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Interviste

Intervista ai LESBIAN WALLET

Lesbian Wallet

Lesbian Wallet sono un power trio proveniente da Foligno. Il loro ultimo album “Date Animals” (qui la nostra recensione) è una miscela potente di noise, stoner e alternative, un lavoro sorprendente e variegato che ci ha colpito e incuriosito. Ecco perché abbiamo intercettato il cantante e chitarrista della band Francesco Bordone per approfondire il discorso.

Raccontatemi in breve i vostri trascorsi musicali che vi hanno condotto ad un album di caratura selvaggia ed ottimamente fruibile qual è “DateAnimals”?
Nel 2011, quando ci siamo formati, la parola d’ordine era una: suonare come i Jesus Lizard, gli Shellac e i Melvins. Non fare prigionieri. Nel corso degli anni, con l’ampliarsi dei nostri orizzonti musicali, la parola d’ordine ha cominciato a gonfiarsi di conseguenza, a spanciarsi, accogliendo influenze dallo stoner (Kyuss, QOTSA), dallo sludge (Mastodon), da qualsiasi cosa stuzzicasse la nostra creatività e il nostro interesse, fino a compattarsi in un nostro “territorio”, che è prima di ogni altra cosa uno spazio di libertà: se in sala prove funziona, se è strano, ma non forzato, se non suona come niente che abbiamo già sentito, va bene; può diventare una canzone dei Lesbian Wallet.
A patto che non faccia prigionieri.

Dove nasce il nocciolo atomico della vostra musica, che è ciò che si tira fuori dal disco?
Qualcosa nelle falde acquifere della nostra zona, probabilmente; viviamo tutti nella stessa via.

Chi è il produttore della band?
“Date Animals” è completamente autoprodotto.

Dove è stato inciso e come è stato pensato l’album?
La batteria è stata registrata in sala prove, utilizzando quattro microfoni (metodo “Glyn Johns”); chitarra, basso, voce e strumenti aggiuntivi a casa del nostro bassista Francesco M., grazie alle meraviglie dell’home recording; sempre F.M. è la mente dietro mix e master. L’intero processo, iniziato nel Marzo del 2018, è durato all’incirca un anno, abbondante. Le canzoni sono nate fluidamente, senza strappi, tra il 2016 (anno del nostro EP d’esordio “Elk”) e il 2018: il punto di partenza è solitamente un riff o un’idea, a volte qualcosa di più strutturato, che in sala prove si sviluppa e prende forma: muta, si espande, smette di espandersi, si solidifica. Il testo in sé – per citare (e abusare) Kurt Cobain, o meglio ancora Alberto Ferrari – viene per ultimo, dopo la musica e la melodia, e si adagia sopra la dinamica delle urla sconnesse o dei mugugni in pseudo-inglese.
Mattone dopo mattone ci siamo ritrovati tra le mani “Date Animals”: un gruppo compatto di canzoni, magari molto diverse tra loro, che condividono una certa “aria di famiglia”; qualcosa del periodo in cui sono nate, e della nostra vita in quel periodo.

L’opening pare un testo visionario, invece ha ben poco di ciò.
“these players ignore when to bust out crying 
or fake choking when their throat is getting stabbed”
Come inquadrare tali versi?
Il testo di Date Animals, in effetti, nasce come una tirata contro la ristrettezza della vita in provincia – ma ci mette troppa foga: finisce per colpire ben oltre il proprio bersaglio iniziale, un po’ come una fucilata a pallettoni, e ci va di mezzo la vita in generale.
Quel frammento nello specifico è una metafora per i rapporti emotivi: tutti scendono in campo, tutti vogliono una parte, ma, come cattivi attori di tragedie, pochi sanno davvero cosa stanno facendo, o come recitarla, e mancano tutti gli attacchi. Il risultato finale è uno spettacolo mediocre, a tratti esilarante.

Il nome della band appare molto suggestivo, surreale… qualche artista figurativo vi ha suggerito il nome dato alla band?
No, nessuno in particolare.

Lesbian Wallet

“Date Animals” contiene del sano misticismo, questo viene usato per aprirsi un varco ‘to the other side’?
In quasi tutta la musica e i testi dell’album, e prima ancora dell’EP “Elk”, credo che sia confluito più o meno coscientemente qualcosa dell’ineffabile minaccia che permea l’opera di Lovecraft, di un Ignoto terribile che preme contro la superficie delle nostre costruzioni sociali, di qualcosa che va esorcizzato. Ascoltare la nostra musica, insomma, può dare l’impressione di avere a che fare con una sorta di culto. Non abbiamo ancora cominciato ad aprire portali, ma ci stiamo impegnando in questo senso!

Come inquadrate il nostrano panorama politico: pensate sia più la politica ad influenzare il sociale o viceversa?
Chi tira chi non è chiaro, probabilmente si strattonano a vicenda; più evidente la direzione: verso il basso.

La copertina, amabile e suggestiva, di Br?n ?e?kov Fordonu appare ispirata, o comunque ci si pensa, al Giardino delle Delizie di Bosch, intinta di naif e forme libere disegnate che compongono un miscuglio inquietante ed ironico, dove i simboli soccombono alla natura dell’ideazione artistica. Questo lato si sposa, meglio, viene congiunto con la ferocia della vostra musica che tuona in un certo senso apocalittica. Vi presentate in veste di santi sauroctoni, uccisori di draghi, o in una versione pagana volta al recupero dell’ombra divina?
Se esistessero i draghi, l’ultima cosa che vorremmo fare è ucciderli; decisamente la seconda.
In ogni caso siamo molto contenti dell’artwork, che fa pregustare e interpreta molto bene il carattere frenetico della musica; il bestiale che si amalgama fino a confondersi con l’umano può essere una buona metafora per certe commistioni di generi musicali, non meno insalubri, che tentiamo nel corso dell’album.

Essendo abbastanza giovani, cosa pensate di fare tra 30 anni, come vi immaginate nel futuro. Il commercialista del giovane Mick Jagger riportava in un’intervista che la celebre rockstar gli avrebbe detto che a 60 anni avrebbe smesso di cantare…
Con buona pace di Mick Jagger, tra 30 anni ci vediamo ancora più che attivi: in una carovana, armati fino ai denti, a promuovere il nostro decimo cd in giro per l’Italia (che sarà diventata per allora una specie di wasteland polverosa à la Mad Max).

In Mugshot, un altro smash hit da brivido giocato su una ritmica deliziosa, quasi sexy, una genialata da immortalare e promuovere, ponderate una sorta di fuorilegge insito in ciascuno di noi, un double face, alla Jekyll/Hyde. Cosa disapprovate; che alberga nel fondo della lirica?
In Mugshot, più che altrove, il riferimento è ancora Lovecraft, e l’idea di come talvolta i recessi della psiche, le nostre inibizioni, i giochi psicologici che ci incatenano a relazioni tossiche, prevaricazioni e abusi di potere, rappresentino di fatto un cosmo non meno oscuro e minaccioso di un orizzonte fagocitato da occhi e tentacoli. E i riff sexy portano a casa il concetto, stampando sulla faccia dell’ascoltatore un salutare punto di domanda.

L’innesto della figura di Pedro Corazón (è personaggio leggendario o realmente esistito?) mi incuriosisce parecchio. Raccontatemi del trittico Golden Worms
1947, Plea (Golden Worms pt.I)
Invocación (Golden Worms pt.II)
2082, Kings (Golden Worms pt.III)
C’è una collocazione temporale degli eventi, per ciò che concerne i titoli.
Viene disegnata una parabola discendente che inizia presentando uno scenario mercificante e straziante, una specie di metafora dove ciò che di umano viene sacrificato, crea una specie di muro del pianto dell’orrore, sovra il quale il senso ‘religioso’ è annullato totalmente dai nuovi totem del consumismo che ci tengono piegati e asserviti al loro volere ‘satanico’, essi ci chiedono codesto sacrificio, e noi pronti ad essere spediti all’inferno come polli dell’industria avicola.
Nella pt. II si ha coscienza di non avere scampo, o è sottolineata maggiormente dall’invocazione urlata a <<Pedro Corazón>>, trasformandosi in anelito di riscatto da una condizione di vita strisciante?
La pt. III mostra molto poeticamente che la via intrapresa, immolare la ricerca dell’essenza vitale, per poi ‘scegliere’ quella materiale, sugli altari dei Re – poiché sempre loro rendiamo grazie – alla fine mostrerà solo di aver sprecato la vita. Questa lirica è scaturita dal reale camminamento lungo la Slugroad scozzese?
La trilogia Golden Worms è innanzitutto il resoconto di un sogno, e come tale va interpretata. Di più: ogni interpretazione è valida, e anzi incoraggiata da noi!
È in un’atmosfera onirica che, nel 1947, si svolge la fantomatica spedizione nella foresta amazzonica dell’entomologo Pedro Corazón; ed è in una sospensione magica che lo studioso fa il suo ingresso nel tempio dorato, e recita una strana invocazione che lo proietterà nel futuro – nel 2082 devastato dalla desertificazione – per toccare con mano lo sfacelo della storia, un attimo prima di essere definitivamente cancellato dalla storia.
Pedro Corazón di fatto non esiste, ma questo non significa che non sia mai esistito: il futuro tremendo in cui si è trovato proiettato sarà il nostro, se non agiremo concretamente per evitarlo. La giungla da lui attraversata alla ricerca di una rarissima specie di vermi dorati è infestata dagli spettri della vilificazione consumistica dell’uomo contemporaneo: di noi che ogni giorno andiamo smarrendo un nuovo frammento della nostra umanità. La sua invocazione, il suo grido, sono il nostro grido.
Per quanto riguarda la Slugroad citata nella terza parte, non sono mai stato in Scozia nè sapevo dell’esistenza di una strada scozzese con quel nome: nella mia mente mi figuravo semplicemente la scia gigante lasciata da una sorta di lumacone post-apocalittico, che aggiungeva un tocco mostruoso allo spaesamento della visione. Ancora nessuna illuminazione lungo la via di Damasco, purtroppo.

Date Animals (la canzone), sembra più una riduzione della nostra vita di utenti internet che suggiamo dalla rete ogni tipo di nefandezza prostrata dalla cronaca ai nostri cervelli ed animi, poi consumata come una birra in lattina ed infine gettata nel cestino; e di seguito in volata verso casa (And what about us?/ we seem alive but that’s just a tourism stunt/ they roam our hills, streets and towns/ drink the guts of our land from a dead man’s bowels/ then fly the fuck home), ritornando alle abituali occupazioni. Uno strafottente usa e getta a cui non si riesce a porre rimedio?
Come detto sopra, la canzone Date Animals si propone quasi come uno schizofrenico resoconto del “Vivere e morire in Umbria”, e la sezione finale che hai citato è un ironico commento su certe mandrie di turisti che arrivano da noi in sandali e calzini, cercano e trovano il verde e il paradiso, poi se ne tornano in aereo al loro inferno abituale, lasciando noi nel nostro; che al mondo, poi, non è il peggiore, e di gran lunga: “This Void is everywhere / and sometimes there’s bombs, / no shelter, no water, no food.”

Lesbian Wallet

Stones For Teeth è la mia preferita. Quello sludge metal così preponderante, sopra le righe, esso serve un testo ‘against’ la violenza sulle donne…? Oppure denuncia la pochezza che si cela dietro lo svilimento dei rapporti umani, rendendoli animaleschi?
Entrambe le letture sono calzanti, ma forse prevale la prima: una sorta di liberatrice, graffiante orgia di Pink Power; soprattutto nel finale, quando la protagonista trova finalmente la forza di tirare fuori, in un senso che più letterale non si può, i denti!

La scelta di concertare in ambiente jazzato la Margherita Hack, meravigliosa song, ha uno scopo intimista? Tale prog-metal-jazz nasconde anche una vena ironica al personaggio cui è dedicata, oppure è solo una corrosiva song che mira a capovolgere le certezze…
Prima parlavamo di uno spazio di libertà che ci siamo concessi: bene, Margherita Hack è l’esempio estremo di questa libertà compositiva.
Fin dal titolo, che vuole essere un omaggio alla grande scienziata e alla sua figura di divulgatrice e pensatrice, ma poi subito con l’atmosfera estraniante dell’intro, la canzone invita la fantasia a rivolgere lo sguardo al cielo stellato… salvo poi fare un’inversione a “U”, verso un cosmo non meno turbolento e denso di interrogativi: quello dell’inconscio. Da questo punto in poi, come per Golden Worms, saltano tutti gli schemi. La bussola dell’interpretazione torna in mano all’ascoltatore.
Ecco, un altro buon modo di guardare a certi nostri testi: vederli come la documentazione che andiamo accumulando per un ipotetico, futuro psicologo; e che se la sbrogli lui!

Il promotional video di Date Animals vi vede alfieri agguerriti della resa cheap, di pochi mezzi e tante idee; pensate sia una mossa vincente mirata ad accattivarvi innumerevoli consensi e fans?
Secondo me incarnate l’immagine di una vera band: no compromise e azione.
Certamente lo speriamo! Anche se “innumerevoli” non è l’aggettivo che userei, di massima il video è piaciuto, e a noi va più che bene così. Zero compromessi e azione… sì, ci piace!
Ringraziamo Impatto Sonoro e Bob per lo spazio, e speriamo di non avervi annoiato!

 

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