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Back In Time

Back In Time: THE DILLINGER ESCAPE PLAN – Miss Machine (2004)

Avete presente la scena di “Jackass 3” in cui gli scellerati protagonisti del film (e della famigerata serie targata MTV per i più giovani di voi) si mettono dietro al motore di un jet e si fanno portare via dallo spostamento d’aria e lanciano oggetti finendo per essere colpiti nelle palle andando inesorabilmente a terra doloranti? Ecco, i Dillinger Escape Plan erano questo. “Miss Machine” è questo.

Ricordo in maniera piuttosto vivida un giorno di giugno del 2002 in cui mio padre, che pensava sì che le mie nuove scelte in ambito musicale fossero delle sonore stronzate, ma che in fin dei conti presumo immaginasse che non potessi continuare ad ascoltare vitanaturaldurante i suoi (ma anche miei) amati Emerson Lake & Palmer, King Crimson e Black Sabbath, mi disse che aveva trovato un sito dal quale scaricare (oh, beh, niente moralismi) tutta la musica “folle” che avrebbe potuto incontrare i miei gusti. Scettico accettai l’invito a casa sua e mi apprestai ad aprire questo benedetto sito e, con mia somma sorpresa, vi trovai un tesoro. Non conoscevo nessuna delle band lì presenti, ma buon Diavolo, ero intenzionato ad addentrarmi in questo nuovo mondo. Una piccola preview mi avrebbe permesso di selezionare meglio, e lo feci. La compilation che creai si apriva con Anchor dei Cave In, continuava con i Blood Brothers e la loro Pink Tarantulas e finiva dritta dritta su Monticello di questi Dillinger Escape Plan. Boom. Fine dei giochi.

Per due anni mi feci bastare quelle poche, sparute canzoni contenute nel mio CD masterizzato e poi arrivò il giorno in cui nella mia vita entrò “Miss Machine”, lo trovai sullo scaffale novità di un negozio di Milano, e mi s’illuminarono gli occhi. Ecco, ero dietro al jet, pronto a ricevere una pallonata a 100 km/h negli zebedei. Volontariamente. Che imbecille? No, no, proprio no. Era necessario, voluto, necessario l’ho già detto? Negli anni mi fu chiaro che se Refused, Converge e Botch cambiarono le regole del gioco dell’hardcore punk, i DEP erano nati e si erano evoluti per farle a pezzi, divorarle e risputarle fuori alla velocità di un jet engine sputafuoco. Non avevano paura di niente e niente avrebbe potuto fermarli. Seppur “Calculating Infinity”, al cui sound mi ero abituato grazie ai brani scaricati dal sito scovato da mio padre, era già qualcosa di nuovo, fu proprio con l’entrata in formazione di Greg Puciato che la band poté fare il passo in avanti necessario a non restare impantanata in se stessa, come tanti altri alfieri del post-core et similia. Greg e Ben Weinman riuscirono a mischiare le sonorità divenute mainstream forzosamente, le melodie  alle aberrazioni hc, l’introspezione e la psicosi all’attacco. Greg è un fan dei Nine Inch Nails e fu chiaro da subito che la piega che avrebbe preso il piano di fuga di Dillinger.

Miss Machine”, dicevamo, era convinto di poter mettere i piedi su MTV, e lo fece. Nessuno aveva gli attributi in regola per scrivere una ballad ed inserirla in un disco il cui motivo portante era il delirio e la ferocia intrisi di odio e furia animale, ma Unretrofied avrebbe ricacciato in gola questo timore, la bestia nera di un’intera scena, che nemmeno i tentativi dei Converge su “You Fail Me” avrebbero potuto superare. Perché qui a fare capolino è il pop, sì, incarnato in un ritornello a presa rapida ad opera di un luciferino Puciato, poco prima intento a digrignare i denti, e un attimo dopo incollava parole assurde su un’aria lacrimevole.

Il groove qui si prende tutto il suo spazio e tra Liam Wilson e Chris Pennie c’era di tutto e di più, e anche questo era assente altrove, ma eccoci pronti, l’attacco brutale di Panasonic Youth (e il suo addio anticipato di anni e il “no remorse” che prende il posto del troppo blasonato e ormai fottuto “no future”), lo strazio dei “liar” sbraitati su Baby’s First Coffin e quell’assurda messinscena faithnomoriana sul chorus disumano di Setting Fire To The Sleeping Giant (eccolo il groove, eccolo) come le zanne dei lupi mannari di Sunshine The Werewolf.

Ma che me ne faccio di fare un elenco? Non c’è un angolo buio in ‘sto disco, non uno, non un momento di rifiato, solo un treno che ha perso totalmente il controllo e che sarà pronto a travolgere e portarsi dietro tutti quanti. O lasciarli indietro, fottendosene alla grande. Ed infatti, così fu. No Remorse.

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