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Uzeda – Quocumque Jeceris Stabit

2019 - Overdrive / Temporary Residence Ltd.
noise rock

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Tracklist

1. Soap
2. Deep Blue Sea
3. Speakers' Corner
4. Mistakes
5. Nothing But The Stars
6. Red
7. Blind
8. The Preacher's Tale


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Nell’ora più buia (sarà poi questa?) della musica il noise-rock corre in nostro soccorso. Tredici anni sono passati da quando scoprii gli Uzeda, ed erano esattamente gli Uzeda di “Stella”, uscito proprio nel 2006 e fu amore. Ero più giovane e i miei occhi vedevano questo: gli italiani alla corte di Steve Albini (che è nuovamente qui con noi/loro). Come gli Zu, scoperti poco prima. Suonavo e ed era per me era una sorta di bellissima rivelazione. E come gli Zu, gli Uzeda cambiarono la mia percezione. Amavo già il noise-rock, ma imparai ad amare ancora di più quello del combo siciliano.

Tredici anni ed eccomi di nuovo qui, con gli Uzeda nelle orecchie e il cuore colmo di massacrante disagio, e quindi, sì, “Quocumque Jeceris Stabit” si incastra alla perfezione lì dove deve farlo. “Ovunque lo getti sta in piedi”, ed è vero, cade bene e sempre meglio. Se “Stella” aderiva perfettamente alle mie asperità con le sue angolarità e storture, “QJS” oggi mi prende da un altro lato. È un disco importante, quasi necessario, e quest’anno in Italia è già il secondo (il primo è “Il nuotatore” dei Massimo Volume) e lo dico a costo di essere ripetitivo, che nel nostro lavoro è un po’ una fregatura, ma come altro lo potrei definire se non così?

C’è un senso di resurrezione in questi solchi, a dimostrare che la musica “altra” non è morta e una speranza c’è, basta saperla accogliere nelle proprie orecchie. Mentre scrivo e quando l’album uscirà fa caldo e la temperatura sale inesorabilmente brano dopo brano, sento quasi il sangue premere sulle tempie mentre fluisce e la musica scorre impietosa. Questo è e questo volevo, come volevo sentire la voce di Giovanna prendere le strade che prende qui, da morbida come una nuvola in un giorno di primavera a dura come il diamante a tagliente e meticolosamente rabbiosa, veicola i sentimenti e inanella le sensazioni. Raffaele e il suo basso pericolosamente gigantesco e i traccheggi di chitarra di Agostino che si arrampicano sulle montagne (pre)potenti della ritmica quadrata e concreta delle percussioni pressanti di Davide. È tutto spaventoso e notturno, anche se spesso la luce filtra, non nelle strazianti aperture e chiusure improvvise di Nothing But The Stars, piuttosto nei mutante alternative che sono The Preacher’s Tale (tribalismi semi-urbani e rituali moderni) e Mistakes, che fa strano sentire gli Uzeda così dritti, diremmo, ma è solo che un bene.

I raggi lunari si stagliano ancora negli strascichi della soave Red, che quasi quasi a ripensarci ci vedo riflesse le oscure litanie dei Come, pur essendo inquietudine e furia sempre in agguato dietro ogni angolo, quasi una scottatura pre-post-grunge imperversa sotto la superficie di Deep Blue Sea e si tinge di nevrasteniche imposizioni del ritmo in Blind, che fanno male, male dentro, a fondo ed esplodono in bubboni di violenza acustica, e fa sanguinare nella sua insistente ostinazione.

Ecco, è un lavoro ostinato, quello che registrano oggi gli Uzeda ed è proprio nella lama di luce di un’ostinazione e in una cocciuta convinzione di una bellezza ad altissimo voltaggio che mi piace guardarli, anche se forse è solo una cosa che mi sono disegnato io nella mente. Mi perdoneranno, nel caso. Mi sbilancio: il loro capolavoro.

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