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Back In Time

“Without You I’m Nothing”: i PLACEBO e la sfilata di Venere in latex

Placebo

“Non c’è figlia della bellezza
di un incanto simile al tuo.”
(Lord Byron) 

Tra le cose che più odio dei moralismi, dal cattofascismo al Mulino Bianco, c’è l’ipocrita rappresentazione dei sentimenti associata a concetti quali il candore e la purezza. Brian Molko, ponendosi sugli stessi binari cui sono seduto ora, ha provato a spiegare quanto l’amore, ad esempio, sia innanzitutto composto da sangue, sperma, merda e sudore; qualcosa per cui ti sporchi le mani, spesso obtorto collo.  Ah, il povero Brian. C’è da dire che da ragazzo le ha avute tutte: vittima di bullismo, tossicodipendente, alcolista, discriminato per la sua omosessualità, il divorzio dei genitori, una gioventù d’apolide passata a trasferirsi da un luogo all’altro. Con un background del genere sei, almeno potenzialmente, destinato alla sensibilità più di chi asserisce che l’odore delle case dei vecchi sia la cosa migliore al mondo. Arrivato a un certo punto Brian lascia quell’ano dell’europa civile e borghese noto come Lussemburgo per trasferirsi nella mecca: Londra. Li re-incontra la sua vecchia conoscenza, Stefan Olsdal: polistrumentista dash-shaped tendenzialmente più estroverso e legato a un immaginario pop, con cui inizierà un sodalizio a cui diversi batteristi assisteranno dietro le pelli, con Steve Hewitt come membro più costante e rappresentativo. Per tutto il resto c’è Wikipedia.

Placebo

L’esordio omonimo dei Placebo, risalente al 1996, era davvero un ottimo disco che mostrava subito quanto l’ibridazione di generi e correnti diverse fosse la principale risorsa del gruppo, nel rispetto di una rigorosa altalena tra pezzi “power” e ballate. Più di un semplice esercizio di stile ma che comunque servì a scolpire quegli intenti che troveranno maggiore compimento due anni dopo con il loro vero capolavoro. Decisamente più melodico, maturo e se possibile ancora più variegato, “Without You I’m Nothing”, anno 1998, con quella copertina Bergmaniana, non è solo il vertice compositivo ma anche la pietra di paragone in funzione della quale i Placebo edificheranno la loro carriera. Il problema dei Placebo negli anni 2000 infatti sarà quello di scarnificare l’orditura dei brani sfornando album gradevoli (“Black Market Music”, “Sleeping With Ghosts”; io personalmente li adoro) ma che senza troppe problematicità suonano come riproposizioni approssimate e semplificate di questo disco. 

Io la prima volta che vidi il video-clip di Pure Morning fu in una mattina del 2007 nella vecchia casa di mia nonna a Torrione Alto. Si sarebbe trasferita l’anno dopo per via della salita troppo ripida; sarebbe vissuta altri 10 anni. In memoria del suo amore per la musica classica e l’opera lirica presumo voglia essere ricordata con una diversa colonna sonora, ma probabilmente quella mattina anche lei contribuì a radicare un altro piccolo germe della mia formazione musicale. Le sono grato di molte altre cose, più dirette, ma per chi si ha amato le medaglie si tendono a cumulare. In ogni caso Pure Morning è una di quelle opener immortali, al pari di altra roba come Sowing Season, Concubine, Lista, Waiting Room, Punk Rock e mi fermo qui perchè altrimenti dovrei pescare random dai dischi della mia vita. Una impeccabile mutazione del Bowie di Earthling nei Nine Inch Nails, osando per la prima volta con suoni industriali, frequenze distorte, armoniche artificiali, campionamenti, mentre sullo sfondo del testo si stempera una storia d’amicizia tra le più ciniche e ambigue, tra mestruazioni (“A friend who bleeds is better”) e mancate gravidanze (“My friend confessed she passed the test, and we will never sever”). Una roba che sul brit-pop dell’epoca ci pisciava sopra. 

Le folgorazioni punk dell’esordio risuonano fragorose e speditissime in un pezzo fantastico come Brick Shithouse, in cui i Placebo diventano i figli acquisiti di Reznor e Corgan, ma con i Damned nel ruolo di educatori (ascoltate il drumming). “Non avresti mai voluto incontrarla?”, ripete Brian. A volte…a volte. Si cerca anche un po’ di strizzare l’occhio al revival novantiano con un brano come Allergic, un elegia post-punk sul conflitto tra religione e natura tenuta in piedi dal basso distorto di Stefan, il cui tiro mozzafiato dei distorsori sfibrato dai suoni elettronici e dai synth si sposa perfettamente con l’immediatezza melodica del brano. Ancora più esacerbata è la ghost-track Evil Dildo (best titolo ever), brano post-rock abbastanza infetto (se cercate gli Slint qualcosa qui la trovate) fatto di vortici di chitarra e basso, fill di batteria e sample inseriti parassitariamente. 

Nel parco-singoli sono più gli anni 80 a riecheggiare, senza nemmeno celare troppo l’amore per Soft Cell e The Cult. Ne è un esempio l’amplesso infinito di Every You Every Me, il cui testo restituisce la carnalità di un amore immaturo, dall’infatuazione appena accentuata e puramente incentrato sulla lussuria; oppure la dannazione sentimentale di You Don’t Care About Us, brano più radiofonico incentrato principalmente sulla sezione ritmica e dal retroascolto vagamente glam. 

Sul fronte più mitigato, quando il suono delle tastiere e delle chitarre si pulisce, troviamo tra gli episodi più esaltanti e struggenti dell’intera carriera del gruppo. La limpidezza di Ask For Answers e Burger Queen lambisce appena la superficie del cuore aperto, inumidendo le palpebre a ogni accordo di chitarra,  in attesa che un brano dalla visceralità emotiva devastante come Summer’s Gone possa fare il suo ingresso narrando della battaglia interiore per la piena realizzazione di se stessi mentre si è schiavi dell’autocommiserazione (“crushed by the way that you try”; “stung by the look in your eye”). Si può cambiare, finché si è in tempo (“try to break the mould, before you get to old…before you die”). Più neniosa e oscura invece la storia di disprezzo e annullamento individuale di The Crawl, che seppur meno esaltante aggiunge elementi significativi allo spettro melodico dei Placebo, con tratti prossimi a contingenze darkwave che vengono riproposte in modo più ambizioso in My Sweet Prince, non troppo distante dalle ossature e intuizioni di un certo Nick Cave. 

In ultimo la title track, quella stessa title track collocata in traccia 5 che David Bowie ha più volte cantato con i Placebo facendo impallidire chiunque per l’espressività con cui rese un brano non suo. Without You I’m Nothing è la classica title track che funge da intera summa di un opus. Dal punto di vista della composizione Brian è il protagonista assoluto all’apice del proprio chitarrismo: le medioalte tutte in evidenza, la chitarra accordata mezzo tono sopra rispetto allo standard tuning e l’overdrive col gain poco prima di mezzogiorno, in attesa di schiacciare sul booster per il ritornello. Un assetto che prefigura una sorta di canzone dream-pop sotto eroina. Siamo distrutti dall’impotenza di cambiare le cose, di gestire i rifiuti e gli abbandoni, di vedere le narrazioni – questo è una relazione: storytelling tra corpi – sgretolarsi davanti ai nostri piedi. Soffrire con te e soffrire senza di te diventano la stessa cosa nell’istante in cui divento invisibile (il ritornello: “every time you vent your spleen I seem to lose the power of speech, you’re slipping slowly from my reach, you grow me like an evergreen, you never see the lonely me at all”).

In conclusione, “Without You I’m Nothing” resta, con buona pace di detrattori, tra i dischi più compiuti del proprio periodo storico. Nessuna promessa di proselitismo, effettivamente mantenuta (trovatemi un disco uscito dopo il 98 che suona COSÌ), ma solo l’urgenza di realizzarsi individualmente attraverso una vocazione espressiva eterogenea e spontanea. Un album incantato dalla propria capacità di parlare d’amore e disamore, con il sesso come punto di equilibrio. Non c’è figlia della bellezza, d’un incanto simile al tuo. E adesso spogliati.

Placebo

 

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