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Back In Time

Back In Time: SLAYER – God Hates Us All (2001)

Il motivo per cui “Diabolus In Musica” (pubblicato il 9 giugno 1998) sia tanto schifato dai fan degli Slayer continua a sfuggirmi. Certo, non è un capolavoro, ma qualcosa di buono al suo interno la si trova. Scrum, Perversions Of Pain e Point, per esempio, sono tre ottimi pezzi. Anche Death’s Head si fa apprezzare, piena zeppa di riffoni com’è. Quando però ti ricordi dell’esistenza di roba tipo Stain Of Mind e Love To Hate, beh…diciamo solo che, in fin dei conti, le critiche non erano poi così campate in aria.

Lanciarsi all’inseguimento di due tra le principali tendenze musicali dell’epoca (groove e nu metal) non fu una mossa azzeccata per Tom Araya e compagni, che raggiunsero il traguardo del nuovo millennio in debito di ossigeno. E di idee fresche, soprattutto. Non che ne avessero bisogno, a esser sinceri. Mi viene in mente una frase che disse qualche anno fa il produttore Rick Rubin, barbutissimo guru del rock americano oltre che storico collaboratore del quartetto californiano: per funzionare a dovere, gli Slayer devono limitarsi a fare gli Slayer.

Non serve sperimentare o innovare troppo, quando sei già riuscito a dar vita a un suono che è tuo ed esclusivamente tuo. Ripetere sempre la stessa solfa, quindi, non può essere considerato un tabù. Anche perché i nostri, se li si ascolta in maniera approfondita, in realtà non sono mai rimasti fissi su una casella: giusto per andare a rispolverare i classici, quante differenze ci sono tra “Reign In Blood” e “South Of Heaven”? Davvero una marea.

La principale pecca di “Diabolus In Musica” fu semmai quella di non far emergere con la forza necessaria le peculiarità del sound slayerano, che vanno oltre la pura e semplice velocità del metronomo. Ne citerò solo una: l’intelligente ferocia con cui la band, sin dalle origini, esplora il potenziale violento di un thrash metal inteso nella sua forma più cruda e spietata. Una cattiveria di fondo che, nel settembre 2001, tornò a scintillare nei quarantadue minuti di “God Hates Us All”.

Pur non facendo tabula rasa di quanto prodotto dalla seconda metà degli anni novanta in poi, questo nono lavoro rappresentò per gli Slayer l’apertura di un nuovo capitolo. L’avvio di una fase forse leggermente più matura, segnata da una maggior attenzione sia alle strutture dei brani, sia ai contenuti dei testi. Controversi come al solito, certo, ma decisamente più profondi. Penetranti, perché trattano di questioni delicate – dalla religione alla droga, passando ancora per la politica e la guerra – con la delicatezza di un pugno nello stomaco.

Impossibile in questo senso non far riferimento a un passaggio dell’esplosiva Disciple, l’unico vero e proprio capolavoro di “God Hates Us All”. Un capolavoro intriso di pessimismo, sfiducia e misantropia, come suggeriscono questi straordinari versi: I hate everyone equally/You can’t tear that out of me/No segregation, separation/Just me in my world of enemies. Tutti contro tutti, in parole povere.

Tom Araya, Kerry King, il compianto Jeff Hanneman e un Paul Bostaph già con un piede sulla soglia della porta affrontano queste tredici tracce con il coltello tra i denti; il frequente impiego di chitarre a sette corde aggiunge spessore a un thrash metal incredibilmente compatto e isterico, come testimoniato dalle urla disumane e malate che caratterizzano New Faith e God Send Death.

Alla base dell’album c’è un bel mix tra nevrosi, fascinazioni hardcore (andate a sentire Exile e le strofe di Castdown), vecchie certezze thrash (War Zone e la violentissima Payback) e persino qualche timidissima concessione alla melodia, soprattutto negli episodi più lenti e solenni (Deviance e Bloodline). Imperfezioni e difetti a parte, “God Hates Us All” resta un disco che vale la pena ricordare. Non fosse altro perché si tratta di una delle ultimissime cose degne di nota realizzate dagli Slayer: da qui in poi, un lento procedere verso la pensione.

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