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Back In Time

Grida che bruciano il silenzio: 20 anni di “The Battle Of Los Angeles”

Se fossi una serie TV mi intitolerei “How I Met Your Band”: “Ragazzi ora vi racconterò di come ho scoperto una delle mie band preferite e…beh…si è sciolta.” Così è accaduto che mi innamorai dei Rage Against The Machine e loro si divisero. Definitivamente. Inequivocabilmente. Cupido fu “Renegades”. Recuperai il resto, e capii che il quartetto fu capace di inanellare uno appresso all’altro tre capolavori, uno seminale, l’altro ruvido e l’ultimo liquidamente feroce. Rock, come nessun altro né prima né dopo. Hip hop meglio dell’hip hop degli altri.

The Battle Of Los Angeles”, da molti considerato il quadro meno ispirato del trittico (anche qui mi tocca giurarvi che l’ho sentito dire) era invece il culmine di una carriera rapida, oggettivamente troppo breve, ma significativa, prepotente, unica e a suo modo punk. I due mondi che si scontrano una volta per tutte in un’epica battaglia finale in cui, anziché scontrarsi annientandosi vicendevolmente, ci si ritrova uniti per contrastare il comune nemico: il sistema. Sullo sfondo gli scontri di L.A datati 1992, ma non solo: un respiro più ampio che parte da dieci anni prima, da Philadelphia e da Mumia Abu-Jamal e dalla sua condanna a morte (recentemente decaduta), fino a Rodney King, e poi oltre, fino al limitare della fine del secolo, momento in cui i RATM raccolgono tutta l’acredine, l’astio, gli scontri, le sconfitte, ma in fondo anche le vittorie, le mescolano e danno vita alla Battaglia Finale. Una battaglia segnata da un odio e una fame di rivalsa, dal bisogno del sentirsi ascoltati e fare da megafono a chi non poteva permettersi contratti con grandi etichette discografiche e palchi di dimensioni analoghe, eterni oppositori di ogni sorta di repressione. Una narrazione di un’America i cui tumulti scuotevano i figli di una Nazione gigantesca ed automutilatasi in un’impeto di foga nazionalista. Un dolore che come un’onda ha investito il mondo intero, facendolo vibrare al suono di conflitti irrisolti. 

Forse la lettura è un po’ romantica, ma in fin dei conti è quello che successe. De La Rocha, Morello, Commerford e Wilk diedero vita a qualcosa che doveva pescare nella zona grigia tra metal e rap, quella di un pubblico cui non bastavano le abrasive basi della Bomb Squad, ma che nemmeno erano sazi delle grida hc o della furia thrash che imperversava. Era necessario un anello di congiunzione e loro lo avevano fornito, quello che mancava era una stoccata finale. In “Battle” vi è racchiusa una visione su un futuro di un gruppo che non si concretizzerà mai, in cui la materia dei cinque elementi si palesa sotto uno sciabordio funk riassemblato con attorno un’armatura che frigge a parecchi volt e a temperature elevatissime.

Con Mic Check si frantuma tutto, Zack sensazionalmente logorroico come solo i migliori MC si possono permettere di essere lo sbatte in faccia: “I be the anti-myth rock shocker”, ed è così, mitizzato e inimitabile, l’ultimo della categoria ed il primo della fila. Sotto, gli altri a stendere tappeto sintetico senza synth, donandoci il miglior brano HH da lì a chissà quanto. E c’è il fuoco di Marley che diventa il fuoco delle bombe in cui si risveglia la rabbia di Calm Like A Bomb e parte la faccenda dell’anti-mito e un detonatore di furia a marchio Stooges diventa uno zeppelin da intifada, riflessa su Guerrilla Radio, così dannatamente catchy da avvalersi del nome di HIT, quando una hit non dovrebbe essere, con l’urlo muto di Voice Of Voiceless soffocato da bavagli senza fine che prorompe e disarciona, Morello in cattedra ovunque e comunque, mentre ritmiche a serramanico falciano l’orizzonte di Born Of A Broken Man, dibattendosi nella disperazione assoluta e nella dimostrazione che si può nascere nella merda ma non farsi soggiogare da essa, un canto accorato dedicato ad un padre che ha sofferto. Zack lo grida come se quella fosse l’ultimo ritornello della sua vita, a pieno regime contro la tempesta, una disperazione di cui Maria si fa testimone in prima persona e che vent’anni dopo si potrebbe trovare dinnanzi ad un muro, eretto dall’Uomo Bianco per eccellenza, malgrado nostro.

Come se non fosse passato un attimo anziché diversi lustri, il disco ha dato nuova credibilità ad un genere che era ben oltre il rischio di rendersi ridicolo, ma si spinse oltre, e non mi stancherò di ripeterlo: diede voce a chi non ne aveva. Romanticheria o no, questo è quanto. Ed ora che il mondo brucia nuovamente, che per le strade il sangue si mischia allo smog, al piombo e al fuoco, loro tornano su quei palchi che li hanno visti arringare folle schiumanti. Com’è giusto che sia.

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