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Wilco – Ode To Joy

2019 - dBpm Records
alternative country / alternative rock

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Tracklist

1. Bright Leaves
2. Before Us
3. One And A Half Stars
4. Quiet Amplifier
5. Everyone Hides
6. White Wooden Cross
7. Citizen
8. We Were Lucky
9. Love Is Everywhere (Beware)
10. Hold Me Anyway
11. An Empty Corner


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Ci sono tre album degli Wilco che amo incondizionatamente: “Yankee Hotel Foxtrot” (2002), il genio; “A Ghost Is Born” (2004), il capriccioso; “Sky Blue Sky” (2007), il meticoloso. Ci sono poi una serie di dischi che reputo validissimi, ma che ho smesso di ascoltare per chissà quale ragione: “A.M.” (1995), “Being There” (1996), “Summerteeth” (1999), “The Whole Love” (2011) e “Star Wars” (2015). Ce ne sono infine un paio che proprio non riesco a mandare giù: “Wilco (The Album)” (2009) e “Schmilco” (2016). Bene. Ho ascoltato “Ode To Joy” una buona dozzina di volte e ancora non so in che categoria andrà a finire.

Innanzitutto, c’è da dire una cosa: il 2018 è stato come una lunghissima sessione di psicanalisi per Jeff Tweedy, che si è aperto al mondo con un’autobiografia (“Let’s Go (So We Can Get Back)”, bestseller del New York Times) ed una doppietta di lavori da solista (“WARM” e “WARMER“). L’undicesimo capitolo della band di Chicago fa decisamente parte di questa saga: è un disco centrato sulla sua figura, perlopiù acustico, molto intimo ed introspettivo. Fortunatamente, nel caso degli Wilco “acustico” non vuol certo dire meno potente o meno schierato. “Vi aspettate che urli qualcosa, ma lo sussurro…proprio perché voglio che mi ascoltiate”. È questa la posizione della band nel 2019, magistralmente riassunta nel brano Quiet Amplifier, uno degli altissimi dell’album. Così, mentre il mondo è governato da infantili tweets in “all caps”, i Nostri decidono di portare avanti una rivoluzione silenziosa, da persone mature, allo stesso modo di altri veterani del rock made in USA (si pensi agli Yo La Tengo di “There’s A Riot Going On”).

Ode To Joy” si sviluppa intorno a ritmiche circolari, tanto semplici ed ossessive quanto spaventosamente efficaci, al punto che c’è chi ha ben pensato di ironizzare sul titolo (“Ode To Glenn Kotche“). Tra riverberate “peter paniane” (Bright Leaves), nostalgiche ballate (Before Us, One And A Half Stars) e provocatori flussi di coscienza (Quiet Amplifier), si parte decisamente col piede giusto. Una serie di episodi un po’ troppo incentrati sull’universo Tweedy (White Wooden Cross, Citizens, ma soprattutto Everyone Hides, singolo che Jeff ed il figlio Spencer scrissero nel 2014 per il film “St. Vincent”) portano però a domandarsi che fine abbia fatto il resto della band. Una domanda a cui risponde prontamente We Were Lucky, scritta appositamente per il mai domo Nels Cline, uno dei pochi chitarristi al mondo capaci di combinare con successo dissonanze e virtuosità. Arrivati a questo punto, capiamo che l’intero album è costruito come un crescendo verso la stucchevole doppietta Love Is Everywhere (Beware) / Hold Me Anyway, un abbraccio tanto ridicolo da assomigliare ad un’alzata di dito medio (verso “l’atmosfera di dolore e lutto che permea oggigiorno gli Stati Uniti”, per essere chiari). Alla conclusiva An Empty Corner la responsabilità di un messaggio più esplicitamente politico: racconta di quando Jeff aveva 18 anni e faceva il turno di notte in un negozio di liquori dove tutti sniffavano “piccole strisce di cocaina” dalla fotocopiatrice per restare svegli. Una situazione apparentemente surreale, ma non poi così lontana dall’incubo distopico-autoritario in cui milioni di americani si svegliano ogni mattina.

Non sorprende che il titolo inizialmente scelto per l’album fosse “The Trouble With Caring”, perché agli Wilco di fare musica significativa frega ancora qualcosa (gentilissima traduzione di “we give a shit”). “Ode To Joy” è un album polarizzante, questo è sicuro. Che sia quello che negli Stati Uniti definiscono un “grower”? Ci vorrà del tempo per capirlo. Dal canto mio, tra un sorso di Coca-Cola (diet) ed una sigaretta (spenta), lo ascolterò e riascolterò fino ad avere una risposta.

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