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Goldenground

GOLDENGROUND: Giulio Ragno Favero

Goldenground

Esiste un mondo sommerso, una selva di persone, passioni e cuori che stanno dietro alla musica e che ogni giorno la nutrono con amore paterno, nascosti dietro le quinte della scena. Goldenground va a scavare negli intricati tunnel dell’underground per portare alla luce le scintillanti pepite d’oro sparse in tutto il mondo e per dare voce a chi è solito dare voce alla musica.

Per questa uscita abbiamo un’ospite davvero speciale: Giulio Ragno Favero. Musicista, ma anche tecnico del suono, turnista, produttore, una personalità artistica tra le più eclettiche e sfaccettate in Italia, ma non solo a mio parere. Fino ad oggi non c’è stato progetto che porti la sua firma che non sia degno di nota, per citare forse il più simbolico gruppo in cui Giulio ha militato direi Il (mai abbastanza compianto) Teatro Degli Orrori. Consiglio ai musicisti che si accingono alla lettura di questo articolo, di fare tesoro dei preziosissimi consigli che Giulio ci ha regalato. Ed ora carta, penna, telefono, tablet, usate quello che volete, ma prendete appunti.

Giulio Favero

Ciao Giulio, grazie mille di esserti prestato a questa intervista. Vorremo chiederti innanzitutto… Perché Ragno?

Grazie a voi! Ragno è il cognome di mia madre, niente di trascendentale.

Quando è stato, se c’è mai stato, il passaggio da solo musicista a diciamo architetto del suono. È stata una cosa precoce o è venuto col tempo?

Credo sia successo attorno al ’96 quando non so bene per quale motivo ho iniziato assieme a un amico a fare delle prove di registrazione… Poi spesso mi si chiedeva, e nemmeno questo so perché, di metter mano ai microfoni o al mixer durante i live tra pochi. Il primo disco che ho registrato, che si possa chiamare tale, però è venuto più tardi: l’omonimo dei Red Worms Farm, gruppo incredibile di Padova. C’è però da dire che mi son sempre interessato ai “suoni”: fin da piccolissimo passavo le ore a casa di mia nonna a giocare una vecchia tastiera in stile Farfisa, perdendo completamente il senso del tempo tra tasti, drum machine, arrangiamenti preimpostati… Credo che in realtà sia tutto nato li, ma sia esploso molto dopo. Di sicuro ho sempre ascoltato la musica nella sua totalità, spesso andando aldilà del messaggio in essa contenuto, ma concentrandomi di più su come era registrata.

Farei un altro passo indietro, cosa ti ha spinto a prendere in mano la chitarra (o il basso)? Raccontaci un po’ gli inizi della tua avventura con la musica.

“In principio era il basso”, citando la Bibbia. Io in realtà fino al ’91 ero avulso da ogni tipo di musica suonata: ero in fissa con la tecno e con la musica da club in generale. Facevo il dj, e cercavo sempre dischi molto oscuri e con atmosfere siderali, inquietanti… di fatto non avevo grande successo come “riempi pista”! Poi non ricordo bene in che momento del 1991, vidi per sbaglio il video di Smell Like Teen Spirit dei Nirvana, e rimasi semplicemente cristallizzato di fronte alla TV, totalmente ammaliato da quel che stavo sentendo, e vedendo. Non ricordo in vita una sensazione simile: era come se qualcuno avesse aperto veramente un terzo occhio. In quella canzone, e nell’estetica del video, c’era qualcosa che in poco tempo mi ha fatto fare tabula rasa: ritrovavo quell’inquietudine che non so perché cercavo in certa musica da discoteca, ma con un’urgenza che non avevo mai percepito in vita mia. E quindi pian pianino mi sono avvicinato al mondo del rock. Ma fino al 1994 non avevo pensato a prendere in mano uno strumento; poi una sera vidi un concerto che mi cambiò la vita, completamente: al Rototom di Gaio di Spilinbergo, storico locale rock italiano, un gruppo chiamato Wool (nuova creatura dei fratelli Stahl, componenti della seminale band hardcore Scream) che apriva il concerto delle strepitose L7, fece letteralmente ESPLODERE il pubblico in un uragano di schitarrate, detonazioni di batteria, investendo tutti con un’energia che francamente poche altre volte ho visto in vita mia. Fu catartico: dopo quel concerto decisi “questo è quello che voglio fare, e che farò”. Atri due episodi mi segnarono profondamente: il concerto dei Neurosis all’interzona di Verona, che mi piantò una lancia nera nell’anima, facendomi capire che il suono ha anche altre proprietà oltre a quelle che credevo di conoscere, che tangono l’esoterico, e nel 2003 un concerto dei The Ex, che mi fece prendere coscienza di ciò che veramente volevo esprimere in un concerto, e che all’epoca non ritrovavo in quello che stavo facendo.

Torniamo ai giorni nostri ora, sappiamo che sei molto attivo come sound engineer in studio. Quanto devi registrare una band, qual è la tua filosofia? Quali sono le persone alle quali ti ispiri per rendere su disco la musica di un progetto?

In realtà non credo di rifarmi a qualcuno in particolare. Sicuramente son stato fan di diversi fonici/produttori in passato, e mi piace scoprirne di nuovi sempre, anche se son poche le volte in cui vado a cercare chi ha fatto cosa in un disco, a meno che non mi interessi dal punto di vista tecnico. Giusto per fare qualche nome: Shawn Everett, Tom Elmhirst, Tchad Blake, Kurt Ballou, Nigel Goldridge, Joe Barresi, Rodaidh McDonald, Rob Kinelski… forse potrei continuare per pagine intere perché in realtà di professionisti eccelsi ce ne sono migliaia ormai, il che è solo un bene. In Italia apprezzo molto Marco Fasolo, per il suo modo unico di approcciarsi al suono e alla band, Giovanni Versari con cui collaboro da sempre per il mastering, Charlie Charles per le produzioni tanto criticate quanto di successo assoluto che hanno cambiato il modo di sentire la musica di oggi, in Italia. Per quanto riguarda la mia filosofia cambia molto dalla tipologia di progetto; forse un filo che le lega tutte è che cerco di mantenere una onestà intellettuale, e se penso che non stai dando il massimo, te lo dico in modo molto diretto, senza farti perdere troppo tempo. In ogni caso cerco sempre di lavorare con persone che hanno coscienza di sé come musicisti e con un’attitudine cristallina. Non mi piace girare attorno alle cose: la vita è troppo breve per farlo.

Al di là di preparare al meglio i propri pezzi, qual è secondo te la cosa più importante per una band che si approccia ad entrare in uno studio di registrazione? C’è un aspetto che invece trovi che non sia abbastanza considerato dalle band prima di registrare un disco?

Sapere con chiarezza chi si è. Avere coscienza di cosa si sta facendo, e sapere vedere la propria strada artistica ben spianata di fronte a sé. Una delle doti che purtroppo troppo spesso manca è sapere ascoltare; ascoltare sé stessi, ascoltare i propri compagni, ascoltare il proprio strumento, ascoltare il proprio istinto e le proprie emozioni. Troppo spesso si arriva in studio senza sapere cosa si sta facendo, e il perché. Sono cose sempre fondamentali, anche se possono essere non condivisibili. L’altra cosa che bisogna sapere fare, è essere umili: la persona che ti sta per registrare 9 su 10 ne sa a pacchi più di te su quello che stai per fare, FIDATI DI LUI; spesso l’entusiasmo e l’ego sono i peggiori nemici che un artista posso avere: quando si entra in studio bisogna lasciare sulla porta dello stesso i propri gusti, le proprie convinzioni e le proprie smanie, perché per essere efficaci bisogna saper diventare mezzi, e lasciarsi guidare dalle proprie energie e da quelle di chi accetta di collaborare con te. Poi, chiaramente questo non vale per tutti: per alcuni artisti vale tutto, anche le cose peggiori, ma si contano sulle dita di due mani, nel mondo. Per il resto ci vuole disciplina, e soprattutto bisogna sapere onorare la propria passione: devi SPENDERE dei soldi per la tua passione, devi sudare sulle corde o le pelli, devi evitare di pensare che se sbagli qualcuno sistemerà il tuo errore. E se sei parte di un gruppo, devi essere una parte di un’entità che si crea assieme agli altri, e ragionare come se un gruppo fosse una persona a sé, di cui tu sei un arto, un organo, un neurone. Date il massimo per quello che amate, e avrete sempre qualcuno che saprà ascoltarvi. Purtroppo oggi tutti credono di farlo, ma sono ben lontani. E suonate bene, cazzo: se state facendo cagare, io ve lo dico, perché son pagato per farlo!

Raccontaci qual è stata l’esperienza più bella con una band in studio e di seguito l’esperienza meno bella. Puoi tralasciare i nomi se vuoi.

Sicuramente lavorare con gli Zu per “Carboniferous” fu una delle esperienze che ricordo con il sorriso: eravamo un gruppo di amici che stavano lavorando a qualcosa di importante, e abbiamo seguito molto l’istinto che sembrava essersi creato da solo dentro a ognuno di noi; non dico che non ci siano stati momenti di nervosismo, perché quando si lavora a qualcosa di importante in poco tempo i nervi vengono messi a dura prova, ma man mano che il tempo passava e sentivamo il disco prendere forma, e nel caso di Zu, stava diventando una specie di Kraken che avrebbe preso a sberle chiunque l’avrebbe sentito, ci gonfiava il petto di sano orgoglio. Un altro momento molto bello l’ho passato, in questo caso da musicista, con un gruppo di musicisti che avevano deciso di riunirsi in studio a improvvisare per creare solo musica, senza nemmeno sapere cosa ne avrebbero fatto; come diceva Fiorello imitando Minà “Eravamo io, Rodrigo, Roberta, Stefano, Fabio, Enrico e John…” in quel di Varano Borghi, alla Sauna, lo studio del mai abbastanza compianto Andrea Cajelli, e suonavamo per noi; fu un’esperienza di “soul-healing” incredibile: in qualche hard-disk ci sono almeno 8 ore di musica assurda, che forse mai vedrà la luce. L’esperienza meno bella è quella che raramente accade, ovvero quando uno privo di reale esperienza e competenze, arriva in studio pensando di insegnarmi a fare il mio lavoro, o ai suoi compagni come si fanno i dischi: ecco, quando accade questo, divento un muro invalicabile, coi cecchini sulle torri, e sono cazzi tuoi…

Giulio Favero

Oltre che tecnico del suono sei anche produttore artistico, cioè partecipi alle decisioni rispetto ai brani e ai suoni; ci spieghi a che livello intervieni con un artista che devi produrre? Anche operativamente, partecipi alle prove o è un lavoro più a tavolino?

Quando produco mi piace mettere mano a tutto, dai testi alla musica. Chi pensa di doversi affidare al sottoscritto, decide di aprirsi a una collaborazione che 9 volte su 10 prevede un cambiamento che spesso può essere radicale. Di norma partecipo a qualche prova e registro tutto su multitraccia. Poi a casa rivedo strutture e arrangiamenti, certe volte stroncando completamente l’idea del gruppo o del singolo, per mostrare un volto nuovo di una cosa già nota. Dopodiché mixo una preproduzione che servirà alla band come guida per reimparare i brani, che in un secondo momento verranno registrati in uno studio professionale. Mi piace vedere come le persone si prestano a vedere i loro brani prendere una forma nuova. Di norma questo tipo di produzioni, in cui amabilmente le persone si affidano al sottoscritto, sono quelle che danno più soddisfazioni sia alla band che a me. Ovviamente non per tutti vale lo stesso discorso: capitano dischi che son già perfetti in sala prove, mentre per altri il percorso è lungo. La cosa bella è che spesso da questo tipo di rapporto di lavoro nasce anche un’amicizia, che spesso è più importante di un eventuale successo. Io poi non sono un produttore di successo, ma credo di essere più simile a una piccola palestra, in cui un musicista si fa i muscoli, suda e prende coscienza della propria forma artistica.

In alcuni casi dopo aver prodotto un disco ti unisci anche alla band durante gli show live, come vivi questa cosa? Mi spiego, è la stessa cosa o è diverso che salire su un palco con un progetto totalmente tuo?

Credo sia successo solo con Andrea Appino, con il quale ho fatto una ventina di date come bassista, e un paio di date con ZU nel 2010 come chitarrista. In realtà non succede spesso. Quella con Appino fu una bella esperienza, sicuramente ci ha unito molto come esseri umani. È comunque molto diverso rispetto a suonare con la propria band, che spesso è un’esperienza unica e non condivisibile.

Vorrei farti una domanda un po’ più profonda, ogni artista ha un suo messaggio, una sua identità. Riusciresti a dirci qual è il filo conduttore della tua musica? Può essere anche solo un aggettivo.

Non so se c’è veramente un filo conduttore, ma sicuramente credo che mi piaccia pensare di poter fornire uno spazio nero, lucido e unico, che renda possibile l’esistenza della luce che le frequenze emanano. Troppo New Age? I Neurosis dicevano “There’s no light without Darkness”…my cup of tea!

Hai scritto un sacco di pezzi nella tua carriera, se dovessi dare un consiglio ad un artista che si approccia alla scrittura di musica propria, cosa diresti sia l’aspetto più importante da tenere in considerazione?

Se decidete di condividere la tua esperienza con altri, aiutatevi a distruggere il vostro ego e i vostri gusti musicali, totalmente inutili per raggiungere un obbiettivo comune. L’ego è il peggior nemico di un artista, e questo è un pensiero che hanno molti grandi della musica, da Zappa a Fripp, passando per Quincy Jones. Cercate di capire che un gruppo è un’entità, e allo stesso tempo una società di fatto. Imparate a gestire anche tutto quello che gira attorno alla vostra musica, facendo patti chiari per amicizie lunghe, con chiunque. Poi un’altra cosa che oggi più che mai è necessaria, è imparare a fottersene dello sguardo e delle parole degli altri, chiunque essi siano: le opinioni e i giudizi di chi non vi ama nel profondo non contano un cazzo, nulla, pura fuffa.
Suonate bene, Cristo! Cantate bene, ri-Cristo! Onorate la vostra musica, la vostra passione, e siate disciplinati. Il mito del rock e affini è una cazzata che serve a far vendere libri e pantaloni, e soprattutto serve a far morire in qualche cantina progetti incredibili che saprebbero liberare le persone dai pesi che la vita gli mette sulle spalle. E trovate i soldi per arrangiarvi, non aspettate che qualcuno ve li metta in mano, perché vi ritroverete vecchi e probabilmente poveri comunque, ma con un sogno morto in un cassetto…

Giulio Favero

Questa rubrica tratta le personalità che sono dietro la musica, non posso ignorare però il fatto che sei il componente di una delle band che ha segnato in modo molto pesante la mia visione della musica, anzi quella della mia generazione più che la mia. Il Teatro degli Orrori cosa ha significato per te personalmente e per la tua carriera? Possiamo sperare di sentire qualcosa di nuovo in futuro?

È stato un momento di un’intensità incredibile. Credo che sia difficile descrivere le emozioni provate in questi 14 anni; è come essere esposti di fronte a un buco nero, che brilla di una luce oscura e unica, che ti ipnotizza mentre ti smonta particella per particella. Di sicuro sono felice poter guardare indietro e vedere che quello in cui ho creduto, che non è stato immune da sofferenze, è comunque qualcosa di cui vado fiero. Non ho mai pensato che avremmo cambiato chissà che, perché non ho mai creduto che le canzoni possano cambiare il mondo come ce lo fanno credere. È stato però bello scambiare così tanta energia con il pubblico così come è stato gratificante offrire una proposta credibile in un ambito in cui l’Italia ha sempre convinto poco. Penso che il Teatro abbia lasciato un segno difficile da dimenticare, per chi l’ha visto, nel bene e nel male. Il Futuro? “Del doman non v’è Certezza…”

Oltre il Teatro la tua militanza negli One Dimensional Man è un altro pezzo importante della tua storia come musicista. Ci racconti in breve come hai vissuto l’esperienza con gli ODM? Cosa ti ha dato questa band a livello sia personale che professionale?

È stato un periodo molto intenso, e molto formativo. Entrai nel gruppo quando Massimo Sartor se ne andò dopo il primo disco. Io ero un fan accanito, penso di aver visto se non il primo, il secondo concerto, che mi polverizzò: non pensavo esistessero gruppi del genere in Italia, con un’attitudine chiarissima e un suono incredibile. Penso che tutti quelli che assistettero ai concerti di quegli anni se lo ricorderanno per sempre: il suono di ODM era semplicemente unico, e di una potenza inusitata. Io ero molto amico dell’allora ragazza di Pierpaolo, così quando vidi l’occasione, feci un provino, e venni preso al primo colpo. Una cosa che mi scioccò fu che Pierpaolo e Dario in quel periodo erano in fissa con Jon Spencer e con il blues in generale, che io odiavo (avevo 24 anni e venivo dalla scena post hardcore molto radicale, in cui si ascoltavano i Neurosis, UOA, gli Slint, i Melvins, Unwound, Karp e molti altri meno noti), e che loro volevano riproporre in chiave noise. Io invece detestavo pentatoniche e shuffle, e soprattutto camicette da texani e sculettamennti vari. Ma mi adeguai comunque, perché adoravo il gruppo e la disciplina al suo interno e credo che nelle prime 3 prove uscirono la maggior parte dei pezzi di 1000 Doses of Love. Il promo concerto però fu allucinante, perché sebbene avessi esperienze di concerti con il mio precedente gruppo, del quale ero il batterista, salire sul palco del vecchio TPO di Bologna, di fronte a quasi un migliaio di persone, fu un’esperienza mistica: io ero di gesso, una statua immobile e paralizzato dalla tensione. Fu il primo concerto della mia vita come chitarrista, e ancora oggi mi chiedo come feci a non morire d’infarto. Il resto poi fu una corsa sulle montagne russe, litigate e concerti incredibili, decine di migliaia di chilometri e litri di alcool e sudore. Era bello vedere come la gente ci apprezzava, e apprezzava il fatto che fossimo concreti, reali e spesso pericolosi, non solo per le orecchie! Con ODM produssi anche per la prima volta un disco nella sua totalità, You Kill Me, che per quel che mi riguarda, rimane all’oggi il mio disco meglio riuscito. Non mi ero mai approcciato a uno studio di registrazione del calibro del RedHouse, e mai alla produzione: fu un’esperienza indimenticabile e che segnò tutto il resto che venne dopo. Da dopo You Kill Me iniziai a fare il fonico a tempo pieno, e quando uscii dal gruppo, nel 2003, aprii il Blocco A, lo studio in cui registrai un sacco di dischi che ritengo interessanti.

Ok Giulio, terminiamo con qualche domanda generale. Cosa ascolti quando non lavori? Quali sono gli artisti o i dischi che stai ascoltando in questo momento?

Io ho sempre avuto un ascolto molto eclettico: passo facilmente dalla trap alla musica concreta, passando per l’afrobeat all’afrobeats (una S che azzera la questione del genere). Ho un debole per la musica elettronica e per le colonne sonore, direi che però non ascolto più rock, o quasi più, forse perché sto invecchiando e forse perché è ormai difficile attirare la mia attenzione con una chitarra. Come sempre, anche in questo periodo sto ascoltando di tutto. Lascio qui un link a una playlist che ho fatto per i concerti degli I Hate My Village, così uno può farsi un’idea. Mancano forse le cose più estreme: da Gerrd Grisey e gli spettralisti, al minimalismo di Steve Reich, passando per i Meshuggah e Diamanda Galas. In macchina poi, mi piace ascoltare i deliri di Radio Maria, o le radio in AM che arrivano dall’Europa dell’est.

Se dovessi scegliere il tuo disco preferito di sempre quale sarebbe?

Ovviamente una domanda difficilissima, alla quale mi vien da rispondere “nessuno”. Ne ho ascoltati troppi e veramente non saprei cosa rispondere.

Dimmi il tuo pezzo preferito di tutte le tue produzioni.

eheh.. altrettanto difficile, però qui so rispondere: forse uno dei miei preferiti rimane Majakovskij del Teatro, perché mi sembra che sia tutto abbastanza incredibile, dalla musica, al testo, all’unione dei due, al suono… insomma mi sembra uscito bene e ogni volta che mi ricapita di ascoltarlo penso “Che pezzo Assurdo”. Però se me lo chiedi domani forse cambio idea eh, non sono così radicale nelle preferenze.

Parlando del futuro invece, quali sono i tuoi piani a breve e lungo termine? Ci puoi dare qualche anticipazione?

Sto lavorando a un progetto importante con un po’ di gente nota, che spero veda la luce all’inizio dell’anno venturo, molto lontano dalle mie produzioni precedenti. Poi lavoro molto in studio, e come fonico live per Bud Spencer Blues Explosion e altri a venire. Al tempo stesso seguirò come Tour Manager i Jennifer Gentle, mentre parteciperò come insegnante ai workshop di Sound By Side. Poi di tanto mi vengono delle idee, che muoiono per mancanza di tempo… non so bene quando e se ricomincerò a suonare, però difficilmente quello che suonerò sarà quello che ho già suonato: evolvere come essere umano e artista per me è fondamentale, e irrinunciabile. Direi che però mi piacerebbe morire regista di film horror, dopo aver scritto qualche colonna sonora.

Ultima domanda come mia consuetudine ti chiedo un consiglio. Pensa di avere davanti un ragazzo che sta iniziando a percorrere la via che stai percorrendo tu, che cosa gli diresti?

“Non credere a tutte le stronzate romantiche che ti raccontano o che ti inventi tu, sulla musica che ascolti, su come viene fatta e sul perché. L’unica cosa che rende forti nella propria arte, oggi, è la possibilità di manipolarla, e questo te lo permettono solo i soldi. FATTI PAGARE SEMPRE, E FATTI PAGARE IL GIUSTO!! Diventa imprenditore di te stesso: se hai le idee chiare come credo, i soldi saranno tuoi schiavi, e non viceversa. E fatti contaminare da tutto quello che vibra, perché la Terra è piena di cose interessantissime, e più riesci a innamorarti di quello che non consideri, o addirittura non ti piace, più crescerai come uomo, e come artista.” Forse però parlerei per ore al me ragazzino, perché sento di aver perso un sacco di tempo a correre dietro a idee e persone che non valevano il tempo che gli ho dedicato. C’est la vie…

Grazie mille Giulio per le tue parole a nome di tutta Impatto Sonoro. Ti auguriamo un buon lavoro e ci auguriamo di risentirci pesto!

Grazie a voi!

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