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Kayo Dot – Blasphemy

2019 - Prophecy Productions
avantgarde

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Tracklist

1. Ocean Cumulonimbus
2. The Something Opal
3. Lost Souls On Lonesome’s Way
4. Vanishing Act In Blinding Gray
5. Turbine, Hook, And Haul
6. Midnight Mystic Rise And Fall
7. An Eye For A Lie
8. Blasphemy: A Prophecy


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Quest’anno Toby Driver ha deciso di essere il protagonista indiscusso di quell’ormai fantasmatico mondo che usavamo chiamare underground, quando ancora le cose potevano restare sotterranee e, come tali, venire apprezzate un poco all volta. Dapprima al basso nei Vaura, di ritorno dopo sei anni di silenzio con lo splendido “Sables”, ed ora di nuovo in cabina di pilotaggio su quella nave stellare che sono i suoi Kayo Dot.

Contro i sei anni di assenza della band di Josh Strawn, i Dot sono rimasti in silenzio per soli tre, dopo un tiepido e non memorabile “Plastic House On Base Of SkyDriver e dopo essersi nuovamente dedicato alla sua carriera solita, ampliando ulteriormente il proprio bagaglio e guardando a fondo sulle strade fredde di una città asettica, torna alla sua creatura principale. Così prende forma quello che oso definire il termine ultimo di tutti i racconti di questo progetto, al livello di “Dowsing Anemone With Copper Tongue”, “Coyote” ma ancor di più il proprio capolavoro personale “Blue Lambecy Downward”: “Blasphemy” non ne è solo summa stilistica di una carriera, è vieppiù il superamento delle ultime barriere da infrangere in un mondo che pare ormai dimenticato, ovvero quello di un’avanguardia metal che ebbe grandissimo respiro sul finire dei ’90 fino al limitare dei nuovi anni ’10. Ma qui c’è molto di più.

I codici stilistici che alchemicamente vanno a mischiarsi in questa nuova narrazione non potevano essere più ampi ed impossibili da incanalare in singole diapositive. Così ogni brano va a formare un suo proprio universo, creando un senso di discontinuità e disorientamento che anziché cozzare con l’idea di concept album ne diventano il sostrato necessario a farlo funzionare correttamente, come un’arcaica chiave di volta che mette in moto un macchinario da tempo sopito. La sola costante che permea gli otto pezzi qui presenti è la voce di Driver che, come suo uso, cambia pelle a seconda delle circostanze, dimostrandosi il vero campione di un genere che si è spento nottetempo nei mediocri lavori di Opeth e Porcupine Tree nella loro età avanzata. Non che i Kayo Dot abbiano mai fatto parte di quella schiera lì.

Ci si può imbattere sostanzialmente in qualsiasi cosa nel dipanarsi delle composizioni: tra tinte goth un accenno al passato jazz ricolmo fino all’orlo di kraut e space (Turbine, Hook And Haul), rafforzi vocali figli del pop anni ’80 dibattersi su sovrastrutture progressive infilzate da chitarre acuminate (Midnight Mystic Rise And Fall), arrembaggi indie-post wave annientati da martellate post-metal con un Driver più pattoniano che mai (The Something Opal) fino a riesumazioni kanyewestiane con tanto di autotune spintissimo lambito da sfarfallanti synth a là Tangerine Dream (An Eye For A Lie). Non si spaventino i fan di lunga data poiché troveranno il proprio riparo tribal-metallico nella conclusiva, serrata Blasphemy: A Prophecy, a riprova che un cammino sembra essere giunto al proprio capolinea.

L’alone misterico che avvolge il racconto allegorico di Jason Byron messo in scena dalla band invece è quasi impossibile da districare, tante sono le chiavi di lettura e le note che andrebbero apposte a piè pagina – ci andrebbe una recensione solo per questo – ma ciò che percepisco è la stessa nebbia fitta che percepii leggendo i grandi classici di Neil Gaiman. I tre personaggi qui descritti scavano con avidità fino a scoperchiare il Vaso di Pandora nella figura della dormiente Blapshemy, una ragazza provvista di tremendi poteri sovrannaturali. L’esoterismo, poi, è qui di casa, con tutti i riferimenti del caso, dalla Terra di Nod (tanto cara agli amanti di Bibbia e Vampiri in egual misura) fino a Gog Magog e altre entità e luoghi immaginifici, tutti volti a dipingere un mondo di “miners”, così tanto presi dalla cerca e dall’avidità che finiscono per farsi distruggere inesorabilmente dal proprio oggetto del desiderio. Il che rende evidente che ci si trovi dinnanzi ad un album “vocale”, la cui ricercatezza staziona proprio nella notevole quantità di cambi di registro dello stesso Toby, più che nella messa in atto strumentale (comunque eccelsa).

Difficile trovare tanta magniloquenza altrove. Il problema, se vogliamo, è che “Blasphemy” esce in un’epoca di scarsa curiosità e avendo così tanto da dire (e da nascondere) potrebbe risultare indigesto ai più. Mi spiace per loro, naturalmente.

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