mentre Howlett aveva ben chiaro dove il futuro ci avrebbe portati, e dopo aver visto i RATM negli Stati Uniti si prese l’onere di creare un terreno comune tra due mondi finora distanti anni luce: la chitarra che spazza il brano è un ponte, un trait d’union, sembra tendere la mano per dire “I club e il mosh-pit possono e DEVONO convivere.” Doveva succedere, ci voleva solo l’innesco giusto. Ed eccoci pronti. Il futuro era davvero servito. Come con le riot-guitars di Morello, i mondi superni dei Tool, la violenta introspezione terapeutica dei Korn, i Fear Factory che proprio nei Prodigy videro la luce, i mondi sovrapposti dei Beastie Boys, il punk darwiniano dei Refused, i mondi escheriani dei Meshuggah, “Music For Jilted Generation” con il suo essere ibrido e mutante (ed i video mostruosi) è l’ulteriore tassello nello Stargate verso un mondo che si stava contrapponendo a ciò che già c’era.

Era un’epoca pregna di quello che chiameremmo antagonismo, e lo era a tutti gli effetti. Quella volontà di rompere righe e schemi, prendere per mano un’intera generazione (sì, ancora) e non trascinarla, ma camminare assieme ad essa, come un Leviatano, dicendole che se ci sono delle regole che stanno strette e costringono a vivere piagati da regole inique e leggi che sono aberrazioni di un pensiero lineare e vetusto il modo per infrangerle, o meglio, superarle migliorando c’è, basta vederlo e costruire assieme ciò che verrà dopo. Quale migliore modo di opporsi se non quello di convogliare la propria frustrazione nella musica, quindi? Ciò che mi domando, e domando a voi, è: e oggi? Chi raccoglierà questo scettro? Chi, in un momento in cui nuove legge emergono portando sempre allo stesso luogo oscuro che la Storia dovrebbe aver insegnato ad evitare? Chi prenderà per mano i ragazzi che rischieranno di non essere nemmeno jilted, bensì tenderanno al vuoto, sempre alla ricerca di un’icona effimera, come effimera è la musica che oggi dovrebbe farsi portabandiera di un pensiero (assente) per ribellarsi ad una società che continua a reiterare i propri errori, aggiornandoli di anno in anno? Viviamo in un momento in cui nulla rimane, liquido nel suo essere apolitico e totalmente atemporale, nella peggiore accezione possibile. Temo di conoscere la risposta. E non mi piace.

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