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Recensioni

Tool – Fear Inoculum

2019 - Volcano / RCA / Tool Dissectional
prog metal

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Tracklist

1. Fear Inoculum
2. Pneuma
3. Litanie contre le peur
4. Invincible
5. Legion Inoculant
6. Descending
7. Culling Voices
8. Chocolate Chip Trip
9. 7empest
10. Mockingbeat


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Come si inizia una recensione sui Tool? Bisogna ragionarci bene, pensarci su e quando si è arrivati ad una soluzione ripensarci ancora qualche volta. Quand’è l’ultima volta che abbiamo ascoltato – e recensito – un nuovo album dei Tool? La nostra vita era diversa, così come quella della quasi totalità dei fan e del gruppo stesso. Tutto cambia, bisogna solo capire come e perché.

Il mondo stesso è cambiato, e il pensiero va al fatto che quando uscì “10.000 Days” la nostra vita non era scandita così al dettaglio ogni giorno: non c’erano i social come li conosciamo oggi e la musica digitale era ancora legata al possesso di file (legali o illegali). Spotify nacque giusto un mese prima, per capirci. A riguardare quei giorni in retrospettiva siamo entrati in un’epoca quasi bladerunneriana: le auto non volano, non ci sono replicanti, ma a conti fatti viviamo il virtuale più di quanto vorremmo. Come dei netrunner gibsoniani, come il Tagliaerbe senza la tuta cibernetica, ci siamo dentro, anime e corpi ripiegati sugli schermi.

Il ritorno in scena dei Tool è stato come riportarci nel presente qualcosa che avevamo lasciato nel passato e che ormai non credevamo più possibile. Loro nel mentre sono passati da culto assoluto a culto della rete, dei meme viventi, una battuta quasi divenuta un classico, una sicurezza insicura. Infatti il loro ritorno è diventato tangibile quando sui servizi streaming è comparso il loro nome, prima ancora che venissero caricati i loro album, album che abbiamo consumato in lungo ed in largo.

Scrivere dei Tool è difficile anche per questi motivi: il pensiero binario dominante divide esattamente a metà tra fan incalliti ed invasati e detrattori inferociti per partito preso. Ogni tentativo di osservarne i chiari scuri ti posiziona automaticamente o da una parte o dall’altra, vittima delle aspettative. E questa è anche una delle spine dorsali del disco, della sua genesi e della sua produzione: quanto sono ancora rilevanti i Tool? Se lo chiedono loro stessi ed hanno risposto con 85 minuti di musica suonata al meglio delle loro aspettative.

L’attesa spasmodica di “Fear Inoculum” ci ha resi paranoici spingendoci in una spirale (ovviamente) di domande e ipotesi, prima ancora di poterne sentire una singola nota. Poi venne il giorno e da allora abbiamo creato un solco nelle nostre menti, solco che una volta si sarebbe creato sulla superficie specchiata di un loro CD. La fretta ci avrebbe fregati, ed è un pensiero che deve aver sfiorato anche la mente di Adam Jones, Danny Carey, Justin Chancellor e Maynard James Keenan. Quest’ultimo ha ammesso, in una recente intervista a BBC Radio 1 che forse il disco sarebbe stato buono già otto anni fa. Ma poi arrivano i ripensamenti, i timori e le insicurezze. Perché, è bene ricordarlo nuovamente, i Tool sono esseri umani come tutti gli altri. Né più, né meno. Al di là delle battute, dei pensieri monodimensionali sugli artisti. Essi a noi ascoltatori non devono niente, in fin dei conti.

Da buoni esseri umani hanno seguito dei percorsi e questi si vedono riflessi sulla superficie delle canzoni, ma che vanno a fondo fino alla radice di qualcosa che è cresciuto nel tempo, come un accumulo infinito di materiale che andava poi trattenuto nei confini di un supporto. Un progetto lo vivi, lo respiri, ti ci confronti e questo crea conflitti e appianamenti, e in tutto ciò qualcuno resta fuori dalla porta, in attesa che lo scontro (di cui si è comunque parte integrante) vada sfumando, come una tempesta lontana, e anche questo finirà impresso come un riflesso tangibile tra le pieghe della propria musica.

In un contesto normale amalgama e distacco possono essere sia armi fedeli che pericolose, possono ingrossare un album o affossarlo definitivamente. Ma stiamo pur sempre parlando dei Tool (ed è qui che la loro umanità viene meno) e con loro è la zona grigia a dominare la scena, riempiendo tutti gli spazi.

Fear Inoculum” non è dunque figlio della paura del titolo, benché in fondo ne sia concretizzazione, e non è nemmeno la cura: è la somma di tutte le parti e la sottrazione stessa. Un enorme lavoro strumentale, ultra organico, pregno di diverse dominanti in precario equilibrio, solcate da barriere e vuoti.

La band riprende in mano il discorso lasciato in “Lateralus” nel 2001 percorrendone però il tracciato più riflessivo ed ampliandolo in direzioni talvolta nuove ed inattese, talvolta già intraprese per darci la sensazione di essere ancora nella nostra comfort zone di ascolto, consentendoci di dimenticare l’orrore che dilaga là fuori.

Fear Inoculum” è un disco complesso, ma non per la sola complessità delle strutture formali basate su tempi dispari, poliritmi, lunghissimi riff in 7/4, ma complesso principalmente nella sua sostanza nucleica. Una lunga ed ipnotica riflessione sull’invecchiamento e sulla rilevanza in quanto artisti, che si potrebbe percepire anche senza l’ausilio delle parole esplicite. Un disco indubbiamente prog-metal, ma di stampo umanistico e non virtuosistico, basato nuovamente sui principi esoterici della geometria sacra in una volontà di potenza che aspira all’armonia più pura ed all’evoluzione umana.

Keenan decide di utilizzare un cantato aperto e solare che va in direzione opposta a quanto fatto in precedenza, quando aggrediva ogni singola nota e battuta quasi a volerla prendere a cazzotti, ma che è invece coerente con il suo studio vocale e melodico espresso già in Puscifer ed ancora meglio in “Eat The Elephant” degli A Perfect Circle.

Arrivato a parti strumentali completamente concluse decide di arretrare ulteriormente: la posizione arretrata del non-frontman nei live si ripresenta anche nella sua veste canora, decidendo melodie, metriche e parole che si vadano ad amalgamare con le scelte strumentali di Jones, Carey, Chancellor. La voce diventa definitivamente strumento al pari di tutti gli altri. Non aggredisce, ma accompagna, quasi coccola e sfiora la cattedrale sonora costruita attorno ad essa e ne colora le pareti, anziché prenderle a martellate. Sceglie di alleggerire i concetti, spogliandoli di velleità eccessivamente filosofiche, in favore di storytelling e scelte più musicali che di concetto. Specchio anch’esso di una visione musicale di ex-ragazzi ormai cinquantenni.

A tratti pare quasi una casa bellissima, una di quelle in stile Liberty, all’interno della quale sono stati accatastati tantissimi mobili, ognuno dei quali con una sua particolarità. Un’opera d’arte sofferta e sofferente che può o meno mettere d’accordo, ma per la quale è valso la pena attendere tredici lunghi anni. 

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