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The Raconteurs – Help Us Stranger

2019 - Third Man Recordings
garage / indie rock

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Tracklist

01. Bored and Razed
02. Help Me Stranger
03. Only Child
04. Don't Bother Me
05. Shine The Light On Me
06. Somedays (I Don't Feel Like Trying)
07. Hey Gyp (Dig The Slowness)
08. Sunday Driver
09. Now That You're Gone
10. Live A Lie
11. What's Yours Is Mine
12. Thoughts And Prayers


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Spesso e volentieri i progetti di Jack White si identificano con l’estetica che li caratterizza: nero a parte, il rosso sono i White Stripes, l’azzurro il suo progetto solista, il giallo l’universo Third Man Records e così via. In questo senso, il verde della copertina di “Help Us Stranger” potrebbe sembrare un fashion statement per i The Raconteurs. Non illudetevi. Il marrone, il rame e soprattutto l’oro continuano a saltare fuori, sia nella clip di Sunday Driver, sia nella recente esibizione da Stephen Colbert. Insomma, è un’estetica ancora fluida quella del super-gruppo che il “settimo figlio” ha fondato con Brendan Benson, Jack Lawrence e Patrick Keeler nell’ormai lontano 2005.

Edito proprio da Third Man Records, oramai un’istituzione del rock made in the USA, il terzo lavoro del quartetto di Detroit (Michigan) arriva a più di una decade da “Consolers of the Lonely” (2008), ragione per farne uno dei dischi più attesi del 2019. Ascoltando “Help Us Stranger”, tuttavia, non sembra certo siano passati tutti questi anni: a far da padrone è ancora l’iconico innesto di Nashville soul-blues e Detroit garage, con Jack che impersona il lato più esplosivo e Brendan quello più melodico del progetto.

Si parte bene con Bored And Razed, bomba rock’n’roll alla Stooges dalle venature proto-punk, e Help Me Stranger, che evidenzia una delle rare qualità dei Nostri: suonare pezzi rock validi imbracciando una chitarra acustica (alla maniera dei Rolling Stones). Da notarsi qui un pattern ricorrente: nome dell’album al plurale e titolo del singolo al singolare. Così, giusto per esporre l’ennesima mossa ossessivo-compulsiva di Jack White. Seguono Only Child, una sorta di You Don’t Understand Me rivisitata alla sufficienza (in ogni caso figlia del “White Album” dei Beatles, onnipresente nei lavori dei The Raconteurs), e Don’t Bother Me, cavalcata heavy-rock tutta Queens of the Stone Age (il disco è stato prodotto con l’aiuto di Dean Fertita, e si sente) che farà di certo sorridere quel burlone di Jack Black.

A seguire un triplete decisamente più scadente: il mezzo gospel di Shine The Light On Me, il cui solo pregio è di essere stata la scintilla che ha fatto riunire la band, il traballante alt-country alla Wilco di Somedays (I Don’t Feel Like Trying) e la cover di Donovan Hey Gyp (Dig The Slowness), puro esercizio di stile e “rompighiaccio” per le sessioni di registrazione. A risvegliarci dal tepore ci pensano però le stand-out del disco: Sunday Driver¸ un rock’n’roll da manuale con un ponte allucinato che riempirebbe di gioia John Lennon e George Harrison, e Now That You’re Gone, ballatona dalle derive elettriche vagamente evocativa di Many Shades of Black (da abbinarsi alla splendida clip in bianco e nero con protagonista l’artista burlesque Gia Genevieve). Il compito di chiudere le danze è lasciato saggiamente ai violini di Thoughts And Prayers, un’epica ballata che fa pensare a Baba O’Riley dei tanto amati Who. Ma, prima, un paio di colpi di frusta: Live A Lie, fulminante tributo alla scena garage di Detroit di metà anni Settanta, e What’s Yours Is Mine, pesante riff di riscaldamento preso in prestito dall’universo Dead Weather.

Nonostante la lunga pausa, il suono dei The Raconteurs non è cambiato affatto. Forse un po’ tirato a nuovo, certo, ma pur sempre della vecchia roba si tratta, coi suoi alti ed i suoi bassi. Personalmente, tiro un sospiro di sollievo, specie dopo aver ascoltato quello che le altre band incaricate di tenere in vita il rock’n’roll hanno da proporre (parlo di voi, The Black Keys). Il giudizio? È riassumibile in un detto: squadra che vince non si cambia. Bentornati cantastorie.

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