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Back In Time

Back In Time: METALLICA – Ride The Lightning (1984)

Metallica

Probabilmente chi ha vissuto live i primi anni Ottanta, può guardare indietro a “Kill ‘em All” (1983) e  “Ride The Lightning” (1984) con una nota di nostalgia…..anzi proprio con una vera, sentita e più che giustificata nostalgia. Infatti, se riascoltiamo la storia della band di Hetfield e compagni, nel risentire brani come Fight Fire with Fire, veniamo travolti da quell’onda di velenoso thrash che sembra essersi abbassata da un po’ di tempo a questa parte. Questo secondo balzo dei Metallica verso l’olimpo del thrash metal rappresentava un punto di svolta, non solo per la suddetta band, ma per l’intero panorama del genere. In questo album si odono intelligenti modelli di levigata evoluzione dell’aggressività smodata del thrash, reso più malleabile, senza stravolgerlo o snaturarlo. Tutto ciò avviene grazie ad un livello di consapevolezza artistica, tecnica e realizzativa della band, probabilmente raggiunta con il passaggio attraverso il loro disco primogenito.

Personalmente non ero ancora nato quando questa epica formazione iniziava a tuonare, ma ciò nonostante, vuoi per fortuna o vuoi per pura casualità, il mio primo contatto con la loro musica fu proprio con “Kill ‘em All”. Quando mi cimentai nell’ascolto di “Ride The Lightning”, Fight Fire with Fire metteva le basi per un sequel di gran pregio, con la mia testa che, inevitabilmente, ricominciava a fare su e giù. Con la title track qualcosa cambia, non è il solito thash, c’è qualcosa di più studiato, più raffinato: il modello della traccia presenta ottimi spunti innovativi per il genere e ciò viene scandito a colpi di riff originali e superlativi, che piombano giù come accettate senza farsi attendere un secondo. 

Metallica

La band sfoggia tecnica sopraffina, soprattutto la buon’anima di Cliff Burton martella il suo basso con una capacità e presenza da vero professionista e trascinatore di livello. Conoscendo la storia dei Metallica, a posteriori, scoprii che poco tempo prima dell’uscita del primo disco, la band si era privata, per motivi ancora oggi “poco chiari”, della presenza di Dave Mustaine, leader e fondatore dei Megadeth. Doveva veramente aver rotto le palle, se Hetfield e soci decisero di privarsene, perché un chitarrista con tale tecnica non lo trovi dietro l’angolo. Avendo ascoltato i primi lavori della band di Mustaine, “Killing Is My Business… And Business Is Good!” (1985) o “Peace Sells… But Who’s Buying?” (1986), si intravede lo zampino anche dell’intrattabile Dave dietro ad alcuni brani di questo memorabile disco: oltre alla sopra citata Ride The Lightning, la maestosa The Call of Ktulu con quasi nove minuti di virtuosismi strumentali….la classe non è acqua signori! A volte mi chiedo se fosse rimasto, che storia sarebbe stata….Oltre alla tecnica, anche i “tecnicismi” di produzione sono ottimi: primitiva, rozza, quasi modellata ad hoc per dare al lavoro la giusta dimensione.

Di ottima fattura anche For Whom the Bell Tolls, mentre restano un po’ più anonime Trapped Under Ice ed Escape, forse la parte meno efficace ed anonima del disco, ma comunque ascoltabili. Poi ci sono due parentesi molto serie, impossibili da non ricordare in questa sede: le tracce che più rappresentano questo disco, insieme alla già citata Ride the Lightning, ovvero Creeping Death e Fade to Black. Nel caso della prima, possiamo parlare di un vero e proprio inno al thrash metal, una delle canzoni che più rappresenta tale genere musicale: brano che lascia a bocca aperta, oggi come allora, dove una melodia complessa, tecnica e precisa si fa spazio tra riff mastodontici e assoli dirompenti con Mr. Hammett a dare lezioni. Poi arriva l’annosa e complessa questione di Fade to Black: ottima thrash-ballad che riesce a far arrivare il messaggio della band pur non essendo ricoperto da schiaccianti ritmiche e violenza melodica. All’epoca questo brano fece storcere il naso allo zoccolo duro dei primi fan della band, che già gridavano alla becera commercializzazione del gruppo….. immaginatevi se avessero saputo che di lì a quattro anni la band sarebbe uscita con il loro primo video su MTV: il singolo The One dall’album “…And Justice for All” (1988).

Per chi ama questa band, ogni nota di questo disco, dopo trentacinque anni, ha un assunto un significato importante, ed è proprio quel significato che motiva e rinforza quella vena di sana nostalgia che lo rende ancora oggi importante e interessante. Già nostalgia: visti a Roma nel 2014, il pathos e la tecnica sono sempre di livello, tralasciando qualche buco di Lars….La grinta non manca, però si sente e si vive un po’ più di agiatezza, meno spinta. Però, ragazzi… l’età avanza eh?! E i quattro horseman si difendono ancora alla grande.

Il discorso cambia se invece si parla della qualità dei loro lavori con il passare del tempo: dopo aver sentito “Ride The Lightning”, ascoltare “St. Anger” (2003) è un po’ come un cazzotto in un occhio, anche se con “Death Magnetic” (2011) e “Hardwired… to Self-Destruct” (2016) le cose sono migliorate. Passando anche per un lavoro, un po’ sui generis, ma comunque interessante, insieme al compianto Lou Reed, “Lulu” (2011), i Metallica resistono, nonostante c’è chi li consideri defunti già da diverso tempo. Speriamo che con l’imminente ritiro dalle scene degli Slayer, anche altri dei Big Four (Antrax, Megadeth e gli stessi Metallica) non decidano di attaccare gli strumenti al chiodo. Abbiamo ancora bisogno di loro, poiché, ad oggi, non sembrano ancora esserci vere band degne di tale retaggio.

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