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Mike Patton, Jean-Claude Vannier – Corpse Flower

2019 - Ipecac Recordings
chanson / rock / songwriting

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Tracklist

1. Ballad C.3.3.
2. Camion
3. Chansons D’Amour
4. Cold Sun, Warm Beer
5. Browning
6. Ghost
7. Corpse Flower
8. Insolubles
9. On Top Of The World
10. A Schoolgirl’s Day
11. Pink and Bleue
12. Yard Bull


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Bella storia quella in cui Mike Patton incontra Jean-Claude Vannier lavorando all’A Tribute To Serge Gainsbourg all’Hollywood Bowl nel 2011. Bella storia anche che Patton abbia sempre questi gusti sopraffini in fatto di musica e finisca per collaborare con alcuni tra i più grandi mostri sacri della musica di sempre. Beh, che fosse un fan di Serge, l’outsider Serge, l’anomalo Gainsbourg, obliquo artista, il chansonnier con la sigaretta in bocca, sempre sul filo del rasoio dello scandalo e anche oltre, troppo spesso dimenticato o ricordato per cose da poco (mica tanto poi) è sempre stato chiaro come il sole. E Jean-Claude che arrangia su uno dei suoi dischi migliori, quello che ha influenzato un po’ tutti, e adesso con uno di quei migliori fa lo stesso, fa di più, fa qualcosa di bello. Di nuovo.

Che poi non dovrebbe stupirci, ma Patton negli ultimi anni si è fatto altalena tra cosucce a baffo leccato (Neverman, Dead Cross) e altre boh (le varie colonne sonore, i Faith No More), e quindi dai, un po’ di stupore io ce lo metto. C’è poi questa roba della “reunion” Bungle oltreoceano, e vi ho visti belli arzilli, ma anche qui, boh come denominazione oggettiva del tutto. Ok, ma lasciamo stare ‘sta cosa e concentriamoci su “Corpse Flower” che, come esperienza, i due definiscono l’uno “Fucking great!” e l’altro “I learned a lot of things”.

Alla fine ci sono due “gruppi”, uno losangelino e uno parisien, il primo con in pratica 3/9 della band di “Sea Change” a firma Beck (Gadson, Meldal-Johnsen, Hormel), il secondo con una compagine classica tosta tosta coronata con il Bécon Palace String Ensemble e come bonus il bassista delle leggende del RIO Magma Bernard Paganotti. Già qui ti vien da sudare, roba grossa, pesante, rilevante. Poi Vannier che compone, invia i file, Mike ci lavora, sgrassa, allarga e si impone torna tutto sotto la Tour Eiffel, lavorato ulteriormente et voilà, dodici pezzi pronti all’uso. Sembra roba da poco, eh? No, affatto.

Un lavoro variegato, un esperimento in grado di portare in seno alla chanson un bel tocco di marcissima psicosi a stelle e strisce, e le cose si mischiano, interpolandosi si confondono, e vien fuori qualcosa di diverso e in retromarcia, magari non nuovo ma di altissimo livello – di sicuro non come il mezzo passo falso che fece Iggy Pop con “Préliminaires”. C’è davvero di tutto a ben spulciare, anzitutto i calembour sozzoni soliti del patton-pensiero, e sono proprio quelli a braccetto con gli arrangiamenti sontuosissimi a far da padrone. Vedi un po’  se sul doo-woppone allegroide On Top Of The World se non suona siluro un “If I get on top of the world I take a shit right down on this earth / And if I make it all of the way I’ll take a piss down into your flames”, trattenete le risate e pensate quanto le deiezioni siano poi la giusta protesta.

Ci si affaccia su un bel museo dell’assurdo: in una bacheca qua una bella riffa bungleata a chiodo sul rock ubriaco di Camion o nelle coltellate “Disco Volante” che si riflettono sugli specchi elettrici e rumorosi di Cold Sun, Warm Beer o nell’insidioso muoversi french-urban Ballad C.3.3. (grazie a Wilde per l’ispirazione) o nei labirinti elettrici ospitati su A Schoolgirl’s Day, e Serge fa un occhiolino dall’Inferno. Urca poi Vannier che con Pink And Bleu spara ‘sti archi Casablanca/A bout de souffle che spingono ed allargano, che ingrossano ed ingrassano con dolcezza e poi ecco lo squarcio Fontana “When I drink too much, I shit my paaants” che ti viene in mente un Belmondo pronto a scoccare un bacio ubriaco ed ecco, il danno, la beffa della bellezza. Ci si fa ancor di più beffe delle canzoni d’amore sulle note agrodolci di Chansons d’amour, volutamente scontata, volutamente morbida. Che poi la morbidezza è l’architrave che sorregge tutto, anche quando si “hip-hoppa” Waits in Browning che s’incolla nella stanza, e finisci per mettere il repeat.

Sì, non c’è il guizzo dell’uomo folle, ma non stiamo parlando di due teenager e quindi mi sa tanto che l’assenza è voluta, si sente e forse addormenta il tutto, anzi no, lo ammorbidisce senza annichilirlo, e più lo ascolti e più cresce, tra le pieghe delle canzoni trovi sempre qualcosa di nuovo su cui soffermarti. Vedi che forse forse non ce ne facciamo nulla di una vera reunion Mr. Bungle? Quantomeno a me frega meno di quanto io stesso pensassi. Sempre tempo per autosmentirmi, al momento mi sollazzo dalle parti di “Corpse Flower” accendendomi una Gauloises, rigorosamente senza filtro così faccio più cliché.

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