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Desert Sessions – Vols. 11 & 12

2019 - Matador
desert rock

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Tracklist

1. Move Together
2. Noses in Roses Forever
3. Far East for the Trees
4. If You Run
5. Crucifire
6. Chic Tweetz
7. Something You Can’t See
8. Easier Said Than Done


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Breve storia triste: quando uscì (e comprai) il volume “9 & 10” delle Desert Sessions facevo terza liceo. Non era così scontato dunque aspettarsi che Josh Homme rimettesse le mani su questa sua creatura tutto modo storica. Che avesse invece bisogno di una pausa dai QOTSA era invece piuttosto evidente.

Riprese le redini della cazzonaggine libera da imposizioni il Nostro fa due o tre telefonate, chiamando ad adunata alcuni amici storici e non e li trascina a casa di Dave Catching al Rancho De La Luna. Nel team vecchie volpi troviamo Les Claypool, lo stesso Catching, la leggenda barbuta Billy “ZZ Top” Gibbons ed il sempre presente Matt Sweeney, mentre tra i nuovi accoliti della compagine desertica la Warpaint Stella Mozgawa, la voce degli Scissor Sisters Jake Shears, Carla Azar degli Autolux e Mike Kerr, dai Royal Blood.

Come spesso accade in situazioni come questa, prive come sono di direzioni e concept di sorta, il piatto è ricco, ma spesso sconclusionato. Con questo però non va tolta la percentuale di entertainment che rende tutto più ispirato. Bello sentire come Homme sia ancora in grado di scrivere pezzi potenti e al contempo sornioni come Move Together, straripante chitarrone, ritmiche sensuali, con uno sfrontato Gibbons alla voce e un Les mai così dietro il resto degli strumenti, cosa che lo rende ancor più pericoloso. Le allucinazioni psichedelico-mediorientali di Far East For The Trees riportano la mente a quando il desert rock era giovane, ispirato e perso tra i fumi del mescalito.

Al disco manca una Crawl Home, ma non si possono scrivere pezzi da cento a comando, così la vera sorpresa è sentire Shears alle prese coi cori del garage rock tiratissimo di Crucifire assieme ad un perfetto Kerr, o ancor meglio in voce piena sulle malinconiche arie polverose del jukebox-rock Something You Can’t See, altamente sixties, fottutamente statunitense, bello. If You Run prende le parti roots e si schianta country-blues su ritmiche ortodosse e classiche, in un trasporto di spessore e sangue a fiotti, il tutto battezzato dall’intensità vocale di Libby Grace.

Incredibile come un dischetto tra amici, tra una jam e l’altra all’ombra dei cactus risulti più bello e credibile degli ultimi tre album proprio dei Queens Of The Stone Age. Certo, lo dico per farvi reagire, magari indignare, ma provate a dire che non è così. Anche perché il voltaggio si abbassa quando a prendere il microfono è proprio Josh. Per tutto il resto un padrone di casa impeccabile.

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