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Back In Time

Back In Time: MASTODON – Leviathan (2004)

Chiamateli Ismaele. Come il misterioso narratore di “Moby Dick”, i Mastodon di “Leviathan” abbandonano qualsiasi forma di protagonismo per mettere il loro talento al servizio di una storia. E la storia è proprio quella resa celebre dal romanzo di Herman Melville: la disperata lotta tra un uomo accecato dal desiderio di vendetta, il capitano Achab, e l’enorme balena bianca colpevole di avergli portato via una gamba. Un essere gigantesco e apparentemente invincibile. Oscuro, come gli abissi marini in cui regna incontrastato e si nasconde, in modo tale da fuggire alle attenzioni dell’equipaggio della nave Pequod. Ma anche arcano, al pari di un’entità divina. Di una natura troppo grande e perfetta per essere realmente compresa dall’uomo, nonostante tutti gli inutili tentativi.

La band di Atlanta, qui alla sua seconda prova in studio, rende omaggio al capolavoro letterario confezionando un album in cui la pesantezza dello sludge e il dinamismo del progressive si fondono in maniera incredibilmente efficace con delle atmosfere in grado di evocare il costante scorrere dell’acqua. La batteria del fenomenale Brann Dailor, ancora lontano dal mettere le mani sul microfono, sembra voler seguire l’imprevedibilità del moto ondoso: tra passaggi quieti e altri tempestosi, la sua creatività oscilla come fosse in balia dell’oceano.

Uno sviluppatissimo senso per il ritmo, tuttavia, gli permette di non mollare mai gli ormeggi; al contrario, la sua precisione sul tempo rappresenta una vera e propria scialuppa di salvataggio per Brent Hinds (chitarra solista e voce), Bill Kelliher (chitarra ritmica) e Troy Sanders (basso e voce), liberi di esplorare in ogni direzione possibile le potenzialità dei loro strumenti. “Leviathan” ha le caratteristiche di un viaggio avventuroso, ricco di sfumature e colpi di scena: la compattezza dell’apripista Blood and Thunder – un classico della band ormai, con l’ospitata di Neil Fallon dei Clutch – cede il passo alle prodezze tecniche di I Am Ahab e agli arpeggi sinistri dell’inquieta Seabeast.

La complessità della durissima Island tramortisce con la forza di una bestia marina, mentre in Iron Tusk e Naked Burn emerge in tutto il suo splendore una componente fondamentale del sound dei Mastodon: l’influenza del metal tradizionale e soprattutto della New Wave of British Heavy Metal, che in queste due tracce fa sentire il suo peso nella batteria galoppante di Dailor e nei riff armonizzati di Hinds e Kelliher.

Avvolta in una coperta di soffici dissonanze, Megalodon parte in maniera abbastanza tranquilla per poi concludersi in un tripudio di chitarre elettriche a tema stoner/southern. Aqua Dementia, oltre a rappresentare la prima di una lunga serie di apparizioni di Scott Kelly (Neurosis) all’interno di album dei Mastodon, è anche un curioso esperimento hardcore che alterna in rapida successione impressionanti esplosioni di power chord a muraglie di palm mute solide come granito.

Ma la vera sorpresa di “Leviathan” si chiama Hearts Alive: in questi tredici minuti e quaranta secondi assolutamente epici, la band rispolvera il suo amore per i Metallica di The Call Of Ktulu e mette in bella mostra i muscoli, regalando una chiusura più che degna a uno dei loro migliori dischi. Il Pequod affonda, trascinato negli abissi dalla potenza di Moby Dick e dalla follia di Achab, ma i nostri Mastodon/Ismaele riescono a salvarsi la pelle e a salutarci.

L’addio è affidato alle eccentriche tinte jazz e blues della strumentale Joseph Merrick: lo sfortunato Elephant Man non ha nulla da spartire con la creatura nata dall’immaginazione di Melville, ma l’immenso orrore che striscia lentamente tra i riverberi, gli arpeggi di chitarra e i tocchi swinganti sui piatti ha qualcosa di sfuggente, di difficile da descrivere. È elusivo: proprio come la bianchezza della balena.

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