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Back In Time

Back In Time: FANTOMAS – The Director’s Cut (2001)

Era il 1998 quando Mr. Mike Patton e soci decisero di chiudere in maniera inaspettata una carriera che sembrava in ascesa per i Faith No More, spegnendo l’entusiasmo di milioni di fan. Ciò fu dovuto probabilmente in parte a screzi personali all’interno della band, ma soprattutto per divergenze artistiche riguardanti la direzione musicale da prendere, cosa che in una band votata ad un vero e proprio crossover a 360° sembra quasi una barzelletta. In realtà la motivazione ufficiale della band, dopo un anno di continue voci a riguardo, fu affidata al bassista Bob Gould, che sostanzialmente dichiarava che i vari membri della band volessero sperimentare o creare nuovi progetti indipendenti, senza l’ingente impegno del suonare nei Faith No More.

In verità credo che oltre al fatto che il giochino si fosse rotto già da un po’, alcuni dei componenti della band, in primis lo stesso Mike Patton, , volessero veramente provare qualcosa di nuovo e reinventarsi. La grandissima irrequietezza musicale di Mike Patton non è mai stata una novità d’altronde; già ai tempi del successo con i Faith No More era evidente l’impellente esigenza nello sperimentare al limite della follia che lo portava con i Mr. Bungle a sfogare senza freni la sua vena creativa. Appena poteva scappare, raggiungeva i suoi amici e compagni di vecchia data fuori di testa, incanalando con loro le sue “perversioni” musicali e non solo. I Faith No More non erano certo una band convenzionale, ma così suonavano in confronto. Nonostante tutto i Mr. Bungle non erano l’apice creativo della pazzia musicale del ragazzotto di Eureka, e con il primo capitolo del progetto Fantomas del 1999, prima uscita discografica per la sua neonata Ipecac, ciò balzò agli occhi di tutti i fan, che probabilmente non si aspettavano minimamente una tale violenza al limite, sepsso al limite del nonsense.

Alla fine del 1998 Mike Patton decide di inventare e dirigere come un vero e proprio direttore d’orchestra (ma estremamente sui generis) una band che difficilmente si può incastonare o catalogare in un genere musicale preciso. Verrebbe da dire un bel macello di avantgarde-metal, noise sperimentale e schegge di grind-core ed hc destrutturato che si alternano in maniera chirurgica e con una precisione al limite del manicomio. Per seguire questo canovaccio, servivano dei musicisti di livello, altrettanto svalvolati, e che mettessero da parte qualsiasi velleità da prima donna. Si rivolge quindi a degli amici di vecchia data che posseggono le caratteristiche sopra citate, ma che soprattutto accettano le sue condizioni. Roger Buzz Osborne dei pachidermici Melvins alla chitarra, l’eclettico e talentuoso Trevor Dunn al basso, già suo compagno nei Mr. Bungle ed alla batteria tritatutto Dave Lombardo degli Slayer, su suggerimento di Igor Cavalera che rifiutò l’invito dell’amico causa impegni con i Sepultura. Questi tre “monellacci” si aggiungono ovviamente all’ugola di Mike Patton, che mai come in quel disco emette versi disumani al pari solo forse delle sue collaborazioni con John Zorn, sassofonista violentatore di suoni fondatore e leader dei troppo poco conosciuti Naked City, oltre che un altro raro personaggio che può eguagliarlo a livello di pazzia, creatività e carisma.

Fantomas

Certo, vedendo i nomi dietro questo progetto è chiaro fin da subito che non si tratterà palesemente di musica da camera, ma ciò che esce da “Fantomas“(“Amenaza al Mundo” per gli amici) del 1999 lascia tutti a bocca aperta, deludendo perfino i fan dei Faith No More, che certo si auspicavano un proseguimento del discorso intrapreso con la band di San Francisco, ma che sostanzialmente non avevano ancora intuito di che pasta fosse fatto il nostro buon Mike, che all’epoca – ma come oggi e sempre nel corso della sua carriera – se ne fregò alla grandissima di assecondare le aspettative dei suoi “sorcini”. Credo che gli interessasse maggiormente tagliare i ponti con il suo passato musicale ingombrante e forse quello che gli premeva di più era stupire le persone. Devo ammettere però che all’epoca anche alle mie orecchie di poco più che un adolescente, quel primo episodio mi sconvolse e risultò inaccessibile ed indigesto, non erano ancora pronti i miei padiglioni auricolari per quel tipo di caos organizzato nel minimo dettaglio e da fuori di testa. Mi lasciò perplesso e per apprezzarlo passarono anni, ma il secondo lavoro uscito nel 2001 fu meno ostico, mi fece innamorare di loro ben presto e decisamente in poco tempo.

Director’s Cut” è infatti sicuramente il lavoro che consiglierei come primo approccio conoscitivo alla band, anche perché i brani contenuti strutturalmente presentano una forma canzone ”classica” o quasi, cosa che comunque non si poteva certo dire del debutto, così come anche dei due episodi che uscirono dopo questo lavoro, che risulta a tutti gli effetti il lavoro più accessibile dei Fantomas.

L’idea di Mike Patton era molto impegnativa ed ambiziosa, una sfida a conti fatti stravinta, e prevedeva la reinterpretazione di alcuni classici di maestri di colonne sonore della storia del cinema come Bernard Hermann, Nino Rota, Ennio Morricone, Henry Mancini, Angelo Badalamenti, solo per citarne alcuni, tutti omaggiati a modo loro. Tra le varie passioni del nostro oltre alla musica, ai videogiochi e alla pornografia, c’è il cinema, cosa poi ampiamente dimostrata in futuro scrivendo diverse colonne sonore. Ad ogni modo, i brani contenuti nel disco non sono delle cover degli autori originali, ma vengono rimodellati ad immagine e somiglianza di Patton, che effettivamente utilizza i temi principali scelti, ma li riarrangia e li riveste di una seconda pelle, dandogli nuova vita e trasformandoli in qualcosa di assolutamente personale, cosa non da poco.

Fantomas

Il risultato è sbalorditivo e credo sia onestamente una delle vette più alte raggiunte in particolar modo dall’eclettica voce di Patton, capace di cambiare registro in men che non si dica con una facilità disarmante – da questo punto di vista eguagliato solamente dalla veloce (ahimè) collaborazione con i Dillinger Escape Plan. La sua voce è uno strumento aggiunto prestato alla musica e funzionale al brano o all’atmosfera, non è mai l’estensione autocelebrativa di un narcisista dotato a livello vocale e che si compiace delle sue capacità tecniche, ma a differenza del primo episodio spesso si avvicina ad un modo di cantare più canonico o diciamo tradizionale.

Musicalmente parlando invece, oltre agli ingredienti presenti in “Amenaza al Mundo“, cambia il minutaggio dei vari pezzi, qui un po’ più esteso, e ci sono momenti – ma sarebbe meglio dire intervalli  -quasi ambient o che lambiscono territori jazz, per poi passare ad improvvise accelerazioni, il tutto però in maniera molto fluida ma allo stesso tempo studiata nei minimi particolari.

Fantomas

Il disco parte alla grande, perché ad aprire sono le note riconoscibilissime ed entrate nell’immaginario collettivo di tutti che rimandano al film capolavoro “Il Padrino”, ma subito il pezzo si scatena in un hardcore tirato fino a finire quasi come una canzone popolare, con la voce di Mike Patton impeccabile ed oserei dire “angelica”, al contrario del doom sporco di Der Golem con tanto di voce mefistofelica. Improvvisamente però Mike Patton decide di diventare un crooner, veste che gli calza a pennello, con tanto di falsetto per impreziosire l’eccellente prova di Experiment In Terror. Con One Step Beyond la voce diventa invece un meraviglioso ma allo stesso tempo delirante strumento musicale, che accompagna una altrettanto fantastica e velocissima parte strumentale grind, con la sorprendente batteria di Lombardo che sembra davvero una mitragliatrice. Superata la “fiabesca” Night Of The Hunter, si torna nella parte centrale a lambire atmosfere inquietanti con Cape Fear, la meravigliosa e riuscitissima Rosemary’s Baby, l’epica The Devil Rides Out, la cadenzata ed oscura Spider Baby ed il death metal esoterico di The Omen (Ave Satani), con un’altra prova eccellente dell’oggi ex batterista degli Slayer.

Finalmente con il tema di “Henry: Portrait Of A Serial Killer”, altro ottimo episodio del disco si sente la chitarra di King Buzzo, un po’ in secondo piano in generale su questo disco. Si tira un po’ il fiato con la rilassata, goliardica e al limite del clownesco Vendetta, ma il trittico finale è da standing ovation; il tema di “Indagine su un cittadino al di sopra di ogni sospetto” parte leggero e tranquillo, ma poi prosegue in una marcia distorta per riprendere fischiettando il tema principale del film e finendo in deliri noise rumoristici; la suadente e dark Fire Walk With Me tratta dall’omonimo film di David Lynch è da applausi ed in Charade Mike Patton sfodera in poco più di tre minuti gran parte del suo impressionante repertorio vocale

Le opinioni sul personaggio in questione si sono divise in passato, si dividono oggi e si divideranno sempre categoricamente in due fazioni finchè farà musica. C’è chi lo definisce poco più che un buffone sopravvalutato e fuori di melone ma che comunque sa cantare e chi lo considera un artista geniale, dotato di un gran talento e lo segue e lo ama alla follia! Non so se si fosse già capito, ma io faccio parte della seconda categoria e “The Director’s Cut” ha sicuramente contribuito prepotentemente a farmi pendere da quella parte.

Fantomas

 

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