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Back In Time

Back In Time: PEARL JAM – No Code (1996)

Pearl Jam

Siamo nell’Anno Domini 2 Dopo Cobain, o 1996: per il Grunge niente è più come prima da due anni, sebbene non sia ancora entrato nella sua fase discendente. Si sentono ancora gli echi dell’Unplugged risuonare, e tante nuove band emergenti – alcune davvero talentuose come i Silverchair – che si danno da fare affinchè l’onda partita da Seattle non si spenga troppo presto. Il 1994 tra l’altro è stato anche l’anno di “Vitalogy“, terzo album dei Pearl Jam che li ha consacrati maggiormente dopo “Ten” e “Vs.”. Ancora risuona quella rabbia, quel suono grezzo eppure con un suo senso, una sua missione ed un messaggio che si è già sparso a macchia d’olio per gli Stati Uniti e nel resto del mondo.

Ma ora che ne è del presente? Cos’è il presente del 1996? A raccontarcelo, arriva No Code, quinto album realizzato in studio dalla band che vede Jack Irons come nuovo batterista della band lavorare in studio, dopo essere subentrato all’inizio del Vitalogy Tour. Certamente non mancano i pezzi “duri” e graffiati in questo nuovo lavoro, ma sono isole di un arcipelago creativo e musicale più complesso e variegato, cosa che inizialmente farà storcere il naso alla critica e a molti fans. L’album verrà infatti definito dai membri della band come: “un punto di transizione” e anche: “Fare No Code ha significato guadagnare prospettiva”.

Pearl Jam

Quello che le tracce – molto varie tra loro sia come testi che come arrangiamenti – di certo fanno capire, è che il momento della rabbia a tutto volume è passato, e come dopo ogni apice raggiunto è arrivato il momento della contemplazione, dell’autoanalisi e della crescita. Non a caso la prima traccia si chiama Sometimes ed è un momento di autoanalisi di se stessi, senza veli o scusanti. Forse è proprio questo a disorientare inizialmente un pubblico che per la maggioranza è fatta di adolescenti e giovani, che i Pearl Jam stanno diventando adulti, stanno maturando vivendo nuove esperienze e con esse arricchendo i loro punti di vista, che donano una linfa più complessa alle loro canzoni.

Non c’è da preoccuparsi in realtà: il fatto che manchino testi con tematiche sociali o di denuncia aggressive e marcate, non significa che Eddie Vedder e compagni si siano rammolliti, o che raggiunto il successo hanno gettato le maschere, come oramai siamo troppo abituati a vedere tra le stars. Il Grunge non è morto, ma sta cambiando, e No Code è il momento di raccoglimento, di silenzio, in cui si ascolta il vento del mondo e si accumulano una grinta e una determinazione più profonda. Purtroppo questo in molti lo abbiamo (mi ci inserisco anche io) compreso solo successivamente.

Quando uscì, la voglia di urlare fino a sublimare il nostro spirito adolescenziale era ancora troppo grande, e la ferita per la morte di Kurt ancora troppo fresca. Alcuni pensarono che Eddie sarebbe stato il prossimo, e che un disco cosi “mollo” fosse una sorta di canto del cigno. Altri, tra i quali Rolling Stones, accusarono il privilegio di poter sperimentare e fare lavori meno qualitativi che è dato dal successo. Non a caso No Code fu il primo album a non avere un successo pieno. Invece, come dei veri pionieri, i Pearl Jam erano già avanti, stavano preparandosi per il futuro, raggiungendo quella maturità artistica e musicale che gli ha consentito di diventare poi una delle band alternative più solide e conosciute.

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